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Samantha De Martin
Leggi i suoi articoliUn oracolo a forma di Bocca della Verità, simile a un fornetto UV, con le sembianze di Alberto Maggini, mente e monetizza ingoiando mani, mentre prepara armi affilate per scendere in campo, che più belli (o belle) non si può.
Nel grande centro estetico allestito dall’artista romano, un tempio hi-tech dell’epidermide, dove l’originale fa spazio alla sua ideale costruzione, tra luci stroboscopiche e musichette che oscillano fra lo zen e l’hyperpop si entra per rinnovare il mito (o forse il miraggio) di un’eterna giovinezza.
Clienti qualunque, ci concediamo un’ora tra le quattro stazioni rituali che promettono bellezza eterna tra sieri miracolosi, apparecchiature laser, cartelloni pubblicitari e manicure filosofiche. Due sfingi in ceramica sorvegliano l’ingresso, mentre il telefono a conchiglia della reception attende potenziali clienti. Il primo talismano, un porta-ciglia in ceramica, assicura fortuna e successo. L’indirizzo di questo ambiente ambiguo e immersivo, a metà tra lo showroom, la spa e un laboratorio biopolitico è «via degli Ausoni 7». Qui la Fondazione Pastificio Cerere, la vivace officina del contemporaneo che promuove la libertà di espressione e la sperimentazione di linguaggi artistici con un forte impatto nazionale ed internazionale, fino al 10 luglio accoglie «ULTRA FLAT».
Ad accoglierci è Alberto Maggini, artista multidisciplinare, una laurea in Biologia e un master in Botanica presso l’Università Sapienza di Roma, gli studi in campo artistico proseguiti con un master in Arti Visive al Chelsea College of Arts di Londra.
È il momento della messa in piega. Nella sala delle parrucche ispirate alle capigliature delle matrone romane, eternate nelle sculture dei Musei Capitolini, invidiamo i boccoli del toupe di Giulia, figlia di Tito, prima donna a indossarlo a Roma.
La capigliatura, prima di tutto. Nella città eterna non era un dettaglio che lasciava adito al caso, ma un vero e proprio sistema di potere. Come scrive il curatore della mostra Gianlorenzo Chiaraluce nel testo critico «le ideologie si annodavano sui ricci, rendendoli particolarmente crespi. E se ogni riccio è un capriccio, qui il capriccio diventa pretesa quasi isterica di volume, ammassamento ed evidenza».
Ad assisterci in questa immersione tra vitamine di collagene, bava di lumaca e i benefici del cetriolo, frutto del gesto ossessivo di accumulare rimedi per assicurarsi il dono di Afrodite, è il busto di Mr Ananas, il combattente della bellezza, con la sua armatura di pelle di ananas e phon brandizzato. Avanzando tra spugne e bigodini si arriva nella sala della ceretta, dove un lettino da massaggio invita a un «Risveglio Karmico», con tanto di trattamento alla paraffina per ammorbidire le mani. Tutto per assaporare la spiritualità «Ultra flat».
Ma da cosa nasce il titolo della mostra?
«Il titolo Ultra flat, mostra che ha richiesto due anni di lavoro, spiega Alberto Maggini, racchiude in sé due significati. Da un lato vuole essere una critica sottile a un’estetica nella quale tutti vogliamo apparire uguali, appiattendoci nel ricercare la bellezza ideale alla Kim Kardashian. Dall’altra parte si assiste a una sorta di democratizzazione della bellezza. L’idea della mostra è anche quella di sovvertire l’idea di una bellezza divina, mandata dall’alto, a vantaggio di una bellezza più libera, dionisiaca. Subisce un cambio di assetto da verticale a orizzontale, diventando accessibile a tutti. Questa qualità non si può possedere, non dobbiamo cercare di essere belli, ma di essere come fiori, selvatici». Segue una riflessione sull’omologazione dei rapporti sociali, che scioglie le singole identità, le differenti entità delle persone, alla maniera di una maschera all’Avocado. Un espositore, rifiuto recuperato dall’artista da una farmacia, invita a detergere, rivitalizzare idratare mentre un banano obelisco «sbuccia» il potere.
