Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Una foto dal set del film «Novecento», 1976, di Bernardo Bertolucci

© Fondazione Bernardo Bertolucci

Image

Una foto dal set del film «Novecento», 1976, di Bernardo Bertolucci

© Fondazione Bernardo Bertolucci

Nella casa dei Bertolucci, dove le stanze sono abitate da poesia, cinema, teatro e letteratura

Il poeta Attilio, il regista Bernardo, l’irrequieto Giuseppe: una famiglia accomunata dall’idea che l’arte non è mai un oggetto da contemplare, ma un ambiente in cui vivere.  Un volume Electa li racconta «dalla A alla Z» come in un montaggio cinematografico, mentre a Parma una mostra celebra i cinquant’anni del fluviale «Novecento»

Le famiglie italiane di solito si spiegano con un albero genealogico. I Bertolucci no. Per orientarsi serve piuttosto una mappa, o meglio ancora una casa. Una casa poetica, come la definisce Michele Guerra, fatta di stanze comunicanti dove poesia, cinema, teatro e letteratura convivono senza gerarchie. Bertolucci dalla A alla Z (384 pp., ill. col. e b/n, Electa, Milano 2026, € 45) nasce proprio così: non come una biografia ordinata, ma come un attraversamento. Ottantacinque voci, tante quanti gli anni che Bernardo Bertolucci avrebbe compiuto il 16 marzo 2026, per raccontare un ecosistema culturale prima ancora che una famiglia.

Il libro, quindicesimo titolo della collana A-Z, prende una strada curiosa: invece di separare i tre protagonisti, li tiene insieme. Attilio, il poeta capace di dettare recensioni al telefono alla «Gazzetta di Parma»; Bernardo, il regista che da ragazzo folgorò Martin Scorsese; Giuseppe, autore inquieto e inventore teatrale che contribuì a lanciare Roberto Benigni. Personalità diverse, certo, ma legate da un continuo scambio di idee, amicizie, visioni politiche e artistiche. Leggendo una voce dedicata ad Attilio, per esempio, capita spesso di incontrare Bernardo o Giuseppe dietro l’angolo. È il metodo Bertolucci: nessuna identità isolata, tutto vive per relazione.

Il formato alfabetico, che sulla carta dovrebbe mettere ordine, qui fa l’opposto. Le voci (dalla A di ABCinema alla Z di Zavattini) funzionano come un montaggio: un salto da Verdi a David Bowie, da Casarola al jazz, dalla cinefilia ai fumetti. Il libro si apre anche a caso, come un mazzo di carte. Ed è forse la forma più adatta per raccontare Bernardo Bertolucci, regista che ha sempre preferito le traiettorie laterali alle strade dritte. Uno che sapeva che «filmare è vivere, e vivere è filmare. È semplice, nello spazio di un secondo guardare un oggetto, un volto, e riuscire a vederlo ventiquattro volte». Non una poetica, ma quasi una fisiologia dello sguardo.

 

Memoria politica di un decennio febbrile

Nel frattempo, un altro anniversario rimette il suo cinema al centro: i cinquant’anni di «Novecento», il film-fiume del 1976 che racconta mezzo secolo di storia italiana attraverso i destini opposti e paralleli di Olmo e Alfredo. Un’opera gigantesca (317 minuti nella versione originale) con un cast che sembra un piccolo atlante del cinema internazionale: Robert De Niro, Gérard Depardieu, Dominique Sanda, Stefania Sandrelli, Burt Lancaster, Donald Sutherland. Dietro la macchina da presa, Vittorio Storaro alla fotografia ed Ennio Morricone alla musica. Il risultato è una specie di romanzo epico girato in pianura padana, dove la Storia non è un fondale ma una corrente che trascina tutto.

Eppure, anche lì, dentro quell’ambizione monumentale, resta qualcosa di più personale, quasi contraddittorio. Bertolucci lo dice senza filtri: «Io sono borghese fino alle cellule più infinitesimali… la dolcezza di vivere della borghesia… nostalgia degli anni d’oro della borghesia in me, vera». Una dichiarazione che non assolve, ma complica. Perché il suo cinema non ha mai funzionato per appartenenze nette: è sempre stato un campo di tensione tra desiderio e ideologia, tra storia collettiva e memoria privata.

Non a caso, «Novecento» nasce anche come gesto politico situato. «Eravamo nel 1976, in pieno compromesso storico e mi sembrava di dover celebrare un rito…», raccontava. Ma i riti, si sa, possono sfuggire di mano. Lo stesso Bertolucci ricorda quel dibattito organizzato da «Paese Sera», l’abbraccio iniziale di Giancarlo Pajetta e poi la rottura, l’uscita furiosa di fronte alle immagini della Liberazione, alle vendette, ai processi popolari. Da lì, qualcosa si incrina: «La mia tessera del Pci… si è andata via via scolorendo… alla metà degli anni Ottanta ho smesso di rinnovarla». Più che una crisi, un passaggio. Un altro tipo di metamorfosi.

La mostra «Bernardo Bertolucci. Il Novecento», a Parma (nel Palazzo del Governatore, dal 27 marzo al 26 luglio, a cura di Gabriele Pedullà) prova oggi a riaprire quella corrente. Non tanto per trasformare il film in reliquia, quanto per rimetterlo in circolazione: tra letteratura, fotografia, arte contemporanea e memoria politica di un decennio febbrile. Anche qui, come nel libro, l’idea non è ordinare, ma attraversare.

È questa la chiave per leggere oggi i Bertolucci, che sono eredità da custodire, ma soprattutto ambiente da abitare. Un luogo dove le contraddizioni non si risolvono, ma convivono. Dove il cinema resta un mito, e i miti, si sa, non si spiegano. «Il mito è qualcosa di fronte a cui non hai bisogno di pensare, è una certezza superiore», diceva Bertolucci, rivendicando una posizione quasi passiva davanti alle immagini, come se fossero già cariche di senso prima ancora di essere interpretate.

Dentro questa casa, allora, si entra senza istruzioni. Si passa da una stanza all’altra, si ascoltano voci diverse, si incrociano tempi che non coincidono mai del tutto. E ogni tanto, tra una pagina e l’altra, affiora anche un’altra verità più intima, quasi sussurrata: «La solitudine può essere una tremenda condanna o una meravigliosa conquista». È anche da qui che nasce il cinema di Bertolucci: da una solitudine attraversata, mai subita, sempre trasformata in relazione.

In questo senso, Bertolucci dalla A alla Z e la mostra sembrano dialogare senza essersi messi d’accordo. Entrambi evitano la tentazione del monumento. Preferiscono il movimento. Perché se c’è una cosa che attraversa tutta la storia dei Bertolucci (dal poeta Attilio al regista Bernardo fino all’irrequieto Giuseppe) è l’idea che l’arte non sia mai un oggetto da contemplare, ma un ambiente in cui vivere.

Una casa, appunto. Con molte porte. E con qualcuno che, da una stanza all’altra, continua a parlare.

«Bertolucci dalla A alla Z», a cura di Michele Guerra, 384 pp., ill. col. e b/n, Electa, Milano 2026, € 45

Germano D’Acquisto, 18 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

Nella casa dei Bertolucci, dove le stanze sono abitate da poesia, cinema, teatro e letteratura | Germano D’Acquisto

Nella casa dei Bertolucci, dove le stanze sono abitate da poesia, cinema, teatro e letteratura | Germano D’Acquisto