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Shelby Duncan, «Handshake, House of Love», 2015

Courtesy of the artist

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Shelby Duncan, «Handshake, House of Love», 2015

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Les Rencontres de la Photographie di Arles visti da chi ama e conosce bene la fotografia

Un appuntamento irrinunciabile nella calda estate del sud della Francia: dal 6 luglio al 4 ottobre «fotografi, curatori, editori, scrittori, docenti, storici, sostenitori e collezionisti giungono ad Arles da molti Paesi, soprattutto in occasione della frenetica settimana di inaugurazione. C’è un grande scambio di esperienze e idee», come afferma David Campany, curatore, scrittore e editore

Chiara Massimello

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Fa sempre caldo ad Arles, la luce è accecante e camminare per la città da una mostra all’altra a volte annebbia la mente. Solo quando arriva la sera, una brezza leggera sale e i dehors si riempiono di chiacchiere e vino. Dal 6 luglio al 4 ottobre, con settimana inaugurale dal 6 al 12 luglio, sotto la direzione di Christoph Wiesner, si svolge la 57ma edizione dei Rencontres de la Photographie.

Nell’incantevole cittadina provenzale, delimitata dalle mura romane e dal Rodano, oltre 60 sono gli artisti del programma ufficiale (centinaia quelli nel circuito Off) presentati in mostre sparse, in luoghi storici, palazzi, antiche chiese, chiostri, musei e nello spazio Luma, inaugurato nel 2021, e fortemente identificato dall’imponente edificio rivestito da pannelli in acciaio che scintilla nella piana progettato da Frank Gehry. 

«Con così tante mostre, ci sono sempre almeno alcune cose in grado di suscitare l’interesse di chi visita i Rencontres. Nuovi talenti, riscoperte di opere più datate e meno conosciute. Da tempo, poi, l’allestimento è molto innovativo e i visitatori possono ammirare una vasta gamma di modi in cui la fotografia può essere presentata e interpretata», afferma David Campany, curatore, scrittore e editore. Per lui, ciò che ogni anno rende questo evento davvero speciale sono le persone. «Fotografi, curatori, editori, scrittori, docenti, storici, sostenitori e collezionisti giungono ad Arles da molti Paesi, soprattutto in occasione della frenetica settimana di inaugurazione. C’è un grande scambio di esperienze e idee». Campany è venuto per la prima volta ai Rencontres all’età di 24 anni, «sapendo che volevo essere coinvolto in qualche modo con la fotografia. Anche se ora sono Direttore Creativo dell’International Center of Photography, ad Arles incontro ancora persone che stanno iniziando il loro percorso in questo settore, e spesso ripenso alla mia prima visita. Ero emozionato, sopraffatto e sentivo che il mio sguardo si stava aprendo a cose nuove».

Per Emanuele Chieli, presidente di Camera-Centro Italiano per la Fotografia di Torino, «Arles non è semplicemente un festival: è il luogo in cui la fotografia si pensa, si discute e si ridefinisce». Per lui è uno dei rarissimi contesti in cui la storia della fotografia non è commemorazione, ma confronto vivo. «Le retrospettive dei grandi maestri convivono con le scoperte dei giovani autori; il fotogiornalismo dialoga con la ricerca concettuale; l’archivio viene messo a fronte del presente. E poi Arles è il luogo in cui si incontra fisicamente la comunità internazionale della fotografia. Editori, curatori, autori, collezionisti, direttori di museo e, soprattutto, i fotografi».

Les Rencontres si delineano come un appuntamento fisso per chi si occupa di fotografia e la ama, insieme a Paris Photo, il luogo in cui ci si incontra e si riflette: lo scorso anno sono passati da qui, complice anche l’attivismo culturale di tutta la regione, 175mila visitatori.

Rosa Sandretto, collezionista, definisce Arles «irrinunciabile. È un luogo molto piacevole che riunisce diverse opportunità d’arte sia con Les Rencontres che con il programma di un museo internazionale come Luma. Ci sono Fondazioni di rara eleganza come quella di Lee Ufan, l’abbazia di Montmajour un luogo imperdibile che ospita sempre mostre interessantissime». Tra le molte, ricorda «Ama» dedicata alle pescatrici di perle giapponesi, realizzata da Uraguchi Kusukazu e poi «ci sono tantissime gallerie sparse in città, dove sono ospitati giovani fotografi». Gli incontri con artisti e curatori sono estremamente facilitati dalla vita nei bistrot e nelle serate nella piazza. «Il contatto diretto con i fotografi e i curatori mi permette ogni anno di scoprire nuovi lavori, nuove idee e di ampliare la mia collezione di fotografia in un ambiente che rimane vero e con un approccio diretto con le fotografie e gli artisti. Quello che sorprende è anche come Arles, continui ad avere una vita “normale” nonostante Les Rencontres e come camminare nei suoi vicoli tra i negozi provenzali sia sempre piacevole e permetta di vivere ancora la vita quotidiana mentre si visitano mostre importanti».

