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Francesco Solimena, «Autoritratto»

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Francesco Solimena, «Autoritratto»

Meditazione sul concetto di stile come espressione autentica dell’individuo

Note strinate • Alessandro Scarlatti può essere considerato simbolo illuminista di un’epoca in cui l’arte mirava a coniugare eccellenza tecnica, coerenza formale, educazione del gusto e ideale di armonia civile

Claudio Strinati

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C’era una volta una magnifica orchestra sinfonica della Rai installata, dal 1949, a Napoli; si chiamava Alessandro Scarlatti, ma dal 1992 non esiste più. Da giovane mi chiedevo perché mai fosse stata intitolata appunto al palermitano Alessandro Scarlatti, musicista di certo eminente, ma oggi (anche se questo oggi era allora!) non così famoso. Semmai, pensavo, lo fu uno dei figli, il formidabile Domenico Scarlatti, un vero e innovativo genio musicale del Settecento italiano con i suoi mirabolanti «Essercizi per gravicembalo» (pare ne abbia scritti 555 e sono tutti belli) che noi moderni chiamiamo Sonate.

Ma adesso credo di aver capito come Alessandro (1660-1725) sia stato sul serio uno di quei grandi dell’età dell’Illuminismo che nel loro lavoro hanno reso ben intellegibile il significato profondo della celebre frase pronunciata, a quasi trent’anni dalla scomparsa di Alessandro Scarlatéi, dal cospicuo scienziato Georges-Louis Leclerc de Buffon nel Discours sur le style da lui tenuto nel 1753 in occasione della sua nomina a membro dell’Académie française: «Lo stile è l’uomo». Il termine stile è oggi usato soprattutto in campo artistico, moda compresa. Malgrado gli sviluppi della ricerca scientifica in questo campo, ancora adesso il conoscitore attribuisce con certezza (ancorché sia una «contradictio in adiecto») l’opera scrutinata alla mano del… grazie al suo occhio infallibile che gli consente di riconoscere lo stile del…, anche se in tutte le storie dell’arte di filologico fondamento si legge come prima del tempo di Scarlatti, più o meno, non si dicesse stile ma maniera, tesi opinabile ma consolidata. 

Lo stile, nella formulazione del dotto discorso di Buffon (che diverrà ben presto moneta corrente e luogo comune apparentemente vuoto di reale contenuto) è un Dna, un’impronta digitale dello spirito che spetta effettivamente a un solo individuo, anche se risulta simile per una miriade. Ma simile, non identico. E questo giustifica la logica dell’attribuzione, anche giudiziaria, che, se ben condotta, non confonde mai il concetto o criterio della somiglianza con quello dell’identità. Alessandro Scarlatti operò in questa direzione di consapevolezza. La sua arte, di incomparabile dottrina e fervida creatività, ambiva a raggiungere quale obiettivo primario l’organicità e peculiarità dello stile che era la sua stessa persona concretizzata nella forma artistica. La persona, si badi bene, intesa nel senso con cui oggi spendiamo la parola personalità, non la vita reale da lui vissuta e riflessa nei contenuti dell’opera realizzata in quanto rappresentazione autobiografica che è l’esatto opposto. Ma lo stile nell’ottica rigorosa di Buffon è manifestazione integrale e veridica del sé, ossia è il comportamento nella vita reale, la cui espressione più vera e profonda è la fornitura dell’eccellenza artistica e tale termine pare assurdo ma nell’età della specializzazione del lavoro, la prima età della civiltà delle macchine, è idoneo a garantire quell’esigenza del cosiddetto buon gusto che sarà la contraddittoria anticamera illuminista dello spirito romantico. Questo lo stritolerà nell’afflato impetuoso, ma non potrà mai negarne la necessità perché la perdita o la sottovalutazione dello stile potrebbe mettere in crisi sia l’idea di una vita sociale e politica volta al benessere dell’umanità, sia la meravigliosa idea che l’opera d’arte in qualunque tecnica formulata è veramente un beneficio da riproporre continuamente di fronte al fortunatamente implacabile variare del gusto e delle abitudini. 

Alessandro Scarlatti in tal senso è veramente un emblema ed è bellissimo leggere su tale ambito di pensiero un libro memorabile di un eminente musicologo, Luca Della Libera, che racconta appunto questa storia pur stando ben aderente alla filologia specifica, con un titolo che dice molto: Con la dovuta humiltà del mio profondo rispetto. Le lettere della famiglia Scarlatti ad Annibale Albani (219 pp., LIM, Lucca 2025, € 30). Ci porta nel tempo appunto dell’Illuminismo al suo vertice che culminerà nella prima stagione neoclassica e nella potente affermazione di quel genere pittorico che ancora oggi, e con non poche forzature, chiamiamo del Vedutismo perfetto, equivalente visivo dell’ascolto musicale secondo la normativa del sentimento calato nell’integralità dello stile. In un certo senso Caspar van Wittel, Bernardo Canal e ben presto anche il suo giovanissimo e genialissimo figlio che tutti ricorderanno come il Canaletto, sono fratelli di un compositore come Alessandro Scarlatti. Così come fu il vero e proprio inventore del «buon gusto» figurativo illuminista, Francesco Solimena, il maestro di tutti i napoletani, e per qualche tempo del mondo intero, di Alessandro Scarlatti quasi coetaneo e che sommamente apprezzò. Sono maestri che pretenderanno di parlare sia agli intendenti, sia al più vasto pubblico dell’arte, come era sempre successo, intendiamoci, ma adesso con una componente di consapevolezza e di educazione che indicava quel migliore dei mondi possibili di cui vagheggiava Leibniz nei suoi mirabili e visionari Saggi di Teodicea del 1710, senza però riuscire a definirne bene i contorni.

Claudio Strinati, 18 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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