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Giorgia Aprosio
Leggi i suoi articoliIn occasione della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, la Fondazione Querini Stampalia ospita FRAGILE FORCES W, il nuovo progetto di Thomas De Falco, nato da un invito della direttrice Cristiana Collu e curato da Clara Tosi Pamphili. La performance si terrà il 18 maggio, mentre la mostra resterà aperta al pubblico alla Fondazione Querini Stampalia dal 19 maggio al 14 giugno 2026.
Il progetto veneziano presenta in anteprima le sculture tessili realizzate dall’artista a New York nel gennaio 2026. Si sviluppa tra performance e mostra e riflette sulla fragilità come forza generativa, in un presente attraversato da tensioni sociali e conflitti.
Nato nel 1982, De Falco vive e lavora tra Parigi, New York e l’Italia e si esprime attraverso tessitura, scultura tessile, performance e installazioni. A partire dalla tradizione dell’arazzo contemporaneo, ha sviluppato una ricerca che nel tempo lo ha portato a esporre in istituzioni e contesti internazionali, tra cui MAXXI, PAC, Triennale Milano, Villa Fürstenberg in occasione della Biennale di Architettura di Venezia 2025 e, più recentemente, al Kunstverein am Rosa-Luxemburg-Platz di Berlino.
Al centro del suo lavoro vi è la tecnica del wrapping, un processo manuale di nodi e avvolgimenti che genera forme scultoree attivate dalla presenza dei performer. Fibre naturali come lana, cotone, lino e seta diventano così la materia di installazioni e azioni performative capaci di mettere in relazione corpi e spazio.
Partiamo dall’inizio. La sua formazione nasce nell’ambito dell’arazzo contemporaneo, una pratica legata a una tradizione tecnica molto antica. Che cosa di questa esperienza crede sia rimasto nella sua opera? E che cosa, invece, ha sentito il bisogno di superare?
Thomas De Falco:
Formarmi nell’ambito dell’arazzo contemporaneo è stato fondamentale per me. È una pratica che ha un rapporto particolare con il tempo, con la ripetizione del gesto e con il coinvolgimento del corpo nel processo creativo. Credo che proprio questa ripetizione mi abbia insegnato a essere presente nel momento, a concentrarmi sul processo, a dare valore alla manualità.
Con il tempo ho sentito il bisogno di superare i confini della tecnica tradizionale e di aprire il mio lavoro ad altri materiali e ad altre forme di espressione. Questo mi ha permesso di ampliare il mio linguaggio e di affrontare temi più ampi: la relazione tra individuo e collettività, la memoria, l’identità, ma anche la realtà che stiamo vivendo oggi, restituendola talvolta in modo crudo.
A un certo punto il gesto del tessere è uscito dall’atelier per diventare azione, presenza, performance. Quando e come crede sia avvenuto questo passaggio?
Thomas De Falco:
Quando il lavoro è uscito dall’atelier e si è fatto azione, sono cambiati anche i suoi connotati, e con loro i materiali dell’opera.
Il wrapping non era più soltanto una tecnica di tessitura, ma una sorta di pelle che avvolge i corpi e l’ambiente, creando un’unità organica e dinamica. È diventato un modo per esplorare le relazioni tra soggetto, spazio e tempo: un dispositivo, ma anche un altro corpo.
Oggi le sue performance assumono la forma di tableau vivant, composizioni quasi pittoriche attraversate da una dimensione organica e imprevedibile. Come lavora su questa tensione?
Thomas De Falco:
Cerco di creare immagini attraversate da riferimenti pittorici o cinematografici, anche se non sempre sono esplicitamente dichiarati. Voglio che siano allo stesso tempo precise e spontanee, controllate ma aperte all’imprevisto. Il tableau vivant mi permette di esplorare la relazione tra il corpo e lo spazio, ma anche tra la forma e il movimento.
Per me è importante costruire un’atmosfera in cui corpi e oggetti possano interagire in modo naturale, come se anche questi fossero altrettanto vivi. È da questo sistema di compresenza che emerge spesso una dimensione onirica e simbolica. Mi interessa creare immagini che siano allo stesso tempo reali e surreali, capaci di toccare la natura umana che ci accomuna, ma anche l’inconscio e la memoria collettiva.
La nuova opera nasce da un invito di Cristiana Collu ed è curata da Clara Tosi Pamphili. Sarà presentata alla Fondazione Querini Stampalia durante la 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia.
Come avete immaginato l’incontro con un luogo e un momento così fortemente connotati?
Clara Tosi Pamphili:
L’immaginazione ha seguito l’entusiasmo di trovarci coinvolti in un contesto così straordinario: l’architettura della Fondazione Querini Stampalia e Venezia durante la Biennale.
È un luogo che incute quasi soggezione, come quando si ha occasione di parlare con un maestro. Proprio per questo credo che il lavoro abbia trovato il coraggio di entrare in dialogo con lo spazio senza limitarsi. L’incontro è stato in parte guidato dalla Fondazione stessa, attraverso la scelta degli ambienti, e in parte dall’innamoramento di Thomas De Falco per questo progetto.
In questo nuovo lavoro, il linguaggio di De Falco, di solito più astratto, si fa più figurativo. Mi è sembrato che sapesse sin da subito dove voleva arrivare, e quella tensione formale si è trasformata poco a poco in forme più precise e riconoscibili.
