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Michelangelo Tonelli
Leggi i suoi articoliProtagonista ora a Parigi, sia tra gli standi di Paris Photo sia in mostra allo Jeu de Paume, l'opera di Luc Delahaye (Tours, 1962) si colloca tra il fotogiornalismo e la fotografia contemporanea di grande formato. Dopo una lunga attività come reporter, il lavoro del fotografo francese si è progressivamente orientato verso una pratica espositiva e museale, pur mantenendo un forte ancoraggio al linguaggio documentario. Vive e lavora in Francia. Delahaye inizia a fotografare nei primi anni Ottanta e, dopo un periodo come freelance, collabora con l’agenzia fotografica Sipa Press. Nel corso degli anni Ottanta e Novanta documenta numerosi conflitti internazionali, tra cui la guerra civile in Libano, i conflitti in Afghanistan, il genocidio in Ruanda, la guerra in Cecenia e le guerre nella ex Jugoslavia. In questi anni si afferma come uno dei fotoreporter più rigorosi e vicini ai contesti che osserva, lavorando per importanti testate internazionali. Nel 1999 entra a far parte di Magnum Photos, agenzia che lascerà nel 2004, in concomitanza con una trasformazione profonda della propria pratica fotografica. Durante la sua carriera riceve numerosi riconoscimenti nel campo del fotogiornalismo, tra cui diversi premi World Press Photo. Nel 2002 gli viene assegnata la Robert Capa Gold Medal per il suo lavoro in Afghanistan.
Parallelamente all’attività di reporter, Delahaye sviluppa una ricerca personale che trova espressione in una serie di progetti fondamentali. «Portraits/1» raccoglie immagini di senzatetto realizzate all’interno di cabine per fototessere a Parigi; «Winterreise» (2000) nasce da un viaggio in Russia e documenta, in forma diaristica, le conseguenze delle trasformazioni sociali e politiche del paese;«L’autre» (2002) è una serie di fotografie realizzate clandestinamente nella metropolitana parigina, incentrate sull’alterità e sulla percezione dello spazio urbano. A partire dal 2001 Delahaye avvia un cambiamento decisivo, abbandonando progressivamente il formato della stampa editoriale per adottare il grande formato panoramico e una modalità di presentazione pensata per lo spazio espositivo. Questo passaggio segna una nuova fase del suo lavoro, in cui la fotografia diventa un “quadro” da osservare al muro, capace di registrare la complessità del reale attraverso una distanza calcolata e una neutralità metodica. Progetti come «Histoire» testimoniano questa transizione, collocando eventi contemporanei all’interno di una costruzione visiva rigorosa e anti-spettacolare. Negli anni successivi Delahaye affronta temi legati ai conflitti globali, alle crisi politiche e ai luoghi del potere: dalle guerre in Iraq, Siria e Ucraina, alle catastrofi naturali come il terremoto di Haiti, fino ai rituali istituzionali e alle conferenze internazionali. Le sue immagini, spesso di grande formato e dai colori intensi, rifiutano l’enfasi emotiva per proporre uno sguardo distaccato e analitico sul mondo contemporaneo.
Le opere di Delahaye sono state esposte in numerose mostre personali in istituzioni internazionali, tra cui il Huis Marseille – Museum for Photography di Amsterdam, il J. Paul Getty Museum di Los Angeles, lo Sprengel Museum di Hannover, il Cleveland Museum of Art, il National Science and Media Museum di Bradford e la Kunsthal di Rotterdam. I suoi lavori fanno parte di importanti collezioni pubbliche e private, tra cui il Centre Pompidou di Parigi, il Museum of Modern Art di New York, la Tate Modern di Londra, l’International Center of Photography di New York, il J. Paul Getty Museum di Los Angeles, il Museum of Fine Arts di Boston e il MUSAC – Museo de Arte Contemporáneo de Castilla y León. Nel corso della sua carriera ha ricevuto numerosi premi internazionali, tra cui il Prix Niépce (2002), il Deutsche Börse Photography Prize (2005), l’ICP Infinity Award (2001) e il Prix Oskar Barnack (2000). Dal 2011 è rappresentato dalla Galerie Nathalie Obadia, con sedi a Parigi e Bruxelles.
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