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Per un museo tra ricerca e accessibilità: parla Stefano Collicelli Cagol

Confermato per il prossimo triennio alla guida del Centro per l'Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato, il direttore discute del museo del futuro e delle sue «strategie» per adattarsi alla rimodulazione dei pubblici e della fruizione culturale

Matteo Bergamini

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Non si aveva da tempo una riconferma per un secondo mandato al Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato, presieduto da Lorenzo Bini Smaghi: precisamente dai tempi dell'ex direttore Marco Bazzini, ancor prima dell’ampliamento del museo ad opera dell’architetto Maurice Nio, inaugurato nel 2016. Oggi, a Stefano Collicelli Cagol (Padova, 1978) va il compito di traghettare l’istituzione per il prossimo triennio, arrivando quasi nell’anno di quello che sarà il 40mo anniversario del museo, nel 2028. «Il quarantennale non sarà mio in realtà, ma vediamo... magari lo organizzo», anticipa il direttore. «Sono molto contento di come sono andate le cose: abbiamo chiuso il 2024 con buoni numeri, tornando alle soglie pre Covid-19 con oltre 35mila ingressi. Inoltre, stiamo lavorando sulla comunicazione, investendo molto di più e pensando a nuove strategie per raccontarci in modo differente: oggi siamo bombardati dall’emozionalità e dalle immagini, per questo un’istituzione deve scegliere una linea chiara per rappresentarsi».

Senza dubbio, Stefano Collicelli Cagol ha bene in mente l’idea di un museo che si costruisce in maniera processuale e comunitaria, nonostante la precarietà dei nostri tempi e la consapevolezza che le direzioni molto spesso si chiudono in tempi troppo brevi, senza dar la possibilità di lanciarsi un poco oltre gli ostacoli; dirigere un museo, in fondo, non significa realizzare due, tre o quattro progetti, ma dare un input a lungo raggio per la vita e l’identità delle istituzioni del futuro: «C’è un tema per me molto importante, che voglio portare a termine con l’aiuto del Pnrr, ed è l’accessibilità (il Pecci ha ricevuto circa 230mila euro di fondi europei, Ndr). Questa condizione è stata sin da subito il mio pallino, senza immaginare che sarebbe diventata la chiave per unire tutti i punti che avevo in testa per quest’avventura. La questione fondamentale, per me, era riuscire a semplificare il modo in cui il pubblico si può muovere all’interno di questo spazio che oltre a essere un’architettura molto complessa, ospita quella che per qualcuno è la materia più respingente del mondo: l’arte contemporanea. Volevo, insomma, tentare di creare un ambiente accogliente e spingere sull’arte come sistema inclusivo, una disciplina che abbracci la persona in tutte le sfaccettature del proprio essere», spiega Collicelli.

A partire da queste sollecitazioni, una serie di mutazioni pratiche: l’abbattimento delle barriere architettoniche, cognitive e sensoriali, con mappe tattili installate dentro al museo ma anche negli autobus locali che portano al Pecci, i video in Lis che raccontano «Eccentrica», la mostra dedicata alla collezione permanente, con il display firmato da Formafantasma, i podcast per le persone ipovedenti e una serie di opere «toccabili» come quelle della prima commissione del museo all’artista Adelaide Cioni (1976), appena dislocata rispetto all’ingresso del primo piano, in quella complessa e vasta «Ala Nio» utilizzata a varie riprese come sala conferenze.

«Far rivivere la collezione permanente era un altro obiettivo per me fondamentale, per restituire una storia collettiva a questa città, abitata da 115 nazionalità differenti, creando la possibilità per il pubblico di “rivedersi” in un’eredità lunga quattro decenni, in un luogo che bene o male ogni cittadino riconosce come proprio. Anche per questo, tra le nostre attività, ci sono programmi che possono sembrare lontani dalle finalità di un museo: abbiamo, per esempio, creato un gruppo di visione per la finale di Sanremo, guidato dai dottorandi dell’Università di Firenze focalizzati sulla storia della moda; un altro modo per abbattere le barriere psicologiche che ancora possono esserci nella percezione del contemporaneo immaginato come troppo difficile», continua il direttore.

Davide Stucchi, «Light Lights»

Un museo, insomma, che non perda le sue classiche funzioni di conservazione, valorizzazione e promozione dell’arte, ma che le integri con una serie di altre identità che possano coadiuvare anche altre dimensioni più connesse alla vita quotidiana e che possano entrare, o no, nella comprensione di opere, artisti, temi, correnti... Anche la scelta di rifare l’identità visiva del museo è stato un elemento importante in fatto di accessibilità: «Io parto dal presupposto che il Museo è uno spazio pubblico (il Pecci è una Fondazione partecipata dal Comune di Prato e Regione Toscana, che riceve un totale di circa 2 milioni di euro l’anno, Ndr) e per questo suo statuto deve porsi come uno strumento di pubblica utilità. I musei devono esistere in un’ottica collaborativa con gli artisti e viceversa, destinando le attività non solo agli specialisti».

