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Un allestimento della scorsa edizione di miart

Courtesy of mart

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Un allestimento della scorsa edizione di miart

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Report Art&Finance di Deloitte Private Italia: l’arte ha ritrovato slancio

Aste in crescita del 14,8% dopo due anni difficili, spinte da nuove generazioni e digitale. Ma il 2026 resta incerto

Monica Trigona

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Dopo due anni di contrazione, il mercato globale dell’arte e dei beni da collezione torna a respirare. Questo emergerebbe dal Report Art&Finance di Deloitte Private Italia, Il mercato dell’arte e dei beni da collezione, presentato il 13 aprile all’Auditorium Deloitte di Milano. Il 2025 segna infatti un’inversione di tendenza netta, con il fatturato delle principali case d’asta in crescita del 14,8% rispetto all’anno precedente. Un rimbalzo atteso, ma tutt’altro che lineare, che riflette un sistema ancora attraversato da tensioni profonde e trasformazioni strutturali. 

A pesare sull’andamento dell’anno è stata soprattutto la sua natura bifronte. I primi mesi si sono mossi nel solco della cautela: l’ombra dei dazi statunitensi e un clima geopolitico incerto hanno raffreddato le transazioni, in particolare nel segmento alto, già provato dal rallentamento del biennio 2023-2024. Poi, progressivamente, qualcosa è cambiato. Un’applicazione più morbida delle politiche commerciali negli Stati Uniti e l’immissione sul mercato di importanti collezioni private hanno riattivato gli scambi, permettendo al settore di chiudere l’anno in territorio positivo.

Ma ridurre il 2025 a una semplice ripresa sarebbe fuorviante. Piuttosto, si tratta di un passaggio di fase, in cui convivono e si intrecciano dinamiche solo apparentemente contraddittorie. Da un lato si consolida l’integrazione tra arte tradizionale e beni da collezione «non convenzionali», design, orologi, vini pregiati, che continuano a guadagnare spazio e centralità, con una crescita del 16,3%. Dall’altro emerge una crescente polarizzazione della domanda: mentre i collezionisti più strutturati si concentrano su opere di qualità museale, con provenienze impeccabili e pienamente tracciabili, aumenta anche il numero delle transazioni nelle fasce di prezzo più accessibili.

In questo scenario, il vero elemento di discontinuità è rappresentato dal ricambio generazionale. Millennials e Gen Z non sono più una presenza marginale, ma costituiscono ormai tra il 30% e il 40% dei nuovi acquirenti delle grandi case d’asta. E soprattutto portano con sé un sistema di valori diverso, che sta ridefinendo le logiche stesse del mercato. L’acquisto di un’opera non è più soltanto una scelta estetica o un’allocazione patrimoniale ma sempre più un atto identitario. Non sorprende che il 67% dei giovani collezionisti dichiari di acquistare anche per sostenere direttamente gli artisti, mentre cresce il peso della filantropia culturale nelle strategie di gestione della ricchezza.

Questa trasformazione si riflette anche nei canali di vendita. Il digitale è ormai una componente strutturale del mercato: oltre l’81% dei lotti di Christie’s è stato venduto online nel 2025, e più della metà degli High Net Worth Individuals dichiara di preferire l’acquisto via piattaforme digitali. Una normalizzazione che segna definitivamente il superamento delle resistenze pre-pandemiche e apre a modelli di fruizione e partecipazione più fluidi.

Sul piano geografico, la geografia del potere resta relativamente stabile. Gli Stati Uniti continuano a dominare il mercato della pittura, con il 64,1% delle vendite globali, seguiti a distanza da Londra. Tuttavia, anche qui si intravedono segnali di riequilibrio, legati proprio alla maggiore circolazione internazionale delle opere e alla crescente competitività di altri sistemi nazionali.

Tra questi, l’Italia prova a rilanciarsi intervenendo su uno dei suoi storici punti deboli: la fiscalità. La riduzione dell’IVA sulle opere d’arte dal 22% al 5%, insieme alle misure introdotte dal decreto Italia in Scena per semplificare la movimentazione e la gestione delle opere, rappresenta un tentativo concreto di riallinearsi agli standard europei e rendere il Paese più attrattivo per operatori e collezionisti internazionali. Resta da vedere se queste misure riusciranno a tradursi in un effettivo aumento della competitività o se si scontreranno con le consuete rigidità del sistema.

Nel frattempo, sotto la superficie della ripresa, persistono fragilità strutturali. Una delle più evidenti riguarda il passaggio generazionale delle collezioni. Se da un lato oltre la metà dei collezionisti intende lasciare le proprie opere in eredità alla famiglia, dall’altro manca spesso una pianificazione adeguata. Negli ultimi anni è cresciuta in modo significativo la quota di chi riconosce il problema senza aver ancora trovato una soluzione. Il rischio è che patrimoni di grande valore, non solo economico ma anche culturale, si trasformino in eredità difficili da gestire.

Il 2025, insomma, restituisce l’immagine di un mercato che ha ritrovato slancio ma non certezze. La crescita c’è, ed è significativa, ma si innesta su un contesto globale instabile e su un ecosistema in piena ridefinizione. Il 2026 si profila così come un banco di prova decisivo: a fare la differenza saranno la capacità degli operatori di leggere i cambiamenti in atto, di intercettare le nuove sensibilità dei collezionisti e di muoversi con agilità in un quadro internazionale sempre più imprevedibile.

Monica Trigona, 14 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

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