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Bartolomeo Pietromarchi
Leggi i suoi articoli«Difenderemo con tutte le nostre forze il diritto alla libertà di espressione; condanniamo la repressione e l’uccisione dei manifestanti e siamo al fianco del popolo iraniano». L’appello pubblicato su Instagram da Jafar Panahi il 9 gennaio, firmato da 184 registi iraniani, è uno dei documenti più netti usciti dal mondo culturale nei giorni più tesi delle proteste che hanno riportato in piazza centinaia di migliaia di persone. Panahi, tra i cineasti iraniani più noti a livello internazionale, è oggi all’estero per promuovere il suo ultimo film «Un semplice incidente» (2025), acclamato tra Cannes e Venezia e selezionato dalla Francia nella corsa agli Oscar. Critico del regime da sempre, vive sotto sorveglianza costante e continua a subire condanne e pressioni. Eppure, a differenza di molti artisti passati alla diaspora, ha scelto di restare: vive e lavora ancora in Iran. Una decisione che oggi pesa come una dichiarazione politica. Così come lo è questo film, girato in totale clandestinità nonostante il divieto di filmare che da anni gli viene imposto nel suo Paese.
Teheran prima del gelo
Sono andato a Teheran più volte tra il 2015 e il 2017 e ricordo la vitalità sorprendente della scena indipendente: gallerie, spazi non profit, fondazioni, iniziative «artist run». Molti erano guidati da giovani artisti di forte ambizione intellettuale. La censura era evidente e il margine di libertà restava stretto, soprattutto sui temi politici. Ma in quel momento l’Iran sembrava, con cautela, allentare la presa e riaprire un dialogo timido con il mondo. Era una combinazione rara: una tradizione raffinata e viva, profondamente interiorizzata, e insieme una curiosità quasi vorace per ciò che arrivava dall’estero. Il tutto accompagnato da un senso dell’ospitalità straordinario. Poi quella finestra si è richiusa. O forse è stato proprio allora che le rivolte hanno iniziato a susseguirsi più ravvicinate, rendendo più leggibile un desiderio di cambiamento reale. Di certo, dal 2019 tutto si è irrigidito.
Dal 2019: l’arte come sopravvivenza
Per capire come la scena indipendente abbia attraversato questi anni mi sono rivolto a Neda, curatrice indipendente e ricercatrice universitaria, che ha vissuto e lavorato a Teheran fino al 2019 prima di trasferirsi a Londra. Continua a tornare regolarmente, e per questo preferisce restare anonima. «La prima cosa da capire, mi dice, è che oggi in Iran fare arte non è più un gesto culturale che corre accanto alla politica. È una pratica di sopravvivenza». Dal 2019 protesta, repressione, collasso economico e isolamento internazionale si sono fusi nella quotidianità, producendo una condizione continua: uno stato di eccezione permanente. «L’arte non risponde alla politica, conclude. L’arte è azione politica». Per lei, lo spartiacque è stato novembre 2019: violenza nelle strade, blackout informativi, cancellazione sistematica degli eventi. Per anni metafora e allusione sono state strategie di resistenza: dire senza dire, criticare senza esporsi. Dopo il 2019 quel linguaggio non basta più. La domanda diventa più dura: la rappresentazione è ancora possibile, ed è ancora eticamente sostenibile?
La pandemia e i nuovi linguaggi
Poi arriva la pandemia: lockdown, malattia, morte di massa. La vulnerabilità non è più un tema ma una condizione condivisa. Gli spazi chiudono, le istituzioni si fermano, la produzione si ritira in forme private e fragili. L’incompletezza smette di essere un limite e diventa grammatica: il processo sostituisce il prodotto. E cambiano i linguaggi: i media non vengono più scelti per preferenza estetica ma per resistenza. Il video esplode come testimonianza nel tempo, tra opera, documento e memoria. Performance e pratiche corporee diventano urgenti perché il corpo stesso si impone come campo di battaglia, soprattutto quello femminile: esposto, controllato, politicizzato. Testi, suoni, archivi personali, immagini raccolte e custodite: tutto ciò che può impedire al presente di sparire.
Mercato, isolamento, diaspora
Nel frattempo anche il sistema dell’arte si spezza. Pressione economica, censura e rischio istituzionale spingono molti a partire. Una nuova diaspora iraniana, soprattutto giovanile, popola città europee e americane, portando con sé una generazione di esuli culturali che restano profondamente attaccati alle sorti del loro Paese, portatori di una cultura fortemente identitaria. «Dopo tutto ciò che è accaduto, dice Khashayar Javanmardi, celebre fotografo, emigrato in Svizzera e oggi fotografo ufficiale della Fondazione Platform 10, sento ancora più urgente tenere l’Iran vivo dentro di me e non lasciare che la mia cultura si affievolisca. Anche se non posso vivere nel mio Paese, mi aggrappo con più forza ai valori che mi ha trasmesso: letteratura, filosofia, una profonda idea di amore. Preservare questi valori (non come credenze, ma come essenza umana universale) è diventato fondamentale».