Una sfida che al Pecci passa per la trasformazione del museo in un luogo che Collicelli definisce «centro culturale» piuttosto che semplice spazio espositivo, fatto anche di dj set e di «night» che un venerdì al mese portano qui centinaia di persone anche esterne al comprensorio fiorentino, pratese e pistoiese.

Prossimamente, inoltre, è prevista la riapertura della Biblioteca (che potrà ospitare fino a 60 utenti), che dagli anni ’80 raccoglie volumi sulle arti ed è un’eccellenza nel paesaggio culturale locale: «Qui abbiamo tutto l’Archivio di Lara Vinca Masini, donato al museo nel 2021 e alla quale abbiamo reso omaggio con una mostra nel 2023, anno del suo centenario. Questi elementi connotano il Pecci come un’istituzione che non ha paura di lavorare su entrambi i fronti, quello più «popolare» e quello della ricerca più spinta». 

E a proposito di ricerca, vale la pena ricordare un po’ le tappe della direzione Collicelli Cagol: la prima mostra istituzionale dell’ormai sdoganatissimo Louis Fratino (1993), che è riuscito ad attirare nella sua «Satura» proprio tutti, nonostante le tematiche non troppo facili e l’omoerotismo mai celato (prorogata fino al prossimo 11 maggio); «Glassa», il più ampio progetto espositivo realizzato ad oggi da Diego Marcon (1984) in un’istituzione italiana, dopo la consacrazione alla Biennale di Venezia del 2022; Massimo Bartolini, a sua volta ospitato al Pecci prima di rappresentare l’Italia alla Biennale 2024, fino alle ultime personali di Peter Hujar e Margherita Manzelli.

Il futuro, invece, è presto svelato: si ricomincia il prossimo 30 maggio, con la prima retrospettiva in un museo italiano dell’artista Davide Stucchi (1988), «Light Lights»: «Dentro la sua pratica, spiega Collicelli, Stucchi intercetta anche molti degli ambiti dentro i quali si muove il Pecci: la musica, la moda, la pubblicità, con una dimensione poetica e immaginativa che può offrire alla comunità l’innesco per una serie di storie da “attivare”, come del resto fa sempre l’arte offrendoti diverse strade da percorrere».

Il prossimo 30 maggio, inoltre, si apriranno anche «La marcia dell’uomo» di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, a cura di Elena Magini, e «Smisurata. Opere XXL della Collezione del Centro Pecci», con allestimento dell’architetto e ricercatore Ibrahim Kombarji.

E a proposito di grandi dimensioni, quest’anno sarà anche l’anno del ritorno nel paesaggio del museo di «Prato88», l’iconica opera ad arco rovesciato che Mauro Staccioli creò appositamente per celebrare la nascita dell’allora nuovo museo, la cui forma era concepita dall’artista per collegare idealmente il Pecci alla città, con la parte di arco rivolto verso la strada. «Anche in questo caso, sottolinea il direttore, si tratta della celebrazione della comunità e non solo: non è comune, infatti, trovare un museo che offra una dietro l’altra dieci sale da cento metri quadrati l’una, una sala curva da cinquecento metri e una serie di opere pubbliche nei suoi dintorni».

Per l’autunno, invece, guardando al tema del corpo e dell’affettività, si aprirà «Vivono. Arte e affetti, Hiv-Aids in Italia. 1982-1996», a cura di Michele Bertolino, la prima mostra istituzionale che ricomporrà la storia dimenticata delle artiste e degli artisti italiani che avevano lavorato sulle urgenze di una malattia marcata dall’odio e dal pregiudizio, dalla prima segnalazione di Aids conclamato in Italia (nel 1982, appunto) all’arrivo delle terapie antiretrovirali (1996). Un’occasione anche per ricordare la direzione di Ida Panicelli che, ricorda Collicelli, «fu visionaria nel voler utilizzare questo spazio come un’area di aggregazione nella volontà di combattere lo stigma, giacché il museo nacque proprio nella peggiore fase di propagazione della malattia e nessuna istituzione ne parlava pubblicamente. Questa mostra sarà un importante momento anche per recuperare diversi autori dell’arte italiana, spariti dal discorso pubblico per aver affrontato già all’epoca queste tematiche. Non in ultimo, si tratta anche in questa occasione di pensare al museo come a un corpo sociale: un’architettura di significati che possa parlare, oltre che d’arte, anche di salute e prevenzione».

Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, «La marcia dell’uomo» al Pirelli HangarBicocca, 2012

Matteo Bergamini, 03 aprile 2025 | © Riproduzione riservata

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