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Rosalba Cignetti
Leggi i suoi articoliNei mormorii e nelle consolazioni della poesia, evocati da Koyo Kouoh, affiora una consapevolezza diffusa delle fratture che attraversano il presente. Uno stato delle cose che si legge in molti dei Padiglioni Nazionali, 100 diffusi tra Giardini, Arsenale e città, che lavorano su materiali instabili, memorie incomplete e processi in corso.
Una condizione cui Yto Barrada dà forma nel Padiglione della Francia, innescando processi di trasformazione e consumo della materia. Tessile, installazione e film costruiscono un percorso fatto di gesti minimi e saperi marginali, dove usura e mutamento diventano forma. Non c’è nostalgia né denuncia esplicita: la frammentazione economica e sociale è il riflesso della processualità messa in atto dall’artista. La trasformazione, però, non è solo perdita. Nel Padiglione degli Stati Uniti, Alma Allen costruisce un paesaggio di sculture biomorfe in materiali naturali americani — marmo Yule, noce, pietra vulcanica — lavorati tra manualità e tecnologie avanzate. Le forme sembrano in bilico tra peso e leggerezza, come se la materia fosse ancora in movimento, mai stabilizzata, come la storia cui guarda nel Padiglione della Gran Bretagna, Lubaina Himid. La sua pittura, che integra suono, scultura e narrazione, è una continua rilettura della storia. Le fratture del passato diventano esplicite nel Padiglione della Germania, affidato a Henrike Naumann (prematuramente scomparsa lo scorso febbraio) e a Sung Tieu. Le installazioni di Naumann intrecciano arredi, design e video per rileggere le tensioni della riunificazione tedesca; Tieu lavora su migrazione e globalizzazione post-Guerra Fredda. Insieme generano un campo di forze in cui passato e presente restano in frizione. Il Padiglione della Spagna con Oriol Vilanova lavora invece sull’accumulo e sull’archivio: migliaia di cartoline costruiscono un atlante frammentario dell’immaginario collettivo. Il gesto quotidiano della raccolta e le modalità di esposizione, mostrano come la storia si formi anche attraverso pratiche minime e private.
Dall’altro capo del mondo, nel Padiglione della Cina, il passato e presente scorrono in un flusso unico: calligrafia, pittura, tecnologie digitali e ambienti immersivi confluiscono in un sistema di immagini che mette in relazione tradizione e ricerca. Di segno opposto il Padiglione del Kazakistan, un archivio del silenzio. Opere fatte di suono, materia e spazio si muovono nella discontinuità del contesto post-sovietico, fra rimozioni e riattivazioni. Il tema della memoria come spazio instabile ritorna nel Padiglione dell’India, dove la casa non è vista come luogo fisico, ma come deposito di relazioni, punto di partenza per riflettere su perdita, urbanizzazione e diaspora. Su queste stesse linee si innestano anche molti altri padiglioni. Il Padiglione del Libano, con Nabil Nahas, costruisce superfici pittoriche che evocano paesaggi biologici e cosmici, mettendo in connessione materia e universo. Il Padiglione della Lituania, con Eglė Budvytytė, lavora sull’animismo come forma di relazione tra corpi, ambiente e linguaggio. Il Padiglione dell’Uruguay, con Margaret Whyte, introduce il concetto di antifragilità, leggendo la crisi come possibilità di adattamento. Anche contesti più marginali si inseriscono in questa geografia: il Padiglione di Nauru, con Stefano Cagol (tra gli altri), affronta le conseguenze ambientali e politiche dello sfruttamento territoriale, portando alla Biennale una delle realtà più esposte alle trasformazioni climatiche. La Repubblica di Nauru (la più piccola del mondo) è uno dei sette Paesi che partecipano per la prima volta, insieme a Repubblica di Guinea, Repubblica di Guinea Equatoriale, Qatar, Repubblica di Sierra Leone, Repubblica Federale di Somalia, Repubblica Socialista del Vietnam.
Le tensioni geopolitiche emergono infine nei padiglioni più discussi. Il Padiglione di Israele, con Belu-Simion Făinaru: sedici tubi da cui cadono gocce d’acqua nera in una vasca, un dispositivo essenziale su tempo, memoria e assenza. Il Padiglione della Russia, con un progetto collettivo di musicisti, poeti e filosofi internazionali che tenta di ridefinire la presenza culturale russa dopo il ritiro del 2022.
Una geografia mobile fatta di fratture e continuità parziali, dove la cultura si muove nelle linee di tensione del presente senza mai coincidere con esse, ma mantenendo una distanza per renderle leggibili.
Lubaina Himid, «Navigation Charts. Spike Island», 2017. © Courtesy Tate, Turner Prize