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Una veduta della scorsa edizione di ARCOmadrid

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Una veduta della scorsa edizione di ARCOmadrid

Più del 30 per cento degli espositori di ARCOmadrid proviene dall’America Latina

Pindorama • La nuova rubrica mensile de «Il Giornale dell’Arte» indaga la temperatura dell’arte a queste latitudini. Per cominciare, però, rimaniamo in Europa e, più precisamente, in Spagna dove dal 4 all’8 marzo ha luogo la fiera d’arte contemporanea della Capitale

Matteo Bergamini

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Di origine tupi-guaranì, pindorama è una parola indigena composta dai vocaboli pindó (palma) e rama (terra/regione): la più antica espressione conosciuta per identificare le antiche distese della foresta sudamericana, dalle Ande all’Atlantico. Ed è proprio su questo paesaggio ricco di cultura e denso di contraddizioni che «Il Giornale dell’Arte» vuole aprire una finestra, un osservatorio mensile per indagare la temperatura dell’arte a queste latitudini, raccontata attraverso le voci degli stessi attori. Tuttavia, la globalizzazione che da tempo solca anche le strade dell’arte, ha fatto sì che la «questione latina», ab origine un affare prettamente dell’America del Sud e delle antiche terre di conquista, sia oggi uno degli «argomenti» degli interconnessi mercati mondiali. 

Per questo abbiamo scelto, in questa «prima puntata», di guardare lontano ma senza allontanarci troppo dal nostro Paese. Manifestazione che della latinità indagata dall’emisfero nord ha fatto il suo grido di battaglia, specialmente negli ultimi anni sotto la direzione di Maribel López (Barcellona, 1972), ARCOmadrid va in scena con la sua 45ma edizione proprio in questo mese (4-8 marzo), in una Spagna dell’arte ai ferri corti con i propri Ministeri della Cultura e dell’Economia, rivendicando un abbassamento dell’Iva sulla vendita delle opere d’arte dal 21 al 5 o 6 per cento. Un film che in Italia abbiamo già visto e che la direttrice della storica fiera madrilena riassume in questi termini: «Il rischio non è di perdere collezionisti e gallerie, è però necessario aiutare le gallerie spagnole che ad oggi vivono una situazione che le pregiudica gravemente di fronte alle loro colleghe europee che negli ultimi anni hanno visto un abbassamento dell’Iva per dare forma alla rilevanza culturale e sociale dell’arte contemporanea». 

Una questione non da poco, visto che ARCO anche quest’anno conta più del 30 per cento dei suoi espositori provenienti dall’America Latina e un’intera sezione, Profiles-Latin American Art, curata da José Esparza Chong Cuy. L’impegno dell’arte contemporanea con la società è il punto su cui insiste Maribel López, quasi rifuggendo dagli individualismi che appartengono al sistema: «Intendiamo il nostro lavoro come una forma di collaborazione: con ARCO cerchiamo di distinguerci attraverso lo sviluppo di una fiera che sostenga il fare mercato attraverso una relazione costruttiva con gli artisti e con il programma. E questo non si può fare di fretta o seguendo le mode». 

Sarà forse per questo che ARCO, al di là delle tendenze globali e seppur nelle difficoltà che vive l’Europa attuale, si conferma a sua volta come una finestra dalla quale poter immaginare il domani. Il domani? E perché no. Magari con nuove presenze, magari con un’apertura ai mercati dell’Africa, già che il Sud del Mediterraneo e quello globale hanno condiviso ben più di qualche circostanza storica. Non è un caso che a Madrid puntino anche sulla sezione ARCO2045, curata da José Luis Blondet e Magali Arriola: «Il futuro, per ora, racconta delle impossibilità di anticiparlo, risponde López, pragmatica. Le porte ad ARCO sono aperte e se prossimamente si vedrà una crescita della presenza di altre geografie in fiera sarà dovuto alla nascita di legami naturali tra i contesti che la manifestazione sa offrire e quello che cercheranno le gallerie. Magari dell’Africa». 

Matteo Bergamini, 03 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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