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Leonardo Merlini
Leggi i suoi articoliLa prima volta che sono entrato al Mobile World Congress di Barcellona, una delle più importanti fiere d’Europa per telefonia e innovazione, ho pensato di trovarmi dentro al mondo di Ralph spacca Internet, il film della Pixar nel quale l’eroe di un vecchio videogioco ingenuo e muscolare andava a cercare nel Web un modo per aiutare la sua piccola amica, anch’essa personaggio di videogame da bar, affetta da un difetto tecnologico. Il modo in cui il colosso dell’animazione aveva immaginato il mondo di Internet visto da dentro era pressoché uguale al modo in cui la fiera catalana si offriva agli occhi del visitatore: loghi, torri, schermi, tutto un immaginario che insisteva sull’esasperazione ottimistica del cybercapitale, per dirla con una parola che usava DeLillo in Cosmopolis e non usa più nessuno. Mi sembrava di stare dentro un colossale scherzo, una facezia infinita (“infinite jest”, ovviamente, da lettore di David Foster Wallace), che però muoveva miliardi e una grossa fetta dell’economia globale. Microsoft, Samsung, Google, Oracle, Deutsche Telekom, Orange, Cisco, Nokia, IBM… Un gioco coloratissimo e veloce, come il mondo che questi colossi si sono costruiti addosso (e non il contrario). Era spaventoso, se mi fermavo a riflettere, ma era anche a suo modo divertente, almeno per un momento, forse pure per colpa di Ralph e dell’immaginario che ci vendono da decenni. Da qualche parte, se non altro nei volti dei protagonisti di questo universo chiuso, che erano in gran parte asiatici, c’era la sensazione di una diversità, che sembrava lasciare aperte possibilità, imprecisate, ma non impossibili.
Questo succedeva alcuni anni fa. Oggi sono tornato al MWC e, benché nulla sembrasse cambiato, in realtà l’aria era completamente diversa. Perché? Perché ho percepito come mai prima - non era successo neppure neppure ascoltando le cronache dall’ultimo Festival di Sanremo - che non c’era più nessuna idea, nessuna immagine, nessuna prospettiva di futuro. Lo so, sono un lettore ossessivo di Mark Fisher, è sempre stato dichiarato, ma qui non si tratta di tradurre, più o meno furbamente, la sua teoria, qui si tratta di essere per la prima volta completamente immerso in quella teoria e nella certezza visibile di questa scomparsa che il critico britannico aveva anticipato. Fisher, quando scriveva della perdita e futuro, si riferiva al fatto che ogni riferimento culturale a un certo punto è diventato una ripresa del passato, ogni novità non era altro che una cover di ciò che era già stato (e l’esempio di Sanremo qui è praticamente perfetto, come hanno notato in molti), la “retromania” per dirla con Simon Reynolds, che viene dalla stessa cultura di Fisher. Qui, in mezzo ai brand tecnologici, oggi che sono diventati i veri padroni del mondo, e non solo per la diffusione universale dei device e delle app, ma per il ruolo manifesto che Big Tech gioca nel potere geopolitico al fianco dei MAGA statunitensi, oggi che tutto è stato conquistato del futuro non c’è più, semplicemente bisogno. E questo pensiero, che in qualche modo non sembra lontano da certe visioni di Albert Speer, mi è apparso lì davanti, nelle luci rosa e tra gli schermi colorati, che sono la manifestazione quotidiana del capitale che ci governa, quel capitalismo estremo che è diventato, ormai in maniera irreversibile, l’aria che respiriamo, ossia la condizione stessa alla base della nostra esistenza. Realismo capitalista di Fisher lo aveva previsto, ma si limitava a un ragionamento sulla narrazione culturale. Il mio corpo lo ha sentito succedere.
Harun Farocki
I marchi, penso mentre mi muovo nei corridoi della fiera, qualche anno fa sottintendevano comunque una vita al di fuori, qualcosa che la tecnologia ci avrebbe permesso di fare nella nostra esistenza. Oggi invece mi è parso chiaro che non sottendono più nient’altro, tranne loro stessi: e non si tratta solo del “sempreuguale” che ci perseguita da tutta la modernità - era del riproducibile tecnico, sociale e politico - ma anche dell’oggetto, che oggi è smaterializzato il più possibile, e pur in questa inafferrabilità è diventato il fine (ed è un fine che non c’è, perché non c’è neppure lo stesso oggetto, è finita anche la reificazione), ed è inoltre un fine che si colloca esclusivamente nel presente immediato, il Presente Digitale Eterno, che appare come un buco nero che inghiotte ogni cosa, senza neppure la possibilità di abbracciare l’orizzonte degli eventi, punto di non ritorno, ma anche di un ultimo disperato tentativo di comprensione. Adesso il capitale estremo si limita a generare l’unico presente estremo: una bocca spalancata sul nulla, dentro cui tutti, e io per primo, entriamo sorridendo.
