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Narra una storia appassionante la mostra «Gli Etruschi e l’Olanda. A/R dei bronzi Corazzi», presentata dal primo aprile al 4 ottobre dalla milanese Fondazione Luigi Rovati: quella del viaggio da Cortona a Leida compiuto nel 1826 dalla raccolta etrusca dell’erudito patrizio cortonese Galeotto Ridolfini Corazzi (1690-1768), e del suo eccezionale ritorno in Italia grazie a questo progetto realizzato con il Rijksmuseum van Oudheden di Leida, il Maec-Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona e il Comune di Cortona, che riprende e sviluppa il percorso presentato fino al 15 marzo nel Maec. Appena conclusa la grande rassegna sulle Olimpiadi, che occupava per intero lo spazio espositivo, ora è il solo piano ipogeo, dov’è presentata una selezione della collezione permanente della Fondazione, ad aprirsi al nucleo dei bronzi, fra i quali alcuni ritrovati casualmente nel 1746 appena fuori Cortona da alcuni contadini e presto acquisiti da Corazzi.
Perché siano poi finiti in Olanda, si spiega con la seconda delle tre «D» (Death, Debt, Divorce) che, come ripetono le case d’asta, generano le dispersioni delle collezioni. Morto il collezionista, uno dei suoi nipoti s’indebitò gravemente. Nel 1819 propose il famoso «museo» del nonno al granduca Ferdinando III di Toscana, che gli offrì però una cifra irrisoria: rifiutata. In seguito fu invece Caspar Reuvens, direttore del Museo di Leida, a farsi avanti (con una valutazione adeguata), supportato da Guglielmo I d’Olanda, e il Museo di Leida diventò il primo fuori d’Italia a possedere una collezione etrusca, in tempi in cui l’Illuminismo, con la sua sete di conoscenza, aveva diffuso ovunque l’interesse per questa misteriosa civiltà.
In mostra sono esposti bronzetti preziosi, come il «Fanciullo con oca» (metà del II secolo a.C.), un bambino nudo con una «bulla» al collo, che stringe fra le braccia un’oca: una statuetta a carattere votivo, come testimonia l’iscrizione che corre lungo la gamba, al pari del bronzetto del dio della guerra «Laran» (540-520 a.C.), anch’esso con un’iscrizione dedicatoria. C’è poi il «Grifone» (metà IV secolo a.C., testa e ali dell’aquila, regina del cielo; corpo del leone, re della terra), dedicato a Tinia, divinità delle folgori, il Giove dei Latini.
Con questi, sono esposti altri squisiti bronzetti, cui si aggiunge un patrimonio di libri del Sette e Ottocento, testimonianza preziosa degli studi e del gusto collezionistico del tempo, come Ad monumenta Etrusca operi Dempsteriano additae explanationes et conjecturae (1723-24) di Filippo Buonarroti, discendente di Michelangelo; i Due ragionamenti del dottore Lodovico Coltellini agli Accademici Etruschi di Cortona sopra quattro superbi bronzi antichi (…) di Lodovico Coltellini (1750) e il Museum Cortonense (1750) di Francesco Valesio, Antonio Francesco Gori, Ridolfino Venuti. Quei libri, in cui figurano alcune delle opere esposte e altre sculture etrusche (alcune perdute), diventano così strumenti efficaci per riattivare i materiali archeologici, dando testimonianza di quelli scomparsi o conservati in luoghi difficilmente accessibili e contestualizzando nella cultura del tempo in cui furono ritrovati quelli giunti sino a noi, in una trasmissione di saperi che restituisce l’intreccio di significati di cui sono portatori. Il catalogo, edito dalla Fondazione Luigi Rovati, riunisce i contributi e le schede di Paolo Bruschetti, Luigi Donati, Ruurd Binnert Halbertsma, Paolo Giulierini, Giulio Paolucci e Patrizia Rocchini.
Filippo Buonarroti, «Ad monumenta Etrusca operi Dempsteriano additae explanationes et conjecturae», 1723-24. © Fondazione Luigi Rovati, Milano
Statuetta di grifone con iscrizione votiva in etrusco, metà IV sec. a.C. © Rijksmuseum van Oudheden