Tra le ragioni della partenza ci sono, ci dice la regista e artista multidisciplinare Tara Aghdashloo, condizioni «soffocanti»: «L’inflazione è devastante. Per un pittore comprare i materiali di base è quasi impensabile. Anche lavorare con l’estero dall’Iran è pieno di ostacoli: spedire opere, ricevere pagamenti, essere presenti f isicamente. Persino ottenere visti per fiere, mostre e residenze è estremamente difficile e costoso». Le gallerie rimaste operative sono spesso costrette a programmazioni prudenti: scelte pragmatiche più che ciniche, ma con un effetto chiaro. Aumenta la distanza tra spazi ufficiali e produzione critica. Amirhossein Bayani, pittore ed ex docente universitario oggi di base a Londra ma che torna sovente a Teheran, lo riassume così: «L’arte iraniana contemporanea nasce dentro le crisi e dentro la vita vissuta». E aggiunge: «Il problema più grave è l’isolamento. Non c’è scambio né investimento, gli stranieri non possono venire. Nessuno ci conosce davvero. Noi artisti siamo vittime di censura, repressione e isolamento».
Eppure fuori dall’Iran l’interesse cresce in musei, biennali, mercati occidentali... Ma questa visibilità porta un’altra trappola: incorniciare l’arte iraniana dentro narrazioni preconfezionate di crisi e trauma, riducendo pratiche complesse a storie «consumabili» di sofferenza. Il pittore iraniano-britannico Afshin Naghouni racconta il peso di questo sguardo: «Ho sempre voluto essere riconosciuto come artista, non etichettato come “artista iraniano”. Ma tutto viene letto in un altro contesto. Ho sentito pressione a diventare rappresentativo invece che singolare. Difendere ambiguità e complessità è una negoziazione continua».
2022: «Donna, Vita, Libertà»
Quasi tutti concordano che il 2022 è stato il punto di non ritorno: l’insurrezione «Donna, Vita, Libertà». Qui l’arte non accompagna la protesta: si fonde con essa. Immagini, performance, azioni di strada dissolvono i confini tra opera, gesto politico e vita quotidiana. E non riguarda solo le arti visive. Musica e cinema seguono traiettorie simili: la musica indipendente, immediata e digitale diventa testimonianza diretta; il cinema attraversa una crisi della narrazione, interrogandosi non solo su che cosa si può mostrare, ma su chi ha diritto di raccontare. E a quale costo. Molti progetti restano incompiuti o volutamente frammentari. Tara Aghdashloo insiste sulla trasformazione del linguaggio cinematografico: «Dal 2022 filmmaker e artisti hanno compiuto uno sforzo coraggioso per sciogliere un linguaggio segnato per decenni dalla censura. È emersa una maggiore aderenza tra rappresentazione e realtà vissuta. Ma lavorare in Iran resta pieno di ostacoli: dai permessi fino ai vincoli burocratici e securitari». La stessa traiettoria emerge nelle parole di Tala Madani, tra le pittrici più celebrate della sua generazione. Nata a Teheran nel 1981, vive a Los Angeles (ha appena chiuso una personale a Londra da Pilar Corrias), ma resta profondamente legata al destino del suo Paese. Dal 2022 vede un cambio generazionale netto: una generazione più giovane ha rotto l’esitazione e scelto un linguaggio più diretto, pronta a esporsi come mai prima. Madani mantiene contatti costanti e prova a offrire una finestra sul mondo esterno: un ponte, una rete, un passaggio.
Oggi: blackout e sospensione
Guardati insieme, questi anni raccontano un campo culturale sotto pressione permanente. Frammentazione e incompletezza non sono scelte estetiche: sono sintomi strutturali di repressione, precarietà, erosione istituzionale e di uno sguardo globale che sorveglia e semplifica. E oggi questa pressione torna a stringere. Negli ultimi giorni l’Iran appare di nuovo vicino a una trasformazione rivoluzionaria: più forte, più diretta e più orientata al cambio di regime rispetto alle fasi precedenti. È un momento senza nome definitivo e senza esito chiaro, perché è ancora in corso. Con l’intensificarsi delle manifestazioni, le autorità hanno imposto un blackout quasi totale delle comunicazioni a partire dallo scorso 8 gennaio, interrompendo internet e servizi telefonici in gran parte del Paese. Contattare artisti e galleristi è quasi impossibile. In mezzo a una nuova ondata di proteste, il campo artistico viene colpito ancora una volta: gallerie e spazi sospendono le attività, programmi pubblici cancellati, visibilità istituzionale ridotta ai minimi. Eppure questo momento porta con sé il peso accumulato di anni di repressione e rivolta interrotta. Per questo l’arte iraniana dal 2019 non può essere letta con parametri tradizionali di progresso o innovazione. Molta è fragile, incompleta, esposta al rischio di cancellazione. Il suo valore non sta nell’offrire soluzioni, ma nell’insistere sulla verità: documentare, produrre resistenza, rifiutare la normalizzazione. In questi anni l’arte iraniana è stata meno un oggetto che una condizione: un modo di esistere dentro una repressione multidimensionale senza addomesticarla. E senza mentire su di essa.
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