Mi chiedo come definire meglio questo Presente Digitale Eterno e penso che si potrebbe immaginare come la somma dei microsecondi che passiamo durante una giornata (una settimana, un anno, una vita, vedete voi) a strisciare le dita su uno schermo (non solo a scrollare pagine o reel, ma anche a sbloccare il dispositivo, per esempio). Tutti quei momenti di passaggio apparentemente trascurabili si sommano e creano anche quella sensazione costante di controllo e sorveglianza - così soffocante da essersi travestita da libertà e come tale noi la viviamo - che sembra essere diventata la dimensione emotiva più diffusa sul pianeta. Qualcuno dice che siamo dentro una Matrix. Potrebbe essere, del resto Philip Dick è stato uno dei più folli e grandi sociologi del futuro, ma il punto è che dietro non ci sono macchine aliene e cavi nella nuca di cui liberarsi, perché questa Matrix siamo noi, tutti insieme, la alimentiamo da soli. E al suo interno viviamo, sogniamo, amiamo, desideriamo e consumiamo. È il nostro tempo, l'unico che ci viene concesso, e si fonda su una sua struttura immutabile, fatta di una invisibile, ma costante e totale pressione. La sorveglianza (tramite geolocalizzazioni, conti online, connessione continua, solo per fare alcuni esempi) è il suo elemento principale, ma i controllori sono gli stessi controllati. In un certo senso somiglia alla Fortezza d'If immaginata da Italo Calvino nel suo Conte di Montecristo combinatorio: la fortezza perfetta, quella senza pareti e guardie, ma da cui non è possibile fuggire in nessun modo. La fortezza definitiva. “Il controllo - scriveva Fisher guardando a Deleuze - funziona solo quando sei complice”.
E la doppia natura, di controllato e controllore, non può che generare un continuo cortocircuito, un incrociarsi di piani che si traduce in ansia, inadeguatezza, costante allarme. ”L’imperativo precedente, un attimo prima di capitale importanza - sono ancora parole di Mark Fisher, tratte da un pezzo sul romanzo Gli inconsolabili di Kazuo Ishiguro - svanisce nell'irrilevanza nel preciso momento in cui il nuovo si materializza". E poi: "Ogni spazio e tempo è subordinato all'urgenza. Non esiste tempo al di fuori di quello dell'urgenza; e tutto lo spazio è curvato dall'urgenza (e dalle frustrazioni che ne derivano)”. Il Presente Digitale Eterno è una palude, ma di frenesia. Quella sensazione di sabbie mobili ovunque. Quel magnetismo irresistibile che alimenta ogni minuto. I modelli da imitare, la ricchezza da conquistare, l'immagine di sé che deve essere diffusa. L'ossessione del controllo sanitario. Un vortice di obiettivi da raggiungere - posti come positivi, cioè reali, necessari - che tutti inseguiamo come i dannati di Dante trascinati da un vento senza fine. Il fine è diventato essere in quel vento, essere nel Mercato, il resto diventa solo silenzio. Lo sciame di Byung-chul Han, ma in veste cool-infernale. E anche se parliamo di persistenza del presente, la sua natura è opposta al concetto vivificante di qui-e-ora, è un presente senza tempo, senza consapevolezza, senza dimensione, vuoto come il cuore e lo specchio di Gian Maria Tosatti.
Hito Steyerl
Torno a Barcellona: la scomparsa del futuro qui è plastica, è una grande negazione di tutto ciò che fingiamo sia al cento del dibattito, ma non lo è: i diritti, la crisi climatica, l’educazione. Possiamo scandalizzarci per i progetti di Trump sulla spiaggia di Gaza, ma il punto è che il mondo è già diventato la spiaggia di Gaza, noi ci viviamo su quella spiaggia, che pure non è nostra in nessun modo e non è neppure una spiaggia, ma è il nostro mondo, calato in un presente dal quale non si può uscire, blindato da un’idea di progresso tecnologico che non va da nessuna parte e che ha ucciso il futuro, perché lo ha reso inutile, dato che ogni promessa è mantenuta adesso. Questo mi sussurrano di continuo gli stand, ora riesco a sentirlo.
“L’idea che l’invenzione di nuove tecnologie conduca a un futuro meraviglioso e mai immaginato prima - scrive Saitō Kōhei nella sua rilettura di Marx - è piuttosto diffusa tra la gente, e diventa sempre più plausibile a mano a mano che corre di bocca in bocca al punto da scomodare espressioni come ‘rivoluzione’ tecnologica. […] Intanto però geoingegneria di stampo ecomodernista e tecnologie Net, a prima vista di grande impatto, promettono solo un futuro in cui continueremo a bruciare combustibili fossili come abbiamo sempre fatto”. È questo il punto, o, almeno, uno dei punti. In tutta la grande vendita di prodotti e servizi è completamente scomparso anche il riferimento all’ambiente, ai cambiamenti climatici o, ancora più genericamente, a una prospettiva ecologica, per quanto astratta e vaga. Nei luoghi più avanzati della frontiera del capitale digitale è finito anche il Green Washing, come se non ci fosse più neppure bisogno di fingere di averci creduto. A suo modo è una forma di onestà, se volete, ma alla fine, una volta di più, dietro la tenda non c’è più nulla. E un personaggio di Kafka o di Foucault penserebbe immediatamente di trovarsi in una prigione, che è, per sua stessa natura, il Tutto. Samuel Beckett, dove sei?
Quando esco, e sento il vento e porto la mia borsa a spalla mi fermo e mi guardo intorno, tutto sembra come prima, tutto è come prima e se devo tirare le somme, quando salgo su un vagone della metropolitana nei miei appunti rileggo quello che, in fondo, continuo a scrivere da anni: “Siamo in un mondo nel quale il libero arbitrio diventa lo strumento più efficace per l'omologazione, il trionfo definitivo del ribaltamento di ogni prospettiva nel suo opposto. L'anticonformismo della Apple; l'autodeterminazione su Instagram; la libertà della continua e totale sorveglianza. Le elezioni democratiche che premiano il tiranno. La nostra Grande Normalità. Tutto pulito, a volte perfino luccicante e irresistibile”.
È l'aria che respiriamo e nessuno può vivere senza aria.
Leonardo Merlini, marzo 2026
Andreas Gursky
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