Per Antonio Carloni, vicedirettore Gallerie d’Italia-Torino, «Arles è il primo festival in cui ci si incontra da sempre». Un luogo interessante ma anche piacevole in cui andare ogni anno. «L’industria della fotografia, che è più piccola di quello che sembra, si ritrova qui da più di cinquant’anni. Senti proprio le idee che camminano per la strada. Si potrebbe dire che in novembre a Paris Photo si mettono a terra i progetti, mentre ad Arles si è più creativi. Le riunioni si fanno al bar, le idee circolano per le strade della città e ci si incontra con gran facilità. Un’altra atmosfera. La misura della cittadina ben si adatta al festival».

Arles è prima di tutto un luogo di incontro, per Eleonora Agostini, artista italiana che vive e lavora a Londra. «Un momento in cui ritrovarsi con amici e colleghi che arrivano da tutta Europa e da oltreoceano. È un contesto che offre un tipo di convivialità molto specifico, e che quindi favorisce naturalmente il networking». Si possono trovare nelle librerie della città pubblicazioni particolarmente interessanti e allestimenti non convenzionali, spesso pensati site specific e «come artista, è stimolante vedere la fotografia presentata in modi che raramente si incontrano in contesti più istituzionali».

Certo, chi ha vissuto tante edizioni di Les Rencontres (la prima nel 1970), con un po’ di nostalgia parla dei tempi in cui c’era più semplicità e contenuto (ma forse è così in tanti ambiti). Una volta c’era certamente più reportage e fotografia documentaria, oggi invece il festival è più legato al mondo delle gallerie d’arte. Tuttavia, «in un panorama artistico inevitabilmente sempre più dominato dalle dinamiche di mercato, Arles continua a distinguersi come un raro spazio dedicato all'incontro e alla riflessione, nel quale tanto gli addetti ai lavori quanto semplici appassionati si confrontano e si interrogano su passato, presente e futuro dell’immagine fotografica», afferma Camilla Molo di Aperture, la casa editrice non profit dedicata alla fotografia nota in tutto il mondo. «Non è infatti un caso che il festival si chiami Les Rencontres d’Arles: più che una fiera, Arles è una comunità che ogni estate trasforma la città sulle rive del Rodano in un luogo di dialogo, ispirazione, scoperta e scambio di idee».

Per Jean-Kenta Gauthier, che da 11 anni guida la galleria che porta il suo nome ed è membro del comitato di selezione di Paris Photo, Arles è innanzitutto un posto speciale perché la sua famiglia francese è originaria di lì. «Conosco tutta la zona fin dall’infanzia e abbiamo una casa di famiglia a 10 minuti da Arles. Quindi il mio legame con questo luogo non è solo professionale». Per quanto riguarda il festival, «si è evoluto enormemente negli anni. La scena artistica di Arles si è fortemente istituzionalizzata negli ultimi anni con l’apertura di numerose fondazioni (Van Gogh, Luma, Lee Ufan, Bustamante, ecc). Ciò significa due cose: ormai tutti passano da Arles durante l’estate e ci sono visitatori tutto l’anno». Quest’estate, durante la settimana di inaugurazione, torna ad Arles, per un intervento al Théâtre antique, Alfredo Jaar, artista rappresentato dalla sua galleria.

«È un segno, afferma Jean-Kenta Gauthier, Alfredo Jaar, che ha tenuto una mostra personale ad Arles nel 2013, ha successivamente vinto tutti i principali premi di fotografia. E, come sapete, non è un fotografo. Jacques Rancière, nel catalogo che accompagna il Premio Hasselblad 2020 assegnato a Jaar, ha scritto un saggio intitolato “Ritratto di Alfredo Jaar come fotografo”. Il che, pur sottintendendo che egli non lo sia, dimostra anche come l’ambito e il territorio della fotografia stiano cambiando profondamente oggi».

Se la scorsa edizione dei Rencontres lamentava una mancanza di tematiche contemporanee profonde e si è lasciato a Nan Goldin il compito di accendere i riflettori sul presente e le sue tragedie, sarà certamente molto interessante assistere all’intervento di Jaar e alle riflessioni che saprà stimolare.

Certo speriamo che le mostre di questa edizione ritrovino le grandi tematiche contemporanee che un po’ mancavano l’anno scorso e che i fotografi sappiano «guardare fuori» raccontando il proprio tempo più che la propria intimità.

Ayana V. Jackson, «Adelita: She was not only Brave she was Beautiful», 2023. Courtesy l’artista e Mariane Ibrahim

Les Rencontres de la Photographie in Arles, as seen by those who love and know photography well

It’s always hot in Arles; the light is blinding, and walking through the city from one exhibition to the next can sometimes cloud the mind. It’s only when evening falls that a light breeze picks up and the outdoor terraces fill with chatter and wine. From July 6th to October 4th, with an opening week from July 6th to 12th, under the direction of Christoph Wiesner, the 57th edition of Les Rencontres de la Photographie takes place.

