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Camilla Sordi
Leggi i suoi articoliSotheby’s porta a Londra, il prossimo 4 marzo, un nucleo compatto ma di altissimo profilo. Quattro dipinti che attraversano mezzo secolo di storia dell’arte, dall’Impressionismo maturo alle soglie del modernismo industriale. Inseriti nella Modern & Contemporary Evening Auction, i dipinti vantano una stima complessiva di 17-24 milioni di sterline e raccontano, ciascuno a suo modo, una tappa decisiva nell’evoluzione del linguaggio moderno. Dal giardino mediterraneo di Claude Monet, già appartenuto a John Singer Sargent, alla Marsiglia luminosa di Paul Signac, custodita a lungo nella famiglia dell’artista; dalla tensione urbana e meccanica di Fernand Léger allo sguardo penetrante di Edgar Degas dietro le quinte dell’Opéra di Parigi. La selezione si distingue per qualità museale, provenienze illustri e forte risonanza storico-artistica.
Dipinto nel 1884 durante il soggiorno di dieci settimane sulla Riviera ligure, «Maison de jardinier» di Claude Monet cattura uno dei momenti più trasformativi della carriera dell’artista. A Bordighera Monet si confronta con una luce radicalmente diversa da quella normanna: intensa, abbacinante, capace di dissolvere i contorni e di incendiare la vegetazione esotica. Il giardino di Francesco Moreno, soggetto dell’opera, diventa un laboratorio ottico. Monet non vi si accosta come a un idillio, ma come a un problema pittorico da risolvere. Ritorna sullo stesso motivo, varia l’angolazione, scompone la luce in vibrazioni cromatiche sempre più ardite. I dipinti eseguiti in quelle settimane sono oggi rarissimi sul mercato; molti sono conservati in istituzioni come il Musée d’Orsay o il Metropolitan Museum of Art. La provenienza aggiunge ulteriore prestigio. Acquistato nel 1891 da John Singer Sargent, amico e sostenitore di Monet, il quadro entrò poi in importanti collezioni americane, tra cui quella di Sarah Choate Sears, raffinata protagonista del collezionismo impressionista oltreoceano. La stima è di 6,5-8,5 milioni di sterline.
Paul Signac, Marseille, le port
Eseguito nel 1934, «Marseille, le port» di Paul Signac appartiene alla stagione tarda dell’artista, quando il maestro del Neo-Impressionismo torna con insistenza ai porti francesi, sintesi perfetta delle sue passioni: il mare e la pittura. Velista instancabile, Signac osserva barche, moli e riflessi con l’occhio analitico di chi traduce la realtà in partiture di colore. L’opera rimase a lungo nella famiglia dell’artista. Dalla figlia Ginette passò nel 1968 a Henri Cachin, dettaglio che ne rafforza l’eccezionalità sul mercato. La veduta di Marsiglia vibra di tocchi puri e luminosi, orchestrati secondo i principi divisionisti ma con una libertà ormai pienamente novecentesca. Il porto non è soltanto un luogo, ma un campo di forze cromatiche e strutturali. La stima è di 4-6 milioni di sterline.
Edgar Degas, Scène de ballet
Databile intorno al 1885, «Scène de ballet» di Edgar Degas riassume l’ossessione dell’artista per il mondo della danza, esplorato in oltre millecinquecento opere. Qui Degas intreccia palcoscenico e retroscena in un’unica composizione. I tutù si accendono in lampi di colore, quasi dissolvendosi nella scenografia, mentre i corpi delle ballerine al centro sono resi con precisione anatomica sorprendente. La superficie pittorica, lavorata con energia - talvolta con il pollice, come rivelano le tracce materiche - vibra tra figurazione e astrazione. Nell’ombra compare una figura maschile in nero, un maestro di ballo o, più probabilmente, uno degli habitué dell’Opéra, allusione sottile alla dimensione sociale e ambigua del balletto parigino. La stima è di 2,5-3,5 milioni di sterline.
Fernand Léger, Les Hommes dans la ville
Con «Les Hommes dans la ville» del 1919, stimato 4-6 milioni di sterline, Fernand Léger affronta il tema della ricostruzione postbellica e della nuova estetica industriale. L’opera è strettamente connessa alla versione di maggiori dimensioni conservata nella Peggy Guggenheim Collection di Venezia, segno della centralità del soggetto nella sua produzione. Tubi, valvole, ingranaggi e frammenti architettonici si intrecciano a bande di colore primario non modulato. Léger abbandona la scomposizione cubista per un processo di assemblaggio. Lo spazio si appiattisce, la profondità è compressa, le forme oscillano in un ritmo quasi jazzistico. La città non è descritta, ma costruita come un organismo meccanico vitale, emblema della fiducia e dell’energia della Parigi del dopoguerra.
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