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Una veduta esterna della precedente sede di WOW-Museo del Fumetto a Milano

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Una veduta esterna della precedente sede di WOW-Museo del Fumetto a Milano

WOW-Museo del Fumetto andrà fuori Milano?

«L’attuale bando? Una beffa», lamenta Luigi Bona, direttore del museo chiuso lo scorso anno dopo 14 anni di attività: «A noi mai nessun contributo dal Comune»

Ada Masoero

Giornalista e critico d’arte Leggi i suoi articoli

Della chiusura dello Spazio WOW-Museo del Fumetto di Milano avevamo dato notizia nell’estate scorsa, portando le ragioni del Comune di Milano, proprietario del complesso in cui da 14 anni si trovava il museo. Lamentando il mancato pagamento di numerosi canoni d’affitto (per circa 180mila euro) da parte della Fondazione Fossati, cui il museo fa capo, il Comune aveva intimato loro di lasciare libero lo spazio entro il 15 giugno 2025, suscitando un’immediata mobilitazione di moltissimi milanesi (oltre 14mila le firme) e di tante figure di primo piano del mondo dell’illustrazione e del fumetto.

L’assessore alla Cultura, Tommaso Sacchi, si era detto addolorato per questa situazione e aveva agevolato l’incontro fra le parti, mentre la Direzione Cultura e l’Avvocatura del Comune, da parte loro, avanzavano la proposta, sino ad allora negata, di consentire alla Fondazione di rimanere nell’immobile di viale Campania 12 fino all’aggiudicazione del bando per il nuovo gestore dello spazio, a condizione che venisse corrisposto il canone per i mesi di proroga: «Canone che noi non abbiamo più corrisposto, spiega a «Il Giornale dell’Arte» il direttore del museo e presidente della Fondazione Fossati, Luigi Bona, perché il contratto, risalente al 2011 (Amministrazione Moratti) prevedeva che la manutenzione straordinaria dell’immobile fosse interamente a carico del Comune. Lo firmammo poco prima delle elezioni: a Letizia Moratti subentrò Giuliano Pisapia, il cui assessore alla Cultura, Stefano Boeri ci fu vicino, eppure non solo venne meno il contributo comunale destinato a chi facesse attività culturale continuativa sul territorio, ma furono lasciate a nostro carico le ingentissime spese necessarie per rendere agibile l’edificio (un sito di archeologia industriale, già sede di un deposito dell’Azienda Tranviaria Municipale, poi dell’industria dolciaria Motta, Ndr), che era stato ristrutturato prima del nostro ingresso con errori gravissimi di progettazione, di cui eravamo ovviamente all’oscuro: riscaldamento del tutto insufficiente (ricordo che un inverno fornimmo, polemicamente ma assai utilmente, una sciarpetta a ogni visitatore) e per di più con costi iperbolici; impianto elettrico drammaticamente inadeguato (i fili, da appartamento, non reggevano il carico delle 15 lampade riscaldanti che dovemmo acquistare); continui allagamenti di acque nere (in un museo, poi, il cui patrimonio è cartaceo!) a causa degli scarichi dei molti bagni che confluivano in un unico tubo, troppo piccolo e tortuoso, e molto altro ancora. Per 14 anni la situazione è stata questa: i tecnici del Comune facevano sopralluoghi senza risolvere nulla e senza mai inviarci le loro relazioni. Il Covid-19, poi, ci ha dato il colpo di grazia (sebbene avessimo anche organizzato alcuni campus estivi con distanziamento, mascherine e ogni sorta di accorgimento), perché le nostre entrate derivavano soprattutto dalla didattica per le scuole, che arrivavano anche da altre città: tutti introiti cancellati per i due anni e mezzo di sospensione delle gite scolastiche. Ma nessun licenziamento nel personale».

Per non dover chiudere il Museo, la Fondazione Fossati ha offerto al Comune, in pagamento del proprio debito, un nucleo di suoi materiali storici, valutati da Finarte 182mila euro: «Diverso, puntualizza Bona, è stato l’avviso dei loro periti, che li hanno stimati 15mila euro. Quindi, essendo noi “morosi”, non potremo partecipare al nuovo bando. Ora i locali sono stati in parte svuotati e liberati ma quello che più ci addolora, visto il nostro impegno di questi anni (200 mostre in museo, tra cui la prima di Zerocalcare e più rassegne di Disegnatori Riuniti, e 50 mostre in altre sedi; 5mila iscritti ai laboratori ogni anno; un milione di visitatori nei 14 anni di attività e un rapporto fortissimo con la collettività e con gli artisti, centinaia dei quali ci hanno mandato disegni sul tema «No allo sfratto!») è stato scoprire sul nuovo bando che chi entrerà godrà di un finanziamento del Comune di 900mila euro, aumentabile a 1,2 milioni, per provvedere ai lavori necessari. Una vera beffa», commenta il direttore.

Che ne sarà allora del Museo del Fumetto? «Il nostro progetto, conclude Bona, è continuare a esserci, perché conserviamo la storia di una parte dell’editoria italiana che nessun’altra istituzione possiede (creata, poi, con figure come Oreste Del Buono e Umberto Eco) e il cui catalogo è reso pubblico sul sito web della Fondazione Franco Fossati, il che lo rende accessibile ai tanti studiosi, alle università, ai musei che ci chiedono supporto per le loro ricerche. Abbiamo tavole originali, manifesti, documenti, italiani e internazionali, dall’Ottocento in poi, possediamo interi fondi (come quello di Sergio Tofano) e, avendo in collezione le edizioni originali di tutti i fumetti e dei libri da cui alcuni sono stati tratti, possiamo datare correttamente materiali sinora non databili con certezza. Ma non possiamo chiudere perché anche il pubblico ce lo chiede. Che cosa faremo? Se non possiamo stare in Milano, andremo nell’hinterland. Ormai c’è un’intera Milano fuori Milano, formata da chi si è trasferito fuori città ma che non per questo vuole rinunciare alla cultura. Stiamo già seguendo più di un percorso e confido che presto avremo novità».

Ada Masoero, 11 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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