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Matteo Cocci
Leggi i suoi articoliChe l’immagine “in movimento” si sia ritagliata uno spazio di rilievo nel mondo dell’arte contemporanea lo testimonia il progetto speciale che una fiera di peso internazionale come Miart dedica oggi alla videoarte: Movements, in collaborazione con il St. Moritz Art Film Festival, presenta per la prima volta a Milano, all’interno dello spazio fieristico, 20 film d’artista, dal 17 al 19 aprile.
Ma i segnali dell’escalation di questa forma d’arte non finiscono qui: lo stesso 19 aprile, sempre a Milano, il video Dolle (2023) di Diego Marcon anima per circa 90 minuti lo schermo del Cinema Arlecchino, proprio quando un altro suo lavoro, salut! hallo! hello! (2010), vincitore del Premio ACACIA 2026, viene mostrato fino al 19 aprile, all’interno della Sala Fontana al Museo del Novecento, prima di entrare nei depositi del Museo stesso in vista di una futura collocazione espositiva. Il tutto mentre due sue grandi mostre inaugurano a Torino – “Krapfen”, alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo – e a Parigi – “Prom”, presso Lafayette Anticipations –, in attesa che la sua prima personale in terra statunitense sbarchi al New Museum di New York a settembre prossimo.
Da pochi giorni ha inoltre preso il via a Bergamo la prima grande retrospettiva dedicata alle installazioni visive del britannico Isaac Julien, che dal 1991 – anno in cui il suo lungometraggio Young Soul Rebels venne premiato alla Semaine della Critique di Cannes – a oggi è stato in grado di dare vita a un immaginario dallo straordinario impatto visivo, di cui alcuni esempi giganteggiano negli spazi appositamente creati per ospitarli, presso gres art 671 (fino al 4 ottobre).
Infine, impossibile non fare il nome di Yuri Ancarani, scelto con Whipping Zombie (2017) tra i 20 videoartisti proposti quest’anno nell’ambito di Movements a Miart, e attualmente presente con Da Vinci (2012) all’interno della mostra “New Humans – Memories of the Future”, nelle stesse sale del New Museum – frutto dell’ampiamento recentemente portato a compimento dallo studio d’architettura OMA, diretto da Rem Koolhaas – che in autunno ospiteranno le creazioni di Marcon.
Abbiamo rivolto qualche domanda a questi tre artisti, con l’intento di evidenziare alcuni punti di contatto all’interno dei loro diversi linguaggi visivi riguardo al rapporto fra tempo e spazio, fattori d’interazione imprescindibili in un’opera video.
Yuri Ancarani, Da Vinci, 2012
YURI ANCARANI
Come nascono le storie dietro i suoi video? C’è una diversità di approccio quando sa che un determinato lavoro verrà proiettato in sala o invece in un museo, come nel caso di Da Vinci (2012), esposto in questi giorni nei nuovi spazi del New Museum a NY?
Mi sento un esploratore che non sa niente di ciò che guarda, e proprio per questo si lascia sorprendere, spinto dal desiderio di comprenderlo più a fondo. Quando mi trovo di fronte a un’immagine che mi impressiona, e quasi sempre accade quando quell’immagine è contraddittoria, penso. Quel piccolo pensiero diventa la storia o la struttura su cui viene costruito il progetto, il film o il video. Tutto ciò che penso nasce dalla mia immaginazione, quindi da una dimensione irreale, e si trasforma in film. Il Capo (2010) diventa un direttore d’orchestra, i sommozzatori di Piattaforma Luna (2011) astronauti, il robot di Da Vinci un’entità senziente che ci annienterà. Le regole del gioco sono sempre le stesse. La produzione dei miei video è sempre monocanale: per me è giusto che sia così, come è nata, in ogni ambito, che sia museo, piattaforma, festival, Tik Tok, sala cinematografica, galleria. In ogni contesto sembrerà fuori posto, sbagliata, ma sempre coerente con sé stessa.
Nel finale del suo film Atlantide (2021) c’è una scena che si prolunga come una sorta di loop infinito: come si approccia ai concetti di tempo e spazio in relazione al suo storytelling? Sono per lei dimensioni lineari o circolari?
Atlantide è la mia sfida, uno spazio temporale in cui puoi galleggiare quando e quanto vuoi. È uno spazio visivo accessibile liberamente, in cui si entra e si resta per il tempo che si desidera: è disponibile gratuitamente su RaiPlay, lo si trova all’estero grazie ai torrent, nelle sale cinematografiche, ma soprattutto nei musei. Per me il museo è il luogo ideale per goderne appieno, perché mantiene il rigore del tempio sacro. L’intenzione principale era creare un film “metafisico” partendo dal documentario, arrivando alla fiction e poi degenerando nella psicosi del protagonista. Lo spettatore, grazie al battito della techno, raggiunge così uno stato di trance fino a sfiorare un’esperienza psichedelica, ottenuta esclusivamente attraverso le immagini. Senza sostanze e, soprattutto, senza effetti speciali: la camera è solo e semplicemente inclinata di 90°.
