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Monica Trigona
Leggi i suoi articoliNel risiko silenzioso delle grandi gallerie globali, dove ogni nuova rappresentanza ridisegna geografie del mercato, Thaddaeus Ropac annuncia l’ingresso nel proprio roster di Martha Diamond. Diamond, scomparsa nel 2023, non è mai stata un’artista facile da collocare. Formatasi nella New York attraversata dalle ultime scosse dell’avanguardia del secondo Novecento, ha costruito in oltre sessant’anni una pratica pittorica che sfugge tanto all’ortodossia dell’astrazione quanto alla tentazione della figurazione narrativa.
Le sue tele, dense, ritmate, attraversate da una tensione quasi musicale, sembrano trattenere la velocità della metropoli senza mai cedere al descrittivo. New York è stata per lei continua fonte di ispirazione che ha preso forma attraverso una raffinata grammatica di linee, volumi e luci. Non sorprende allora che un pittore come Alex Katz ne abbia sottolineato la statura tecnica, parlando di una qualità del gesto capace di «tenere testa a chiunque», unita a un’immaginazione fuori asse rispetto ai codici dominanti.
In effetti, osservando i suoi lavori, dai grandi oli su tela alle tavole più intime, si coglie una disciplina del segno che non rinuncia mai al rischio. L’accordo tra la galleria e il Martha Diamond Trust, in collaborazione con David Kordansky Gallery, arriva in un momento di rinnovata attenzione istituzionale verso l’artista. Dopo la mostra acclamata all’Aldrich Contemporary Art Museum tra il 2024 e il 2025, sarà l’Europa a confrontarsi in modo organico con il suo lavoro: nel settembre 2026 il Sara Hildén Art Museum, in Finlandia, ospiterà la prima grande retrospettiva europea, mentre la galleria parigina di Ropac presenterà la sua opera nel 2027.
Diamond appartiene a quella genealogia di artisti per cui il paesaggio urbano diventa esperienza interiore prima che visione ottica. Come ha scritto il critico Jonathan Griffin, mettendola idealmente accanto a Frank Auerbach, Claude Monet e Giorgio de Chirico, non si tratta di documentare la città ma di restituirne la sensazione. Dai loft del Bowery, dove si trasferì nel 1969, Diamond ha osservato la crescita verticale di Manhattan trasformandola attraverso un lessico personale fatto di forme archetipiche e architetture essenziali. Negli anni Ottanta queste strutture si sono fatte più riconoscibili e, successivamente, si sono dissolte in campi di energia astratta, dove il gesto pittorico diventa unità primaria di costruzione.
«Luce e ritmo sono alla base di ogni ordine», diceva l’artista. È forse questa la chiave più limpida per leggere oggi il suo lavoro, quella pittura che cerca l’armonia senza mai perdere l’attrito, che trova spiritualità nella materia stessa del colore. Con questa rappresentanza, Thaddaeus Ropac intercetta una traiettoria storica che, per troppo tempo, è rimasta ai margini del canone dominante .
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