Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Ginevra Borromeo
Leggi i suoi articoliL’Uomo vitruviano di Leonardo da Vinci è forse l’immagine più riconoscibile dell’umanesimo rinascimentale: un corpo maschile inscritto nel cerchio e nel quadrato, misura dell’universo e metafora di armonia tra natura e ragione. È anche un corpo nudo, anatomico, integrale.
La scelta di mostrarlo nella sigla delle Olimpiadi in una versione priva dei genitali non è un semplice intervento grafico. È una rimozione simbolica.
In un contesto globale, dove la comunicazione deve attraversare sensibilità culturali, normative televisive e mercati eterogenei, l’icona viene “neutralizzata”.
Il corpo classico, fondamento della rappresentazione occidentale, diventa improvvisamente problematico. Non per la sua carica erotica ma per la sua nudità.
E l’imbarazzo nasce proprio qui: nel cortocircuito tra la celebrazione dell’eredità culturale europea e la sua simultanea edulcorazione. Il Rinascimento viene convocato come marchio identitario, poi corretto per adattarlo a standard comunicativi contemporanei.
L’Uomo vitruviano non è un nudo provocatorio. È un dispositivo teorico, una riflessione sulla proporzione, sull’ordine, sulla centralità dell’essere umano. Eliminare una parte del corpo significa alterare l’integrità concettuale dell’opera. La misura, in Leonardo, è totale o non è. La questione non riguarda la morale ma la coerenza culturale. In una società che consuma immagini di corpi ipersessualizzati, la prudenza selettiva verso un disegno del 1490 appare contraddittoria. L’arte storica viene trattata come materiale da adattare, non come testo da comprendere.
C’è un nodo più ampio. Le grandi manifestazioni sportive utilizzano il patrimonio come elemento di legittimazione simbolica. Il corpo atletico olimpico è erede diretto dell’ideale classico. Se però l’immagine che fonda quell’ideale viene amputata per ragioni di sensibilità televisiva, il messaggio si svuota. L’operazione non scandalizza per una questione anatomica. Scandalizza per il segnale che invia: la difficoltà di sostenere la complessità dell’eredità culturale senza filtrarla.
La nudità classica non è pornografia. È antropologia visiva, è teoria dell’uomo, è storia della rappresentazione. Trattarla come un problema comunicativo significa ridurre il patrimonio a superficie decorativa. Il risultato è paradossale: si invoca Leonardo come simbolo universale, poi lo si priva di ciò che rende il suo disegno un’unità. L’icona sopravvive, ma il corpo diventa un’astrazione prudente. Lascia l’impressione che, di fronte alla complessità del corpo, la nostra epoca preferisca la semplificazione grafica alla responsabilità culturale.
Altri articoli dell'autore
Villa Medici presenta la prima grande retrospettiva italiana dedicata alla fotografia di Agnès Varda, con un focus inedito sul suo rapporto con l’Italia. Il progetto, nato dal Musée Carnavalet di Parigi, mette in dialogo immagini, film e archivi per restituire la continuità tra pratica fotografica e scrittura cinematografica. Al centro, il cortile di rue Daguerre e i viaggi italiani tra Venezia e Roma.
A Milano un’ex fabbrica di argentieri del Novecento diventa Casa Museo Molinario Colombari, spazio ibrido tra collezione fotografica e cultura del design. La Collezione Ettore Molinario, costruita dagli anni Novanta, attraversa la storia della fotografia fino al contemporaneo e si propone come piattaforma curatoriale e relazionale, aperta a collaborazioni istituzionali e ricerca.
Nel lessico finanziario il bene rifugio è un asset capace di preservare valore nelle fasi di instabilità economica e geopolitica. Trasposto nel sistema dell’arte, il concetto assume una forma più complessa: l’opera non è uno strumento standardizzato, la liquidità è limitata, la formazione del prezzo dipende da variabili culturali oltre che economiche. Eppure, anche nel mercato artistico esistono categorie percepite come relativamente stabili, soprattutto nei momenti di contrazione della domanda.
Dal 7 marzo al 19 aprile 2026 il MO.CA – Centro per le Nuove Culture ospita per la prima volta in città Paolo Canevari con un’ampia antologica tra installazioni ambientali, dipinti e sculture. Un percorso che attraversa oltre trent’anni di ricerca, tra memoria, materia e riflessione sulle contraddizioni del presente



