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Matteo Bergamini
Leggi i suoi articoliA ripetizione lamentiamo stanchezze creative: nel design, nelle arti visive, in musica, nella moda. Infatti accade che nella settimana di un Festival di Sanremo che forse ci siamo definitivamente lasciati alle spalle (inteso propriamente come format, già che qualunque cosa ha una propria ineluttabile fine, amen), in una serata disastrosa fatta di incidenti e appena prima di un week end di guerriglia nei cieli del Medio Oriente (che, cinicamente, dov'è la novità?), una vera folla curiosa arriva in via Lazzaretto 15, a Milano, dove accade una epifania. Laica, breve, a tratti scanzonata, originale senz'altro.
Siamo nello Spazio della designer Maria Calderara (ricavato negli storici locali della Galleria Stein) e stavolta, dopo gli omaggi e la collaborazioni con Piero Manzoni, Luca Maria Patella, Antonio Scaccabarozzi, Satoshi Hirose e Eugenio Tibaldi, c'è Tomaso Binga (alias Bianca Pucciarelli Menna, 1931) a fare da musa ispiratrice per una collezione che non solo si veste, ma che viene inscenata attraverso una performance più che collettiva, dove i modelli e le modelle sono anche gli artisti invitati a collaborare nelle scorse stagioni e, soprattutto, le cui tracce emozionali restano appese alle pareti: una mostra vera e propria, in collaborazione con l'Archivio Tomaso Binga e le gallerie Frittelli Arte Contemporanea (Firenze) e Tiziana di Caro (Napoli), accompagnata da un testo critico di Francesca Interlenghi.
Stavolta, il titolo, è quasi un gioco di parole, uno scioglilingua che ricorda i poemi sonori di Binga, che hanno aperto e accompagnato l'uscita degli indossatori e indossatrici investiti anche dell'incarico di montatori: #WWWWOMANWORDWRITINGFW26/27, un omaggio e insieme un dialogo serrato tra due modalità di contaminazioni dei linguaggi; sia quella di Binga nell'arte visiva che quella di Calderara nello stile, si nutrono di una certa sottrazione del senso comune nella volontà di operare una ribellione al dogma. Entrambe, però, oltrepassano il limite con i rispettivi e classici «ferri del mestiere»: carta e penna, fotografia e disegno, la propria voce e un congiunto di materiali quotidiani da un lato, e la «stoffa» dall'altro.
#WWWWOMANWORDWRITING2627, exhibition view, SPAZIO maria calderara. Ph Camilla Bertasa
#WWWWOMANWORDWRITING2627, exhibition view, SPAZIO maria calderara. Ph Camilla Bertasa
Spiega Calderara: «Dal punto di vista concettuale #WWWWOMANWORDWRITING si pone in continuità con la ricerca artistica e intellettuale di Binga, che fin dagli anni Sessanta attraverso la poesia visiva, il corpo e la parola ha costruito una pratica fortemente politica, volta a denunciare l'esclusione endemica delle donne dal sistema dell'arte. È lo stesso meccanismo che ha spinto Bianca ad adottare un nome maschile, rendendo evidente come l’accesso al riconoscimento artistico fosse, e in parte continui a essere, profondamente segnato da una disparità di genere».
Ma c'è dell'altro: la stessa azione performativa come gesto generativo, per esempio, con l'ingresso graduale degli abiti e delle opere, evidenzia la processualità tanto dell'evento quanto della continua ispirazione di cui l'arte si nutre a partire anche da sé stessa e dai suoi Maestri. E poi c'è la relazione tra gli oggetti e il contesto, il loro aprirsi a narrazioni che hanno rivisto lo status-quo sia delle forme più tradizionali dell'arte quanto delle convenzioni sociali (ben prima dell'ibridazione dei generi e della fluidità), come è sempre stato evidente nel lavoro decennale di Tomaso Binga, appunto. Scrive Interlenghi: «Nel tentativo di liberare la moda dalla tirannia dell'omologazione, Calderara porta in scena il suo vocabolario fatto di metamorfosi, indisciplina e interpretazione. L'abito diventa esercizio di sintassi aperta e la sua presentazione uno spazio di azione. C'è una forma di disobbedienza gentile ma radicale che accomuna questi due approcci, distanti per intenzioni e contesto, eppure parte di una stessa geografia emotiva che trasforma i due registri – arte e moda – in dispositivi critici, in gesti di dissidenza».
#WWWWOMANWORDWRITING2627, exhibition view, SPAZIO maria calderara. Ph Camilla Bertasa
#WWWWOMANWORDWRITING2627, exhibition view, SPAZIO maria calderara. Ph Camilla Bertasa
Così, attraverso una collezione che traduce in tessuto le ossessioni visive di Binga, dalla scrittura desemantizzata dell'artista alle parole estratte dalla corrispondenza epistolare di «Ti scrivo solo di domenica» (1977-1978), la materia dell'arte si trasforma nell'inconfondibile cifra stilistica di Maria Calderara, che inserisce Binga in vetro di Murano, perle, catene in jersey laminato oro, panno stropicciato, feltro, cotone grezzo, ecopelle lavorata, a richiamare anche l'iconica «Carta da parato» (1976-1977) dell'artista. E infine lui, l'abito che probabilmente riassume questa collezione: una struttura rettangolare essenziale, attraversata da aperture per capo e braccia, pensato per essere indossato su entrambi i lati e che riproduce il dittico fotografico «Bianca Menna e Tomaso Binga. Oggi spose» (1977).
Fino al prossimo 13 marzo, dunque, considerate lo Spazio Maria Calderara anche alla stregua di una galleria: in mostra il raro polistirolo «Mare» (1974), esempio precoce di utilizzo di materiali poveri come strumento di indagine della condizione femminile e, accanto, i rari «Grafici di storie d'amore» (1972-1973), disegni a pennarello su carta millimetrata in cui Binga, con il suo consueto sarcasmo, diagramma l'andamento delle relazioni sentimentali e le percezioni connesse: una delle produzioni meno conosciute dell'artista, mai state esposte dagli anni '80 a oggi, ricorda Tiziana di Caro. Più vicine ai nostri giorni invece «Lacrime di Sirena», (2017-2020), collage nati da un dialogo epistolare per immagini durante le estati degli scorsi anni, «Vorrei essere un vigile urbano», (1995), e «Diario romano 1895-1995», (1995-2020).
Una collezione e una collaborazione preziose, come dovrebbe essere sempre quando si parla dell'incontro di due discipline tangenti e complementari, al di là di grandi «statement» e che fa riflettere sui discutibili (e spesso solamente apparenti) processi di «empowerment» che la moda si arroga in veste di paladina a favore di gruppi minoritari o svantaggiati.