Mona Hatoum, «Untitled (rack)», 2011

Cortesia della Galerie Chantal Crousel

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Mona Hatoum, «Untitled (rack)», 2011

Cortesia della Galerie Chantal Crousel

Tra sogno e ironia a Ginevra tutto comincia dalla casa

Nella Maison Tavel 26 artiste propongono un’immagine della migrazione che non è fatta solo di traumi e tragedie ma di una nuova idea dell’arte e della vita che nasce dalla fusione e confusione delle culture

Parola chiave «casa». La casa da cui si arriva, quella da cui si parte, quella dove siamo nati e cresciuti e che ricordiamo molto più grande della realtà, perché a essere piccoli eravamo noi.

«La Maison est là où tout commence» (La casa è la dove tutto comincia), ci dice il titolo della mostra che fino al 31 agosto ospita i lavori di 26 artiste nella Maison Tavel del Musèe d’Art e d’Histoire di Ginevra. Una casa anche questa: la più antica abitazione del centro storico e suggestivo esempio di architettura medievale che ora, in veste di museo, racconta la storia e la vita della città e dell’intero cantone ginevrino tra armature, monete, dipinti, mappe e persino una vera ghigliottina. Ma le artiste che espongono qui, «la casa dove tutto è comincia» l’hanno lasciata da tempo, per costrizione o per scelta, per la violenza della Storia o per una migliore occasione di vita. Eppure quel luogo originario che corrisponde alla cultura familiare, alla lingua materna, alla memoria personale o collettiva, resta come seme germinale nel lavoro. Anzi, cresce in un innesto con le nuove case, le nuove culture, i nuovi Paesi che le hanno ospitate, fino a diventare una casa ibrida, più grande, più ricca perché abitata dai ricordi e dalle tradizioni da cui, appunto, tutto è cominciato. Per questo il progetto, ideato e curato da Adelina von Fürstenberg per Art for the World (ong affiliata all’Onu che attraverso le arti indaga le criticità del mondo), non parla solo di migrazione e di perdita. È una mostra densa di futuro, di possibilità, di speranza nonché piena di suggestioni poetiche, commozioni ma anche sogno e ironia. E soprattutto è una mostra al femminile, né poteva essere altrimenti, perché a tenere in mano il gomitolo di questo filo che unisce personale e politico, storia familiare e storia patria sono quasi sempre le donne.

Ancor più radicale è poi la convinzione di Adelina che nell’esergo del suo testo cita le parole dello scrittore afroamericano Nayyirah Waheed: «Mia madre è stata il mio primo Paese. Il primo luogo dove sono vissuto». È questo che permette il dialogo fra artiste che arrivano da religioni e culture diverse e pone su una linea assolutamente orizzontale nomi famosi quali Marina Abramovic, Mona Hatoum, Shirin Neshat o Kim Soo-ja ad artiste meno note ma altrettanto potenti. Come Sylvina der Meguechian, che vive a Berlino ma è nata in Argentina da una famiglia armena fuggita alle persecuzioni ottomane. Qui, con equilibrio pittorico, mette in vetrina l’allegoria di un giardino ricomposto dal verde di una coperta appartenuta alla nonna, teli di organza a fiori, le fotografie di famiglia, le strofe di una canzoncina per bambini ricamate con filo dorato in turco, francese e tedesco. È il giardino dove Sylvina è cresciuta nei sobborghi di Buenos Aires, un mondo che raccoglie tanti mondi, fusi in quei ricordi involontari che vanno oltre l’individuo e raggiungono una memoria collettiva e connettiva. Quella, ad esempio, che guida Vivianne van Singer, nata a Como ma residente a Ginevra fin da studente. I suoi sofisticati studi e lavori sul colore raggiungono quella sapienza che le arriva dalla sua origine italiana e che qui appare quasi polemica verso una cultura calvinista che i colori li vietò persino, limitando i concessi ai soli marrone, nero e grigio. Se allora la «casa» di Vivianne è in quei frammenti di profondo blu o nei caldi rossi slavati che rimandano ad affreschi giotteschi, quella di Mai-Thu Purret, vietnamita giunta nella Svizzera francese per studiare arte, è nell’intreccio di rattan con cui lei ricostruisce una scultura di Sophie Taeuber-Arp rendendo omaggio all’umile e preziosa artigianalità del suo Paese, che fonde con un alto di esempio di forma pura e astratta dell’avanguardia europea.