«La bellezza, prosegue Alberto Maggini mentre attraversiamo le sale, è sempre stata utilizzata dal potere come uno strumento. L’ironia è tutto ciò che dà davvero fastidio al patriarcato, un elemento di sovversione delle strutture costituite».
Due pettini rivestiti di pelle di coccodrillo introducono all’ultima sala, uno spazio più riservato, non per tutti.
In questo giardino delle delizie che ricorda Bosch l’ipotetico cliente che ha attraversato tutti i trattamenti di bellezza, simile a un dio, appare nel gran finale (che non sveliamo), circondato da smalti, creme, guanti, candele, pistilli che si sviluppano da nasi.
Il pubblico è autorizzato a interagire attraverso un pulsante rosso, scegliendo l’ipotetico finale della mostra, unendosi alla processione sacra che sfila verso il mondo portando il suo messaggio di bellezza, Ultra flat.
Nata come estensione del precedente progetto editoriale «Adore» - opera incentrata sull'imitazione parodica e de-strutturata di una rivista di moda costellata di oggetti trovati nei mercatini dell’usato di Atene e collezionati dall’artista - l’esposizione prosegue la medesima dinamica di mimesi decostruttiva combinando registri visivi apparentemente inconciliabili: iconografie spirituali, sistemi estetico-cosmetici, riferimenti alla storia dell’arte, oggetti kitsch, pubblicità fittizie, facendo convivere in uno stesso spazio sacro e commerciale, artificio e natura, storia e propaganda, mito e marketing.
Questa trasformazione non solo fisica, ma anche percettiva, storica e sociale, che guida il visitatore attraverso i suoi diversi stadi trova la sua cornice ideale all’interno del Pastificio Cerere, esso stesso un luogo di trasformazioni, tra le più antiche fabbriche del quartiere di San Lorenzo che dal 1905 al 1960 ha rifornito di pasta e farina la capitale per trasformarsi in un luogo d’arte un decennio più tardi.
La storia del Pastificio Cerere, dove dal 2004 la Fondazione Pastificio Cerere trova spazio, inizia quando l’imprenditrice Felicina Ceci, proprietaria dell’edificio insieme a sua sorella Adriana, accetta di affittarne i locali ad alcuni giovani artisti. Il primo a istallarvi lo studio è Nunzio, seguito da Bruno Ceccobelli, Gianni Dessì, Giuseppe Gallo, Pizzi Cannella e Marco Tirelli.
Questo ente no profit, hub culturale che contribuisce a costruire una visione più contemporanea della città di Roma in dialogo con il contesto nazionale e internazionale, dal 2015 fa parte del Comitato Fondazioni Arte Contemporanea, costituito su invito del Ministero della Cultura, condividendo obiettivi di sviluppo, cooperazione e valorizzazione del sistema dell’arte contemporanea in Italia.
Con l’intento di preservare e valorizzare il patrimonio culturale dell’edificio che la ospita, la Fondazione ha reso accessibile uno spazio dedicato alla produzione, alla ricerca e alla sperimentazione artistica, oltre a un atelier, un archivio aperto alla consultazione e una foresteria destinata all’accoglienza di artisti, curatori, critici, ricercatori e giornalisti coinvolti nelle attività istituzionali.
Il prossimo progetto espositivo alla Fondazione Pastificio Cerere sarà dal 23 settembre al 28 novembre con la mostra «BENU», che esplora e approfondisce l’omonimo progetto - realizzato in collaborazione con la Fondazione Severino - che ha portato l’arte contemporanea nella Casa Circondariale di Rebibbia Femminile, attraverso un percorso partecipativo guidato dall’artista Eugenio Tibaldi, a cura di Marcello Smarrelli.
«È un grande onore per me, prosegue Alberto Maggini, esporre presso la Fondazione Pastificio Cerere e potermi confrontare con questa storica istituzione. I prossimi progetti potrebbero vedermi impegnato con una mostra all’estero, ma per adesso, dopo due anni di fatica, vorrei riposarmi».
E qui, tra postazioni e lettini di questo centro estetico «della verità» (o della menzogna) il relax non manca.
Installation view, «ULTRA FLAT», Fondazione Pastificio Cerere 2026. Courtesy Fondazione Pastificio Cerere. Credits: Carlo Romano.