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Margherita Artoni
Leggi i suoi articoliNel passaggio dall’epoca delle avanguardie a quella delle piattaforme, l’arte non perde necessariamente coerenza: perde piuttosto il bisogno di proclamarla. Per oltre un secolo la storia dell’arte moderna si è costruita attorno a una declinazione precisa di organizzazione del sensibile: il movimento, tecnologia culturale capace di produrre tenuta, conflitto e continuità storica. Questa dinamica presupponeva una condizione oggi venuta meno, ovvero l’idea di una progressione cumulativa. Il manifesto ne costituiva il dispositivo pragmatico, sintesi di un soggetto plurale e di un orizzonte corale. Adesso quella struttura favorisce un reticolo che dispone senza enunciare: domini cognitivi e mappe di affioramento.
La mediazione istituzionale che garantiva la leggibilità dell’arte - musei, riviste, gallerie, biennali - si combina con sistemi regolati dalla logica della propagazione. Il mondo dell’arte contribuisce ormai a costruirne le condizioni di accesso. Gli ambienti elettronici sostituiscono la continuità genealogica dei movimenti con una simultaneità permanente, fatta di gerarchie opache e circolazione accelerata delle immagini. La diffusione virale di opere nate per il virtuale, tra cui i video di Ryoji Ikeda, spesso fruiti online più che nel volume espositivo, rende evidente questa trasformazione.
L’apparato discorsivo del Novecento produceva un “noi”, definendo inclusioni e confini. Nello scenario contemporaneo l’espressione tende a diventare il principio generativo del valore estetico: ciò che appare acquisisce esistenza spesso prima ancora dell’interpretazione. I soggetti collettivi stabili cedono il posto ad aggregazioni temporanee e mobili. Le viewing room online durante Art Basel mostrano bene tale metamorfosi, dove l’emersione delle opere dipende sempre più dalle connessioni e dai percorsi di accesso.
Il punto di svolta coincide con la conversione del regime scopico in macchina dell’arte. Si afferma un paradigma di impronta personale che può essere definito individualismo algoritmico: una singolarità prodotta anche da diagrammi critici non umani, dove presentazione e performance assumono un ruolo centrale. Byung-Chul Han descrive soggetti orientati alla rappresentazione e alla prestazione. Il processo creativo si ripartisce tra metriche, interazioni e flusso continuo. Gli orientamenti artistici del passato nascevano da relazioni interpersonali e luoghi comuni, mentre sperimentazioni come l’Arte Povera si fondavano su prossimità fisica e scambio diretto. Oggi molti percorsi emergenti si sviluppano in modo indipendente, tra social media, pubblicazione costante e sfere di legittimazione digitale.
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Anche la curatela si sposta dalla scrittura narrativa a una funzione strutturale, in cui selezione e attribuzione coincidono. Il modello contemporaneo assume sempre più la forma di protocolli che regolano le possibilità di apparizione. Alexander Galloway descrive questo schema come un assetto protocollare. Mostre dedicate al rapporto tra materia e tecnologia evidenziano l’integrazione delle logiche informatiche negli apparecchi espositivi.
L’immagine contemporanea si comprende sempre più attraverso la propria circolazione e i meccanismi che ne determinano la visione. Hito Steyerl ne sottolinea la natura fluida e disseminata. Trevor Paglen ne mette in evidenza la dimensione infrastrutturale. Inoltre, se il coinvolgimento emotivo si costruisce mediante sequenze di intensità visiva, installazioni immersive e habitat audiovisivi sincronici mostrano come fruizione e struttura tecnica di diffusione siano ormai profondamente intrecciate.
Non esiste più un pubblico unitario. Esiste una costellazione di attenzioni disallineate. Jonathan Crary descrive l’erosione della concentrazione prolungata e la frammentazione delle cornici percettive. Parallelamente, gli studi sulle interfacce mostrano una dispersione dello sguardo in direzioni sempre meno condivise. Nel secolo scorso l’arte si costruiva tramite programmi e dichiarazioni; oggi si definisce soprattutto usando posizionamenti nei regimi di trasmissione. Gli artisti contemporanei edificano la propria identità tra opere, presenza online, reti collaborative e strategie di diffusione. In tale prospettiva, le pratiche di Ikeda mostrano chiaramente la sovrapposizione tra esperienza estetica e struttura computazionale.
La transizione decisiva non riguarda tanto lo snodo dai movimenti ai post-movimenti, quanto quello dall’iscrizione alla quantificazione. Lo spostamento dalle correnti alle filter bubble segna una mutazione profonda del modo in cui l’arte viene avvertita e diffusa. Un tempo il senso si costruiva per via di un linguaggio collettivo, prossimità e appartenenza. Oggi le architetture di calcolo lo amministrano con distribuzione, profilazione e probabilità. Anche la dimensione sociale cambia: i gruppi consolidati lasciano spazio alle traiettorie individuali congiunte da circuiti telematici. Questo mutamento apre una doppia ipotesi: da un lato la perdita di densità conviviale, dall’altro il prevalere di forme autonome di ricerca. La sfida per artisti e curatori consiste allora nel costruire significato in un contesto che privilegia il riconoscimento. È in tale inversione che si ridefinisce progressivamente il campo dell’arte contemporanea.