Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Leonardo Merlini
Leggi i suoi articoliNon è facile spiegare le sensazioni che si provano in queste ore vivendo intorno alla Biennale di Venezia. Da una parte, lavorando per raccontare gli artisti e i loro progetti, si vede la mostra internazionale prendere forma praticamente dl nulla, si assiste a un cantiere che si trasforma in opere d’arte, ci si trova di fonte a una specie di prodigioso cambio di stato della materia: quelli che arrivano come semplici oggetti in pochi giorni stanno prendendo la forma di qualcosa di più grande: dei dispositivi intellettuali che parlano del nostro presente, spero in maniera inedita. “L’arte non è il lavoro con cui si cambia il mondo - mi ha detto due giorni fa Nolan Oswald Dennis, artista sudafricano che lavora partendo dalla scienza per ricostruire le dinamiche politiche oppressive e provare a sovvertirle - l’arte precisamente è il lavoro che può rendere in grado altri di cambiare il mondo”. La sensazione, attraversando l’Arsenale mentre questa narrazione immaginata da Koyo Kouoh prende un aspetto tangibile, è proprio questa: abilitare il cambiamento, imaginare un futuro diverso e possibile.
Sarebbe perfetto, se solo intorno non stesse infuriando una tempesta che forse, al netto delle pagine nerissime di Goebbles ai Giardini, qui non si era mai vista, neppure durante la Contestazione.
Dall’altra parte, infatti, la Biennale 2026 è al centro delle cronache da mesi per la decisione del presidente Pietrangelo Buttafuoco di riammettere il padiglione della Russia, e poi di ospitare quello di Israele e, per molti, anche quello degli Stati Uniti. Il governo italiano, con il ministro Giuli, ma anche con la presidente Meloni, ha fortemente criticato questa scelta, ancora poche ore fa. Il ministero della Cultura ha inviato gli ispettori e la giuria internazionale, che aveva fatto dell’esclusione della Russia e di Israele dai possibili premi un punto fermo della propria visione, si è dimessa in blocco a nove giorni dall’apertura al pubblico. Il caos, insomma. Una situazione a cui, comunque, la Biennale ha risposto subito, annunciando che le premiazioni si terranno all’ultimo giorno della mostra e che i Leoni assegnati saranno scelti dai visitatori e saranno due: all’artista e alla partecipazione nazionale, senza nessuna esclusione. Non è la prima volta che la premiazione viene posticipata, hanno spiegato da Ca’ Giustinian, ma il precedente è legato al Covid, ossia una pandemia globale che ha paralizzato il pianeta per mesi. Insomma la misura della drammaticità della situazione forse sta anche solo in questo parallelismo.
In mezzo al terremoto che cosa si può fare, mi chiedo. La risposta forse sta in quello che ho visto in tante Biennali prima di oggi, in tanti progetti che hanno affrontato il tema delle catastrofi, di varia natura, cercando delle strade di uscita e dei percorsi di comunità alternativi. La risposta forse sta in tutto quello che In minor keys vuole provare a raccontare, ossia le pratiche artistiche, i pensieri degli artisti, i progetti che cercano di scostare il velo dall’ipnosi collettiva del capitalismo estremo per tornare a parlare della vita delle persone, della relazione con la natura, del modo in cui si possa riprendere a pensare parole come dignità e libertà. Il vero punto oggi, mentre la Biennale è su tutte le prime pagine dei giornali, è che non c’è nemmeno una parola sul progetto, sulle opere, sulle idee. Ci sono pratiche intense, contemporanee, profonde, calate in una realtà che non è di facciata, consapevoli di una storia che è sempre tragedia, ma dalla quale cercano di ricavare speranza. Ci sono storie grandi, lontanissime dal mio piccolo provincialismo lombardo, storie complesse e dolorose, ma possibili, storie reali, mondi modificabili. Ma, come per le famose lacrime nella pioggia del replicante Roy Baty di Blade Runner, oggi di tutto ciò non resta nulla. Non interessa a nessuno. È questa, probabilmente, la vera sconfitta di questi giorni strani, di sole, laguna, vento e una indefinibile tristezza.
Un’ultima considerazione, a cui tengo molto. A prescindere dalle opinioni di ciascuno non riesco a non pensare che quando il mondo irrompe bruscamente nella tua vita, è quasi certo che la devasterà. Succede ai personaggi nei romanzi di Philip Roth, succede anche a un’istituzione più che secolare come la Biennale di Venezia. Magari il mondo può avere ragione, ma se entra nelle tue stanze e le brucia poi restano solo danni, e vittime. Anche se il mondo agisce a difesa di altre vittime e a risarcimento di altri danni, per i più giusti ideali. Non sto parlando del merito, mi limito al metodo (che peraltro sembra anche ricalcare tante di quelle dinamiche colonialiste e post-colonialiste che sono al centro, da anni, delle riflessioni delle varie Biennali, tutte).
L’ex presidente Paolo Baratta ripeteva fino allo sfinimento che la Biennale aveva il compito di riattivare il desiderio: sicuramente un modo per farlo si troverà, ricostruendo dalle macerie dell’oggi. Ma partiamo dal punto in cui questo desiderio - di arte, di cultura, di intelligenza - è ridotto quasi al lumicino e, soprattutto, è tacciato di irrilevanza e, a differenza di quanto accaduto in un altro periodo difficilissimo come il Sessantotto, ora sembra non importare più a nessuno.
Altri articoli dell'autore
Ovvero: volevo essere Mark Fisher
La fotografa nel suo nuovo progetto racconta la scomparsa di quella idea di West che ha alimentato e ancora alimenta mitologie americane
Jonathan Franzen nel 1996 scelse di intitolare Forse sognare un suo brillante saggio sullo scrivere romanzi
La mostra da Fondazione Prada, a Milano, compone una classificazione dei fotografi che a loro volta hanno lavorato sul tema della classificazione per immagini



