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Claudio Strinati
Leggi i suoi articoliAlla mostra «I Macchiaioli» al Palazzo Reale di Milano (3 febbraio-14 giugno, a cura di Francesca Dini, Elisabetta Matteucci e Fernando Mazzocca, con uno splendido catalogo edito da Moebius), allestita in occasione delle Olimpiadi e Paralimpiadi di Milano Cortina 2026, il mio desiderio più forte è stato quello di riposare lo sguardo e il pensiero di fronte a «Il canto di uno stornello» (conservato a Firenze a Palazzo Pitti) di Silvestro Lega (1826-95), testimone magnifico e commovente di un tempo di pace, di felicità e incomparabile serenità interiore, un quadro che corrisponde alla realtà esistenziale del maestro all’atto dell’esecuzione del capolavoro, il 1867, e nello stesso tempo assume il respiro di un emblema universale. Lega, che col gruppo dei Macchiaioli aveva sempre avuto un rapporto di stretta vicinanza e insieme di altrettanto orgogliosa indipendenza, rappresenta qui quella dimensione dell’equilibrio e della gioia interiore, le cui radici figurative sono senza dubbio nel grande Umanesimo fiorentino del Quattrocento, come da consolidata tradizione critica, filtrato attraverso il culto della luce chiara, trasparente, fresca e pulita che ha un’altrettanto possente matrice fiamminga, del resto consustanziale alla fase matura dell’Umanesimo fiorentino quando Piero di Cosimo, per citare il caso forse più clamoroso, vede con gli stessi occhi che erano stati di Van Eyck e Van der Weyden.
Firenze, quando Lega dipinge, durante il felice soggiorno a Piagentina, «Il canto di uno stornello», era la capitale del Regno d’Italia e un clima di fervori contestualmente patriottici e internazionalistici governava i grandi centri di aggregazione culturale come il mitico Caffè Michelangiolo, già ridimensionato, però, all’atto della stesura del dipinto. I personaggi di Lega vogliono una vita rasserenata e quieta. L’amata Vittoria Batelli suona e le due fanciulle (forse le altre due sorelle Batelli, ma forse anche no) cantano e non è chiaro se si tratti di una lezione di musica o soltanto di un intimo momento di teneri pensieri delle fanciulle in fiore. Passeranno una quarantina d’anni e Guido Gozzano consacrerà e annienterà insieme questo mondo nell’immortale poesia de L’amica di Nonna Speranza che è del 1907, anche se uscirà nel volume de I colloqui solo nel 1911, appena due anni prima che Proust pubblichi il primo libro della Recherche che proprio da questa condizione esistenziale trae il sublime spunto determinante.
Il sogno di un mondo forse, più che perduto, mai esistito, almeno per come riteniamo di ricordarlo, mentre è soltanto oggetto del desiderio di vivere tutta la propria esistenza secondo i parametri assimilati nella prima giovinezza, in qualunque epoca questa si sia effettivamente svolta. Così fu nell’immaginario solidissimo del grande pittore di Modigliana, in quel momento ai vertici stessi della metodologia macchiaiola insieme con quell’altro maestro eccellente che fu Odoardo Borrani. Per pochi anni, fino più o meno al 1870, l’universo macchiaiolo sale di livello pur concentrandosi preferibilmente sul frammento e sulla microstoria. Da quella eletta cultura toscana, ma non solo toscana, verranno lezioni decisive culminanti nel premio Nobel alla Letteratura a Giosuè Carducci nel 1906. Quel singolarissimo geniaccio toscano era di quella tempra, radicata nel respiro della terra, nel senso della patria, nel culto della famiglia e delle amicizie, che parla veramente a tutti ma a partire da un elitarismo finanche fastidioso. Guardando «Il canto di uno stornello» si pensa perlopiù alle composizioni di Luigi Gordigiani, il fine e delizioso musicista che ebbe una carriera soprattutto internazionale formidabile e fu poi pressoché dimenticato nel XX secolo e fino ad oggi. Lega doveva conoscerlo bene se non altro perché fu poi in contatto col figlio, lo stimato ritrattista Michele Gordigiani. Del resto c’era nelle abitudini dell’agiata classe borghese di Toscana, cui Lega appartenne ma in modo assai contraddittorio, quel gusto tanto amato dai visitatori anglosassoni della musica in casa, della conversazione in giardino, dell’arte che letteralmente ci accompagna nell’esistenza, marcando momenti che resteranno poi indimenticabili. Era un’abitudine cara persino al turbolentissimo e venerato Giuseppe Mazzini, egregio cantante e dilettante della chitarra riportata all’epoca in auge nella grande musica da Mauro Giuliani, un altro autentico maestro oggi misconosciuto. Lega dipinse molti anni dopo, nel 1873, il commovente quadro de «Gli ultimi momenti di Mazzini morente», destinato a restare tra i più solenni moniti che l’arte del XIX secolo ci abbia lasciato.
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