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Giogio Celiberti, «Dissociazione», 1991-94

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Giogio Celiberti, «Dissociazione», 1991-94

Alla Gnamc l’umanità primigenia di Giorgio Celiberti, artista sciamano

Nell’ambito di una mostra in corso al 3 maggio, il 96enne artista friulano dona al museo romano l’opera «Dissociazione»

«C’è un’accorata visione negli occhi del maestro Giorgio Celiberti, il cui riflesso possiamo ritrovare nella sua opera e nella generosità con cui la dona. Una donazione di altissimo livello che ci rende felici. Abbiamo di fronte a noi l’espressione viva e sorridente di un artista che signoreggia la realtà come materia nobile in divenire, che conosce la memoria del Novecento, il dramma dell’Olocausto, la pietà, l’innocenza violata. Se c’è un denominatore comune nel suo linguaggio potremmo definirlo un filo conduttore che riconduce all’archetipo, con quel senso del tragico che rende l’arte vera»: con queste parole il ministro della Cultura Alessandro Giuli è intervenuto alla cerimonia con la quale la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma ha accolto all’interno della propria collezione permanente l’opera «Dissociazione» di Giorgio Celiberti, donata dall’artista friulano e dagli eredi.

La donazione è stata presentata nell’ambito di una mostra in corso fino al 3 maggio, che descrive percorsi e ricerche di Celiberti, dalla partecipazione alla Biennale ad oggi. La Biennale è quella del 1948, quando l’artista, il più giovane tra i partecipanti (la frequentazione dello studio di Emilio Vedova, il liceo artistico, la condivisione dell’esperienza veneziana con Tancredi Parmeggiani) non ha nemmeno 19 anni. «E adesso che di anni il maestro ne ha 96, commenta il curatore Alessio Alessandrini, incarna, con i suoi 80 anni di carriera, l’unico testimone di quella temperie culturale dell’arte italiana. La sua incessante opera creativa è caratterizzata da questo sguardo utopico, una volontà di stendere un velo sulla realtà per ridefinirla e darle un significato».

A condensare in un pensiero la lunga carriera di questo spirito inquieto, dagli anni parigini, a contatto con le principali correnti dell’avanguardia europea, a una Londra segnata dall’Espressionismo di Francis Bacon e Graham Sutherland, fino ai viaggi tra America e Caraibi, Messico, Cuba, Venezuela e Stati Uniti, dove assorbe influenze internazionali, è il pensiero di Italo Calvino. «Caro Celiberti, scriveva il paroliere nel 1961 in occasione della mostra alla Galleria dell’Obelisco, la tua pittura mi piace perché è robusta e raffinata nello stesso tempo; perché c’è dentro un senso di solidità delle cose, una soddisfazione della fisicità, un piacere nella fatica di esistere e insieme una continua ricerca della musica che scorre tra le cose, ritmo e canto. Il mondo ha per te tutto il suo peso doloroso, la sua opaca difficoltà, ma è proprio attraverso tutto questo che tu raggiungi la tua colorata esultanza e salute».

All’interno della mostra allestita alla Gnamc, l’opera «Dissociazione» dialoga con altri tre lavori di Celiberti: «Speranze bruciate» (1995-97) «Diario di bordo» (1997) e «900» del 1998.

«Dissociazione», l’affresco di 180x150 cm, realizzato tra il 1991 e il 1994, si colloca in un momento significativo della ricerca artistica di Celiberti, in cui l’antica tecnica dell’affresco si coniuga con un linguaggio contemporaneo fatto di segni essenziali e materia densa, mentre la superficie riflette la tensione tra memoria e presente, un leitmotiv dell’intera poetica. Si intravedono lettere, cuori, finestre, simboli infantili, colori primitivi che, come si legge nel testo di presentazione a cura di Alessio Alessandrini, «rispetto alle altre opere dalla scura cromia drammatica si schiariscono per allontanarsi dai periodi più terribili, “dissociandosi” diventando augurio di un ritorno alla vita come un’accorata vocazione al perdono». Come sottolinea il curatore, per comprendere il senso profondo della sua arte, che resta in parte sfuggente, «è necessario partire dall’uomo: una personalità generosa, socievole e priva di ogni atteggiamento elitario, ma al tempo stesso profondamente autonoma dal punto di vista creativo». Celiberti non appartiene infatti a scuole o correnti artistiche definite, la sua ricerca si sviluppa in una solitudine fertile, alimentata più da un’esigenza interiore che dall’adesione a programmi estetici.

Le opere esposte alla Gnamc sono successive al periodo della svolta avvenuta negli anni Sessanta, quando l’artista abbandona il precedente linguaggio espressionista per intraprendere un percorso nuovo e personale. Questa rottura si fa risalire talvolta all’incontro con la memoria dell’Olocausto e con la città di Terezín, esperienza che rafforza in lui una profonda pietà per l’innocenza violata e che si concretizza anche in opere commemorative.

Sciamano, sacerdote, antico artefice di immagini, Celiberti (che ancora oggi porta avanti il proprio lavoro nel laboratorio di Udine, una «fucina» in cui materia e visione si incontrano) richiama con le sue figure animali e simboliche (cavalli, cavalieri, capre, uccelli e gatti) un universo arcaico e primigenio. In questa continua sperimentazione si intrecciano materiali e tecniche, dalla pittura, alla scultura, dall’incisione a interventi ambientali, mentre bronzo, alluminio, pietra, ceramica, vetro esplorano il rapporto tra gesto, memoria e materia. In questo processo creativo, concepito come una forma di ricerca spirituale, l’opera non è mai un punto di arrivo definitivo, ma una tappa di un percorso in continua evoluzione.

Samantha De Martin, 31 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

Alla Gnamc l’umanità primigenia di Giorgio Celiberti, artista sciamano | Samantha De Martin

Alla Gnamc l’umanità primigenia di Giorgio Celiberti, artista sciamano | Samantha De Martin