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Mauro Natale
Leggi i suoi articoliQuando Umberto Allemandi, intorno alla metà degli anni Ottanta, propose di raccogliere in volume gli scritti scientifici di Federico Zeri, sparsi su varie riviste e scritti nell’arco di una quarantina d’anni di attività, Zeri stava avviandosi a diventare la figura pubblica e mediatica che molti ricordano, ma non aveva ancora del tutto accantonato il lavoro di ricerca a vantaggio quasi esclusivo delle apparizioni pubbliche, come poi invece avvenne. L’impresa editoriale immaginata da Allemandi sembrò allora a molti un’iniziativa costosa, spericolata e quasi inutile tanto sembrava al margine del divenire delle cose e del campo d’azione che il grande storico aveva scelto per mettere a nudo, talvolta con un eccesso di sprezzo e di rabbia i limiti e i difetti del proprio Paese.
Non credo che Umberto Allemandi, riproponendo quello che Zeri aveva prodotto nel campo della ricerca storica, fosse animato, neppure inconsciamente, dal desiderio di compensare il carattere provocatorio e plateale delle apparizioni pubbliche dello studioso; certo è che il piccolo cantiere che si mise subito all’opera, composto in casa editrice dalla cara e inflessibile Linda Aimone e all’esterno da me stesso fu istantaneamente soggiogato dal respiro e dalla grandezza che gli scritti di Zeri, riuniti per la prima volta, propagavano. Allemandi affidò interamente a me i criteri dell’assemblaggio e della sequenza degli scritti, rivendicando per sé la scelta del formato del volume, e del colore per lui irrinunciabile, e per me allora totalmente improponibile, delle squillanti copertine verdi.
Zeri teneva raccolti in un angolo della sua biblioteca, quello più odoroso di sigaro e di cenere bruciata, i suoi contributi che negli anni più recenti aveva rinunciato a far rilegare. Nella penombra della casa di Mentana il mio compito fu dunque assai facile e quello che trovai sul posto necessitò ben poche integrazioni; il vero ostacolo, impalpabile ma assai difficile da superare, era quel sentimento misto di fastidio, di diffidenza e di consenso che Zeri faceva aleggiare, o che quantomeno io percepivo nei suoi silenzi, mentre trafficavo tra le sue cose.
Che il professore considerasse la pubblicazione una cosa davvero importante mi apparve chiaro solo nel momento in cui, sotto i suoi occhi e senza un cenno di protesta, cominciai a estrarre dai raccoglitori della fototeca le stesse illustrazioni che erano state pubblicate a corredo degli articoli e che ora stavano per essere spedite a Torino. Questo lavoro editoriale è durato anni, e le date della pubblicazione dei cinque volumi (dal 1988 al 1998) provano in modo indiretto la complessità dell’operazione. Nel mio ricordo questo impegno è associato a una strana sensazione di mesta responsabilità, come se tutti noi, dall’editore, alla redattrice, al curatore dei volumi, ci fossimo resi conto che questi libri, ancora prima della loro definitiva uscita in libreria, avrebbero costituito il testamento intellettuale del nostro maestro.
Zeri introdusse il primo volume, che andò in stampe alla fine dell’anno 1988, con una pagina icastica e di una impietosa onestà intellettuale in cui confessava di considerarsi «più uno storico mancato che uno storico dell’arte». Quella pagina è, almeno secondo il mio giudizio, una delle testimonianze più vere della grandezza di Zeri perché le considerazioni dello storico, che non rifugge da un bilancio personale spietato, sono tese da un senso etico e civile fortissimi. Non so quale riscontro abbiano avuto presso il pubblico l’uscita di quel primo volume e di quelli che poi seguirono; oggi la raccolta degli scritti scientifici di Federico Zeri nell’edizione voluta da Umberto Allemandi è quella cui è affidata, per le generazioni più giovani della mia, la conoscenza e l’immagine di uno studioso incomparabile e «geniale».