ISAAC JULIEN
Il suo lavoro gioca molto con il tempo e lo spazio, orchestrando una vera e propria coreografia di proiezioni accuratamente disposte all’interno del perimetro delle sale e scandite da ritmi che amplificano la meraviglia di fronte a immagini in gran parte dedicate alla figura di Lina Bo Bardi, architetta e designer profondamente legata alla realtà culturale brasiliana. Capaci di incantare lo sguardo, al tempo stesso fanno riflettere su tematiche complesse come la diaspora, le migrazioni, il colonialismo. Ci può raccontare qualcosa a riguardo?
Per quanto riguarda la mia idea di tempo, mi rifaccio alle parole di Lina Bo Bardi che risuonano all’interno di una delle opere qui in mostra, ovvero Lina Bo Bardi: A Marvelous Entanglement: in essa Bo Bardi stessa definisce il tempo come un meraviglioso groviglio, a discapito della concezione occidentale di cronologia lineare. In relazione allo spazio, invece, mi ricollego alla mia teoria di “spettatore mobile”, laddove, soprattutto in alcuni miei lavori, non esiste una singola posizione che consenta di apprezzare tutti gli elementi contemporaneamente, costringendo lo spettatore a muoversi e osservare da prospettive diverse.
Possiamo definire la mostra di Bergamo come un “meraviglioso groviglio di immagini e suoni”?
Sì, certo. Per quanto mi riguarda, si può prendere qualsiasi idea di Lina Bo Bardi e usarla per raccontare il mio lavoro. La sua è stata una personalità semplicemente unica, cui mi sento molto vicino.
Isaac Julien, Lina Bo Bardi - A Marvellous Entanglement, 2019, installation view, ph. Diego De Pol, courtesy the artist and Victoria Miro © Isaac Julien
DIEGO MARCON
Al Museo del Novecento di Milano è esposto salut! hallo! hello! (2010), video in cui mostra l'interno di una tipografia che stampa cartoline, indagando il processo di produzione e l’immaginario che questi oggetti “banali” nascondono. Quando racconta la sua pratica artistica la descrive come differente sotto almeno due punti rispetto a quella del regista cinematografico: a lei non interessano aspetti fondamentali come lo storytelling e il lavoro con gli attori quanto invece la genesi dell’immagine in movimento: questo vale anche per quest’opera?
È un discorso certamente valido per tutti i miei lavori, compreso questo, che fa parte di una prima fase della mia produzione, contraddistinta da un carattere più “documentario”. Con questo intendo dire che all’epoca non lavoravo ancora con sceneggiature, musiche extradiegetiche, scenografie, come invece mi succede oggi: in quel periodo le mie opere erano il risultato di una registrazione audio-visiva del reale che veniva poi montata dando vita a proiezioni monocanali dall’andamento lineare. Ieri come oggi, quello che mi interessa non è comunque il soggetto del video in quanto tale: in salut! hallo! hello! l’intento non è fare un video sulle cartoline turistiche, quanto generare una riflessione su come un oggetto semplice come la cartolina – peraltro catturato una quindicina di anni fa, nel momento in cui il suo uso stava andando a tramontare – possa aprirsi a un immaginario estremamente complesso. Vista l’impossibilità di afferrare in modo preciso la nascita di queste immagini, il video si trasforma in una composizione astratta dove gli elementi strutturali del processo di stampa, come i rulli ricoperti di inchiostro dai riflessi cangianti, sembrano dar vita a una sinfonia di luci e suoni che, senza confini temporali, riassume la natura stessa di questo lavoro audiovisivo.
Il 19 aprile sarà inoltre protagonista al Cinema Arlecchino di Milano con Dolle (2023), video della durata di 30 minuti, proiettato per tre volte, in un loop perfetto, dalle 13.00 alle 14.30...
Esatto, è un video con protagoniste due talpe animatronic – tecnologia meccanica utilizzata per muovere realisticamente pupazzi o creature, utilizzata anche per l’E.T. di Steven Spielberg – che all’Arlecchino verrà presentato in forma di loop – come moltissimi miei lavori –, dove gli spettatori possono entrare e uscire a loro piacimento. Mi piace l’idea che anche al cinema, come si farebbe per un’installazione video all’interno di una mostra, le persone si possano muovere liberamente, come se il film occupasse uno spazio ontologico che prescinde dagli spettatori, come se abitasse il cinema da sempre. In questo modo l’immaginario legato alla sala cinematografica viene inglobato nell’opera che viene proiettata in quel momento, attribuendo alla visione una dimensione di significato ulteriore.
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