Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Salvatore Settis
Leggi i suoi articoliHo conosciuto Umberto Allemandi solo quando volle intervistarmi sul tema del beni culturali. Era il settembre-ottobre 2002. Rientrato da due anni in Italia dopo aver lavorato in California per circa sei anni, avevo dovuto constatare con sbalordimento che il mio Paese (dove pure ero tornato per brevi visite frequentemente) era molto cambiato sotto tanti aspetti: in particolare impressionante mi parve allora, e mi pare ancora, il degrado della coscienza civica, in generale ma più ancora in riferimento ad alcuni valori-chiave della convivenza civile. Intendo: la protezione dei beni culturali e del paesaggio, la centralità della scuola, dell’Università e della ricerca, la potenzialità culturale dei media (a cominciare dalla televisione). L’imbarbarimento che mi parve di constatare non era (non è) generale, ma appariva (appare) diffuso specialmente fra i responsabili della cosa pubblica.
Sia a destra che a sinistra, vedevo allora (e vedo ancora) irrobustirsi il partito del cinico disinteresse per la cultura, la tendenza a cedere ai più bassi interessi pur di far cassa, la confusione dei linguaggi per cui «ambientalismo del fare» può benissimo voler dire, oggi come allora, distruzione indiscriminata del paesaggio. In nome, si capisce, del turismo, suprema aspirazione di una parte ahimé non piccola della nostra classe dirigente che, rinunciando a ogni ipotesi di sviluppo basata sull’innovazione, sulla ricerca del nuovo, propugna, quale unica alternativa alla stagnazione, un’Italia di albergatori e costruttori.
Queste e altre considerazioni assai simili, stimolate dall’attacco al paesaggio e ai beni pubblici sferrato senza remore da Tremonti, venivo facendo sui giornali in quegli anni, sperando (invano) che presto non ve ne fosse più ragione. E fu per questo che Umberto Allemandi volle allora intervistarmi, e venne a trovarmi nel mio ufficio in Normale (l’intervista uscì poi su «Il Giornale dell’Arte» del novembre 2002, con partenza in prima pagina). Di quel primo incontro tre cose mi colpirono, che l’amicizia sorta da allora con Umberto non ha fatto che confermare. Prima di tutto, la grande sintonia di pensieri, di timori, di speranze e di progetti che, pur venendo da esperienze così diverse, chiaramente si creò fra noi. In secondo luogo, la sua grande curiosità intellettuale e umana. Gli premeva, certo, farmi questa e quella domanda su problemi allora (e ora) di grande attualità; ma più ancora gli interessava capire come mai uno studioso senza appartenenze politiche definite, senza esperienze né ambizioni di carriera partitica o politica, spendesse tanto tempo e tanta energia in una battaglia che pareva perduta.
Perciò, sorprendendomi, cominciò col chiedermi della mia famiglia e della mia infanzia, della mia formazione universitaria, dei miei progetti di ricerca. Terza sorpresa: il momento, singolarmente indovinato, in cui aveva scelto di incontrarmi. Egli non poteva sapere che di lì a un mese sarebbe uscito da Einaudi un mio libro, Italia S.p.A. L’assalto al patrimonio culturale, nel quale a quei pensieri ho tentato di dare forma più organica. Forse nessuno, fra i lettori de «Il Giornale dell’Arte», può aver creduto davvero che la coincidenza fra l’uscita del libro e l’uscita dell’intervista fosse una coincidenza. Ma è una coincidenza che la dice lunga: sul «fiuto» editoriale e giornalistico di Umberto Allemandi, sulla crescita di una coscienza condivisa della necessità di reagire al disastro.
Che su queste premesse si costruisse una solida amicizia, non c’è bisogno di spiegare. Solo vorrei in quest’occasione ringraziarlo ancora: quanto io abbia apprezzato quell’intervista lo mostra da solo il fatto che l’ho poi voluta (col suo consenso) in apertura al mio secondo libro su questi temi, Battaglie senza eroi. I beni culturali fra istituzioni e profitto (Milano, Electa, 2005). Perciò sento Umberto Allemandi, in questi anni difficili e in quelli (forse più difficili) che ci aspettano, come un compagno di strada. Perciò l’augurio a cui mi unisco non è per i settant’anni trascorsi, ma perché continui il suo impegno in favore del patrimonio culturale, per una più acuta coscienza della tradizione e dei problemi che ci circondano, per un’Italia che non dimentichi sé stessa.
Altri articoli dell'autore
Spesso alla classe dirigente sfugge il ruolo propulsore che i musei hanno nella nostra società
