Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Anna Saba Didonato
Leggi i suoi articoliCon «Fire», il dramma del popolo palestinese, e di tutti noi, spettatori inermi, irrompe nella Galleria Giampaolo Abbondio (fino al 14 giugno), a Todi (PG). Ad appiccare questo incendio è Andrei Molodkin che, con questa mostra, a cura di Giusy Caroppo, dà avvio a un nuovo percorso di ricerca basato su «l’indagine criminale condotta con un processo investigativo, che diventa parte della storia dell’arte», come lui stesso afferma.
La durezza e la drammaticità dei nostri tempi impongono all’artista russo un cambiamento linguistico, per meglio relazionarsi con la contemporaneità. Insieme all’uso quasi ossessivo della biro di colore blu, che in questo caso costituisce la cifra stilistica. Ecco che brandelli cianotici di realtà restituiscono il male che non conosce soluzione di continuità. Un male che viene analizzato e restituito impietosamente, con la precisione dei metodi di investigazione propri dell’Fbi e della Cia. La possibilità di identificare gli autori degli orrori, perpetrati quotidianamente ai danni della popolazione palestinese, consente all’artista di dare un volto e un nome a quei criminali. Il dittico «The massacre of the innocents» non costituisce solo un atto di accusa nei confronti dei responsabili di quegli orrori - di cui sono indicati nomi, cognomi, nazionalità e corpo militare di appartenenza - ma è anche un memorial dedicato alle vittime, identificate con i loro nominativi, la nazionalità, l’età anagrafica e l’indicazione «dispersi» o «uccisi». In continuità con la tradizione sovietica, per la quale è importante preservare la memoria delle vittime di repressioni. Le due grandi tele sono quasi identiche, a differenziarle è la tonalità di blu della biro: una più chiara, l’altra dal tratto più fitto e scuro, nel segno dell’approssimarsi di quell’abisso propiziato dall’«eternal darkness», dal nome dell’operazione militare lanciata dall’IDF contro il Libano.
Installation view della mostra «Fire». Courtesy of Giampaolo Abbondio
Il dittico «The massacre of the innocents». Courtesy of Giampaolo Abbondio
Da un punto di vista iconografico, il dittico è il risultato di approfonditi studi sul tema de «la Strage degli innocenti», che spaziano dal ciclo decorativo del soffitto ligneo della chiesa svizzera di Saint Martin a Zillis (XII sec.), alle opere del primo Seicento di Guido Reni e Nicolas Poussin, fino a quella di Sébastien Bourdon, conservata presso il Museo dell'Hermitage di San Pietroburgo. Gli studi preparatori, esposti in mostra, sono una narrazione del percorso di ricerca che ha condotto Molodkin fino al dittico: dallo studio del simbolismo dei gruppi umani rappresentati, a quello dello spazio in cui si svolge la scena; dalla documentazione fotografica dei militari israeliani, all’identificazione mediante procedure investigative. La tragicità dei corpi esanimi, martoriati dalla guerra, pianti da chi non ha più lacrime per farlo, stride con la baldanza e il cameratismo dei militari armati fino ai denti, scortati dai loro carri della morte. Sullo sfondo, la monumentalità di antiche vestigia in rovina allude alla grandezza della storia e della civiltà di un popolo, quello palestinese, assurto a simbolo di una sopraffazione universale, dinanzi alla quale nessuno può praticare l’indifferenza.