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Nicolò Minisi
Leggi i suoi articoliCi sono città che si offrono allo sguardo attraverso un eccesso di immagini e altre che, al contrario, chiedono di essere sottratte. Rimini appartiene a questa seconda categoria: più la si svuota dei suoi segni riconoscibili, più rivela una densità inattesa. Il progetto fotografico Rimini, in mostra all’Augeo Art Space (prorogata fino al 20 febbraio), nasce da questa necessità di levare, di attraversare una città iper-rappresentata per restituirla a una dimensione intima, laterale e talvolta contraddittoria.
Il viaggio prende ispirazione da una traccia letteraria precisa: il romanzo Rimini di Pier Vittorio Tondelli, che agisce come un dispositivo di orientamento. Tondelli non descriveva i luoghi, li faceva reagire con il corpo, con la musica, con il desiderio e con l’errore. Allo stesso modo, queste fotografie non cercano di essere un’iconologia della città, bensì un sentimento nostalgico; una condizione liminale. Intercettano ciò che resta quando la scena si svuota: architetture in pausa, interni dimessi, oggetti abbandonati che continuano a emettere segnali deboli, come se fossero ancora in attesa di qualcosa.
Le immagini sono abitate da fantasmi. Non c’è la folla, non c’è l’evento, non c’è la celebrazione. Ci sono: un dancing chiuso, una sala giochi che luccica senza pubblico, una camera d’albergo stanca, un juke-box fuori tempo massimo. Luoghi che raccontano dei frammenti; una serie di micro-film mentali, pronti ad attivarsi nello sguardo di chi osserva. In questo senso la fotografia diventa un eco che risuona in un angolo di una stanza.
Rimini, qui, è una città “in levare”: desertificata eppure emotivamente satura. Una Riviera attraversata da memorie personali e collettive che non coincidono mai del tutto. Le estati dell’adolescenza, le mitologie della notte, la musica che accompagna il viaggio dalla pianura alla costa, l’eco di un’epoca ovvero quella tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta; in cui tutto sembrava possibile e, proprio per questo, anche pericolosamente fragile. Non si tratta di ricostruire un passato, ma di misurarne la persistenza nel presente, nei dettagli minimi, nei segni erosi, nelle superfici che trattengono ancora una carica affettiva.
Lo sguardo fotografico procede per attraversamento, non per messa in scena. Non costruisce, non dirige, non teatralizza. Si lascia invece sorprendere, pratica una forma di serendipità controllata, in cui il reale si offre già carico di ambiguità e di stratificazioni. È in questa oscillazione tra ordinario e surreale che le immagini trovano la loro tenuta: nel paradosso, nell’ironia sottile, in quella sensazione per cui qualcosa di familiare appare improvvisamente straniante.
Il progetto si inserisce all’interno di Rimini 80, il programma promosso dal Comune di Rimini nel quarantennale del romanzo di Tondelli, ma evita ogni intento celebrativo. Piuttosto, dialoga con una costellazione più ampia di immaginari: il cinema che ha raccontato la riviera come luogo di eccesso e di attesa, la fotografia che ne ha registrato le mutazioni, la musica che ne ha scandito i ritmi emotivi. Tutto concorre a costruire una geografia sentimentale in cui la città non è mai una sola, ma molteplici e spesso inconciliabili.
Alla fine, ciò che resta non è un ritratto definitivo della città, ma una serie di immagini “odorose”, capaci di attivare una memoria involontaria. Come certi luoghi che, anche quando sembrano spenti, continuano a suonare scanzonati e fuori moda, ma sempre ostinata e che non smette di interrogare il presente.