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The Light That Shines Through the Universe di Tuan Andrew Nguyen, una scultura monumentale in arenaria

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The Light That Shines Through the Universe di Tuan Andrew Nguyen, una scultura monumentale in arenaria

Un Buddha monumentale di 8 metri benedirà New York

Collocata sopra la 10th Avenue, la figura reimmaginata si presenta come una presenza sospesa tra perdita e continuità

David Landau

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Per la quinta commissione del Plinth della High Line, Tuan Andrew Nguyen presenta The Light That Shines Through the Universe, una scultura monumentale alta circa otto metri in arenaria, concepita come omaggio e rielaborazione dei Buddha di Bamiyan, distrutti nel 2001 dai talebani in un atto di iconoclastia.

L’opera prende come riferimento il cosiddetto “Salsal”, il Buddha maggiore del complesso afghano, il cui soprannome può essere tradotto come «la luce splende attraverso l’universo». Non si tratta di una replica, ma di un’evocazione: Nguyen lavora sull’idea di assenza e di lacuna, trasformando la perdita in dispositivo di memoria. Le nicchie vuote rimaste nella roccia di Bamiyan, oggi sito Patrimonio dell’Umanità UNESCO, diventano il paradigma di uno spazio culturale segnato dalla cancellazione ma ancora carico di stratificazioni storiche.

La pratica dell’artista, nato a Saigon nel 1976 e attivo a Ho Chi Minh City, si concentra da anni sulle eredità del conflitto e sulle narrazioni marginalizzate. Nei suoi lavori, tra scultura e video, il vuoto -nello spazio, nei corpi, nei ricordi collettivi- è assunto come elemento strutturale. La guerra del Vietnam, con il lascito ancora diffuso di ordigni inesplosi, costituisce uno dei riferimenti centrali della sua ricerca.

Anche in questa commissione Nguyen ricorre a un processo di trasformazione materiale già sperimentato in opere precedenti: bossoli e residuati bellici in ottone vengono fusi e riplasmati. Per The Light That Shines Through the Universe l’artista realizza le mani della figura come protesi luminose, modellate a partire da bossoli d’artiglieria e disposte in mudra che rimandano ai gesti rituali della «assenza di paura» e della «compassione». Il distacco visibile tra le mani e il corpo allude tanto alla mutilazione quanto alla possibilità di ricostruzione, mantenendo evidente la frattura.

La scultura si inserisce in un contesto urbano distante geograficamente dall’Afghanistan e dal Vietnam, ma segnato da dinamiche globali analoghe di conflitto simbolico e polarizzazione culturale. Senza indulgere nella replica monumentale, Nguyen propone una riflessione sull’iconoclastia come strumento di controllo politico e sulla memoria come controforza critica. Collocata sopra la 10th Avenue, la figura reimmaginata si presenta come una presenza sospesa tra perdita e continuità. La reincarnazione, motivo ricorrente nel lavoro dell’artista, è qui intesa sia come concetto spirituale sia come metafora politica: ciò che è stato distrutto può riemergere in altra forma, non per cancellare la ferita ma per interrogarla.

 

David Landau, 14 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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