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Redazione GdA
Leggi i suoi articoliAlla Design Week la casa smette di essere «solo» spazio funzionale e torna a rappresentare un sistema simbolico. Con «La Casa Magica», Nilufar propone infatti una lettura dell’abitare che intreccia progetto, memoria e immaginazione, riportando al centro il valore rituale degli interni contemporanei. La mostra, curata da Valentina Ciuffi con Studio Vedèt e allestimento di Space Caviar, riunisce una serie di designer internazionali attorno a un’idea precisa: la casa come «macchina di senso». Gli oggetti esposti non sono pensati come semplici elementi d’arredo, ma come dispositivi attivi, capaci di influenzare percezioni, comportamenti e stati emotivi. In questo contesto, materiali, forme e superfici diventano strumenti attraverso cui lo spazio domestico si carica di significato.
Il percorso espositivo si fonda su una solida riflessione teorica che attinge a diverse discipline. Da Gaston Bachelard, la mostra riprende l'idea della casa come un «cosmo» intimo, custode di memorie e immaginazione. Questa visione si arricchisce con le intuizioni di Emanuele Coccia, che vede l'ambiente domestico come un "artefatto psichico" dove persone e oggetti si influenzano reciprocamente. A ciò si aggiunge una tensione più sottile, ispirata al concetto di «perturbante» di Sigmund Freud: l'idea che ciò che è familiare possa improvvisamente rivelarsi estraneo, aprendo a dimensioni inattese all'interno dello spazio quotidiano.
Questa stratificazione teorica si traduce in una serie di archetipi ricorrenti. Il focolare, inteso come centro simbolico della vita domestica, richiama modelli antichi legati alla continuità e alla protezione. La soglia introduce invece una dimensione liminale, di passaggio e trasformazione, mentre il letto si configura come spazio intimo e totale, capace di contenere le fasi fondamentali dell’esperienza umana. Non si tratta di elementi decorativi, ma di strutture profonde che orientano il progetto.
I lavori in mostra – firmati, tra gli altri, da Anita Morvillo, Sonia Gorecka, Davide Monaldi e Kym Ellery – sviluppano queste tematiche attraverso un uso mirato della materia. Metalli, cere, tessuti e superfici riflettenti costruiscono ambienti immersivi che sollecitano una lettura sensoriale dello spazio. In particolare, il tessile riemerge come archivio culturale, in continuità con la tradizione narrativa degli arazzi, riportando il tema della memoria all’interno del progetto contemporaneo.
Sul piano storico, l’approccio dialoga con esperienze come quelle di Alessandro Guerriero e del design radicale italiano, che hanno messo in discussione il funzionalismo introducendo dimensioni simboliche e narrative nell’oggetto. Allo stesso modo, si possono individuare affinità con il Surrealismo di Salvador Dalí e Meret Oppenheim, dove l’alterazione del quotidiano genera nuove possibilità interpretative.
È un contesto in cui il design si confronta con la necessità di produrre significato, offrendo una risposta al processo di razionalizzazione che Max Weber ha definito «disincanto». «La Casa Magica» si inserisce in questa traiettoria, proponendo una rilettura dell’abitare che non nega la funzione, ma la integra con una dimensione simbolica più ampia, cercando di «re-incantare» lo spazio domestico.