In this enchanting Provençal town, bordered by Roman walls and the River Rhône, over 60 artists feature in the official programme (with hundreds more in the Off circuit), presented in exhibitions scattered across historic sites, palaces, ancient churches, cloisters, museums and the Luma space, opened in 2021 and strongly characterised by the imposing building clad in steel panels that glitters across the plain, designed by Frank Gehry.

«With so many exhibitions, there are always at least a few things capable of sparking the interest of those visiting the Rencontres. New talents, rediscoveries of older and lesser-known works. For some time now, too, the exhibition design has been highly innovative, and visitors can admire a wide range of ways in which photography can be presented and interpreted», says David Campany, curator, writer and publisher. For him, what makes this event truly special every year is the people. «Photographers, curators, publishers, writers, lecturers, historians, supporters and collectors come to Arles from many countries, especially during the hectic opening week. There is a great exchange of experiences and ideas». Campany first came to the Rencontres at the age of 24, «knowing that I wanted to be involved in photography in some way. Although I am now Creative Director of the International Centre of Photography, in Arles I still meet people who are just starting out in this field, and I often think back to my first visit. I was excited, overwhelmed and felt that my perspective was opening up to new things».

For Emanuele Chieli, president of Camera – Italian Centre for Photography in Turin, «Arles is not simply a festival: it is the place where photography is conceived, discussed and redefined». For him, it is one of the very few contexts in which the history of photography is not a commemoration, but a living dialogue. «Retrospectives of the great masters coexist with the discoveries of young artists; photojournalism engages in dialogue with conceptual photography; the archive is set against the present. And then Arles is the place where the international photography community physically comes together. Publishers, curators, artists, collectors, museum directors and, above all, photographers».

Les Rencontres has established itself as a regular fixture for those involved in and passionate about photography; alongside Paris Photo, it is the place where people meet and reflect: last year, thanks in part to the cultural vibrancy of the entire region, 175,000 visitors passed through here.

Rosa Sandretto, a collector, describes Arles as «unmissable. It’s a very pleasant place that brings together a variety of artistic opportunities, both through Les Rencontres and the programme of an international museum like Luma. There are foundations of rare elegance, such as the Lee Ufan Foundation, and Montmajour Abbey, a must-see venue that always hosts fascinating exhibitions». Among the many, she recalls ‘Ama’, dedicated to Japanese pearl divers, created by Uraguchi Kusukazu, and then «there are countless galleries scattered throughout the city, showcasing young photographers». Encounters with artists and curators are greatly facilitated by life in the bistros and during evenings in the square. «Direct contact with photographers and curators allows me, year after year, to discover new works and new ideas, and to expand my photography collection in an authentic setting that fosters a direct engagement with the photographs and the artists. What is also surprising is how Arles continues to have a ‘normal’ life despite Les Rencontres, and how walking through its narrow streets amongst the Provençal shops is always a pleasure, allowing you to experience everyday life whilst visiting major exhibitions».

According to Antonio Carloni, deputy director of Gallerie d’Italia-Turin, «Arles has always been the festival where we’ve met up». An interesting but also pleasant place to visit every year. «The photography industry, which is smaller than it seems, has been gathering here for over fifty years. You can really feel the ideas flowing through the streets. You could say that in November at Paris Photo, projects are finalised, whilst in Arles people are more creative. Meetings take place in bars, ideas circulate through the city’s streets and it’s very easy to bump into one another. It’s a different atmosphere. The town’s size suits the festival perfectly».

Arles is first and foremost a meeting place, according to Eleonora Agostini, an Italian artist who lives and works in London. «A time to catch up with friends and colleagues arriving from all over Europe and from overseas. It’s a setting that offers a very specific kind of conviviality, and which therefore naturally encourages networking.” In the city’s bookshops, one can find particularly interesting publications and unconventional displays, often designed specifically for the location, and “as an artist, it’s stimulating to see photography presented in ways that are rarely encountered in more institutional contexts».

Of course, those who have experienced many editions of Les Rencontres (the first in 1970) speak with a touch of nostalgia of a time when things were simpler and more substantive (but perhaps this is true in many fields). There used to be far more photojournalism and documentary photography; today, however, the festival is more closely linked to the world of art galleries. Nevertheless, «in an art scene inevitably increasingly dominated by market dynamics, Arles continues to stand out as a rare space dedicated to encounter and reflection, where both professionals and enthusiasts alike engage with one another and question the past, present and future of the photographic image», says Camilla Molo of Aperture, the world-renowned non-profit publishing house dedicated to photography. «It is no coincidence, in fact, that the festival is called Les Rencontres d’Arles: more than just a fair, Arles is a community that every summer transforms the city on the banks of the Rhône into a place of dialogue, inspiration, discovery and the exchange of ideas».

Chiara Massimello, 03 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

Les Rencontres de la Photographie di Arles visti da chi ama e conosce bene la fotografia | Chiara Massimello

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