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Luca Beatrice, foto di Daniele Ratti

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Luca Beatrice, foto di Daniele Ratti

Luca Beatrice. Un anno dopo, la critica come atto di presenza

A un anno dalla sua scomparsa, la figura di Luca Beatrice continua a occupare uno spazio preciso e riconoscibile nel panorama dell’arte italiana

Ginevra Borromeo

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A un anno dalla sua scomparsa, la figura di Luca Beatrice continua a occupare uno spazio preciso e riconoscibile nel panorama dell’arte italiana: quello di una voce libera, colta, mai accomodante, capace di tenere insieme rigore critico e passione civile. La sua assenza pesa non solo per ciò che ha scritto e curato, ma per ciò che rappresentava nel dibattito culturale contemporaneo: una presenza attiva, dichiarata, profondamente coinvolta.

Luca Beatrice non ha mai concepito la critica come esercizio neutro o distaccato. Al contrario, ne ha fatto un atto di presa di posizione, un gesto di responsabilità nei confronti dell’arte e del suo tempo. Nei suoi testi, nelle mostre curate, negli interventi pubblici, emergeva sempre una convinzione profonda: che l’arte fosse un territorio vivo, attraversato da conflitti, idee, visioni del mondo, e che il critico avesse il dovere di entrarvi senza timore. Storico dell’arte di formazione, ma intellettuale nel senso più pieno del termine, Beatrice ha saputo leggere il contemporaneo con uno sguardo che rifiutava le mode e le ortodossie. La sua attenzione per la pittura, per la cultura pop, per le contaminazioni tra arte, musica, design e politica, ha contribuito a scardinare gerarchie consolidate e a restituire complessità a un sistema spesso tentato dall’autoreferenzialità.

Chi lo ha conosciuto ricorda la sua energia instancabile, la capacità di argomentare con chiarezza anche le posizioni più controcorrente, l’ironia sottile che accompagnava il confronto intellettuale. Beatrice non cercava il consenso facile: cercava il dialogo, anche quando questo significava esporsi, dividere, generare discussione. In un’epoca in cui la critica tende spesso a smussare gli spigoli, la sua franchezza resta un’eredità preziosa. Il suo lavoro curatoriale, dalle istituzioni museali alle grandi esposizioni, rifletteva la stessa coerenza: costruire narrazioni leggibili, non ideologiche ma profondamente consapevoli del contesto storico e sociale. L’arte, per Beatrice, non era mai un fatto isolato, ma un linguaggio capace di intercettare le tensioni del presente, di parlare a pubblici diversi, di uscire dalla propria zona di comfort.

A un anno dalla sua morte, ciò che manca forse di più è proprio questa capacità di stare nel dibattito senza arretrare, di difendere l’autonomia del pensiero critico senza rinunciare alla passione. Luca Beatrice ha incarnato una critica vissuta come forma di presenza, come partecipazione attiva alla costruzione del senso dell’arte nel nostro tempo.

Ricordarlo oggi significa riconoscere il valore di una voce che non si è mai sottratta al rischio del pensiero. E interrogarsi, con onestà, su quanto quella lezione sia ancora necessaria.

Ginevra Borromeo, 16 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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