Thomas De Falco in studio, New York, 2026. Courtesy l'artista
Clara, il suo percorso professionale è sempre stato estremamente eterogeneo: moda, fotografia, cinema e arti visive. In passato è stata coinvolta anche fisicamente in una performance di Thomas De Falco. Che cosa significa oggi tornare su quella stessa pratica da una prospettiva curatoriale?
Clara Tosi Pamphili:
Il mio è un lavoro trasversale che, pur muovendosi tra arte contemporanea, fotografia e cinema, trova nel manufatto tessile il terreno più adatto ai miei movimenti.
Il primo incontro con Thomas è stato molto diverso: sono stata performer in un suo lavoro all’Ara Pacis, più di dieci anni fa. Sono rimasta dentro una sua opera per un giorno intero e ho potuto osservare da vicino il suo modo di lavorare.
Quello che mi colpì - e che continua a colpirmi - è il suo disintegrarsi nel lavoro per dare energia all’opera. Non risparmiarsi mai, quasi svuotarsi, in una sorta di trasfusione di sangue che dal suo corpo passa ai fili che generano l’opera.
Il rapporto umano con i soggetti coinvolti è un altro aspetto centrale di questa pratica. Thomas, come sceglie le persone con cui lavorare? Che tipo di legame nasce durante la costruzione di una performance?
Thomas De Falco:
La scelta delle persone con cui lavorare è molto importante. Cerco persone aperte, curiose, disposte a sperimentare.
Il processo di costruzione di un lavoro crea sempre un legame molto forte. Le prove possono durare settimane o mesi: insieme esploriamo lo spazio, il materiale e il ritmo dell’azione. È un percorso di scoperta condivisa, che costruisce una fiducia reciproca molto profonda.
A Venezia lavorerò con performer diversi, cercando di coinvolgere provenienze e sensibilità differenti. Collaboro spesso anche con ballerini e altri artisti che condividono la mia sensibilità per il corpo e per lo spazio.
Ci racconta come nasce FRAGILE FORCES W, il nuovo progetto per la Fondazione Querini Stampalia?
Thomas De Falco:
Il progetto nasce come un’esplorazione del presente.
La performance e installazione tessile FRAGILE FORCES W si sviluppa come un grande ambiente monocromo dorato. All’interno dello spazio saranno presenti anche alcune sculture tessili realizzate in seta, cotone e lino, sempre attraversate da filamenti d’oro.
Il titolo FRAGILE FORCES W tiene insieme due idee. Da una parte ci sono le “forze fragili”, cioè energie che non si impongono con la durezza o con il controllo, ma che proprio nella loro vulnerabilità trovano una capacità di resistenza, trasformazione e relazione. Dall’altra c’è quella “W”, che apre il titolo a più livelli di senso. È l’iniziale di world, quindi del mondo, ma può anche essere letta come wo-man, introducendo nel titolo una presenza femminile e corporea. La fragilità, così, non appare come mancanza o debolezza, ma come una forza che attraversa i corpi e il mondo.
Il lavoro introduce elementi inediti nella sua ricerca. Quali sono e come si inseriscono nel suo percorso?
Thomas De Falco:
L’oro introduce nel lavoro una dimensione simbolica e quasi sacrale. Rappresenta la luce e la preziosità della vita, ma richiama anche la tradizione dell’arazzo. Le forme rimandano a foglie, frutti e corpi, evocando una natura simbolica, quasi magica.
Nel tempo ho assorbito influenze provenienti da molti contesti, dal Mediterraneo all’Egitto fino all’Asia, e queste presenze sono entrate naturalmente nella mia pratica. In questa nuova opera confluiscono, per esempio, i cesti scultorei ispirati ai corpi in movimento delle sculture di Victor Brauner.
Per la prima volta la performance e l’installazione tessile non saranno accompagnate da strumenti musicali o da cantanti. La musica sarà il SILENZIO. Un silenzio che verrà inevitabilmente attraversato dalle voci della città durante la Biennale.
In un momento storico e sociale all’insegna del conflitto, in cui c’è un forte bisogno di riconoscersi in un “NOI”, mi interessa pensare questo “NOI” come uno spazio comune, capace di abbracciare il mondo e di dare voce a tutti.
Nella sua opera ritorna spesso una dimensione sospesa, quasi onirica. Crede che questo linguaggio, capace di evocare il sogno parlando del reale più crudo, possa essere un modo per sublimare l’esperienza dell’attualità che ci circonda?
Thomas De Falco:
Il lavoro nasce dal desiderio di rendere percepibile il disagio del presente, come se la vita stessa, nella sua intensità e precarietà, ci precipitasse addosso. L’oro, da una parte, può apparire come una superficie che vela il dolore, evocando certezza, fasto, perfino opulenza; dall’altra, i corpi presenti nell’opera restituiscono disgregazione, fragilità e bisogno di relazione. È in questa frizione tra splendore e ferita che si radica il suo senso più profondo.
La mostra accoglie il disagio sociale e ciò che stiamo vivendo ora, il senso di instabilità che attraversa le nostre vite. Quello che continua ad accadere nel mondo, nelle sue manifestazioni più immediate e dolorose, entra nel lavoro non come rappresentazione diretta, ma come presenza interna, continua e inevitabile.
Non penso si tratti di sublimare tutto questo, quanto piuttosto di cercare una forma capace di sostenerlo: la violenza e la fragilità, il dolore, ma anche la possibilità di un legame. La dimensione onirica non coincide con una fuga dal reale; è semmai uno spazio in cui il reale può mostrarsi con maggiore intensità, perché riesce a toccare nello stesso momento il corpo, la memoria, l’inconscio.
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