Vanna Karamaounas, «Exo Mattresses n° V», 2015. Cortesia dell’artista

Zineb Sedira, «Mother, Daughter and I (triptych 1)», 2003. Cortesia della Gallerie Mennour, Paris

Ed è interessante notare come in questo mnemonico viaggio tutto al femminile, la materia che compone la casa acquisti un valore particolare nella visione simbolica. Il fragile e raffinato skyline di una perduta e quasi fiabesca città libanese è ricostruito da Elena El Asmar con un sorprendente assemblage di comuni bottiglie in vetro trasparente. Grazie invece a mattoncini minimi Carmen Perrin, di origine boliviana, plasma metaforiche sculture che rimandano a oggetti quotidiani (ombrelli, scarpe e qui, in omaggio al luogo, anche elmi e armature). Grumi di porcellana smaltata si addensano in figurine tristi per descrivere le declinazioni della malinconia e di una casa perduta in Keiko Machida, mentre un leggero e luminoso puzzle di ceramiche, legni e tele compone il muro portatile dell’ironica francogreca Alexandra Roussopolus in un’opera che, già dal titolo «Partir avec les murs» (Andarsene con le pareti), è una dichiarazione di libertà e poetica.

L’ironia, infatti, è un altro filo rosso di questa sorprendente mostra. La ritroviamo nei dipinti di Ekene Emeka-Maduka, nigeriana di stanza in Canada, alle prese con l’assurdità dei controlli  degli aeroporti che mettono a dura prova il suo corpo; ancor di più nei santini distribuiti dalla brasiliana Fabiana de Barros, che in nome della religione sincretica del suo Paese ha creato la nuova Santa Milla per proteggere mail, cellulari e computer; infine nella stanza della ghigliottina,  dove la composta e bizzarra provocazione della svizzera-armena Anna Barseghian, con l’eleganza di un ritratto borghese, immortala un’ottocentesca signora in nero in un orinatoio maschile.

E accanto all’ironia c’è il sogno. Altro elemento ricorrente, che a volte si trasforma però in incubo, come nei bellissimi e inquietanti disegni di Marisa Cornejo, nata in Cile nel 1971 a due anni dal golpe che costrinse tutta la sua famiglia a vagare per il mondo: Argentina, Bulgaria, Messico, Belgio, Inghilterra e infine Svizzera. Questo continuo sradicamento, che ha segnato la sua crescita, è alla base di un lavoro onirico e intenso, che parte qui da un inquietante disegno in cui Marisa scava con le mani nella testa della nonna per cercare le radici della sua identità. Ma la dimensione onirica è anche il motore di uno dei più intensi lavori della mostra. «A Story I Never Forgot» di Rosana Palazyan, un video capolavoro che attraverso l’animazione racconta un’altra forzata migrazione: la diaspora di una famiglia armena ai primi del ’900 che, dopo molto vagare, trova casa a Rio de Janeiro. È grazie ai delicati ricami della nonna, che qui si animano fino a narrare un’epopea, che Rosana riesce a tornare alle origini della sua storia, della sua cultura e a dare voce al suo eccezionale talento di artista, regista e narratore.

Perché l’aspetto più interessante di questo viaggio nel passato e nel presente, nella storia e nella geografia che queste donne-artiste ci propongono, è un’immagine della migrazione che non è fatta solo di traumi e tragedie (che pur ci sono) ma di una nuova idea del mondo, dell’arte, della vita che nasce dalla fusione e confusione delle culture.

Come spiega Adelina von Fürstenberg, citando Donald Woods WinnicottUsando la parola “cultura”, penso alla tradizione che si eredita. Penso a qualcosa che è il patrimonio comune dell’umanità̀ a cui individui e gruppi possono contribuire e da cui ciascuno di noi può prendere qualcosa»): «La cultura può prosperare solo se trova spazi che favoriscono incontri tra diverse prospettive. Siamo intrinsecamente spinti a cercare incontri con l’altro, a scoprire sfaccettature di noi stessi che rimangono sconosciute e che possiamo solo indovinare ma desideriamo comprendere meglio. Come ci ha eloquentemente detto Arthur Rimbaud in “Je est un autre”».

Vivianne Van Singer, «Bassi Rilievi piedi e polpacci», 2015. Cortesia di Fmac. Foto : Claude Affolter, Genève

Davide-Christelle Sanvee, «Sans croix ni loi», 2024. Cortesia dell’artista

Alessandra Mammì, 27 febbraio 2025 | © Riproduzione riservata

Tra sogno e ironia a Ginevra tutto comincia dalla casa | Alessandra Mammì

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