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Una veduta della mostra «Maria Lassnig e Edvard Munch. Il flusso della pittura = il flusso della vita», all’Hamburger Kunsthalle. Da sinistra: Maria Lassnig, «Tenderness», 2006, e (in alto) Edvard Munch, «Vampiro II», 1895-1902, «Attrazione II», 1901-14, «Il bacio», 1902-15, «Il bacio», 1913, «Verso la foresta», 1908-09, (al centro) «Attrazione I», 1896, «Il bacio IV», 1902, «Verso la foresta II», 1915, (in basso) «Due persone», 1914, Lassnig: Fondazione Maria Lassnig / VG Bild-Kunst, Bonn 2026

Foto: Fred Dott. Lassnig: Maria Lassnig Stiftung / VG Bild-Kunst, Bonn 2026. Tutte le opere di Munch: Hamburger Kunsthalle, Kupferstichkabinett

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Una veduta della mostra «Maria Lassnig e Edvard Munch. Il flusso della pittura = il flusso della vita», all’Hamburger Kunsthalle. Da sinistra: Maria Lassnig, «Tenderness», 2006, e (in alto) Edvard Munch, «Vampiro II», 1895-1902, «Attrazione II», 1901-14, «Il bacio», 1902-15, «Il bacio», 1913, «Verso la foresta», 1908-09, (al centro) «Attrazione I», 1896, «Il bacio IV», 1902, «Verso la foresta II», 1915, (in basso) «Due persone», 1914, Lassnig: Fondazione Maria Lassnig / VG Bild-Kunst, Bonn 2026

Foto: Fred Dott. Lassnig: Maria Lassnig Stiftung / VG Bild-Kunst, Bonn 2026. Tutte le opere di Munch: Hamburger Kunsthalle, Kupferstichkabinett

Corpi che sentono, corpi che proiettano: Maria Lassnig e Edvard Munch alla Hamburger Kunsthalle

Una grande mostra mette per la prima volta in dialogo i due artisti, vissuti a cinquant’anni di distanza, chiamandoli a confrontarsi sul terreno del corpo e delle emozioni

Beatrice Cumino

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All’ingresso della mostra Maria Lassnig accoglie il visitatore con un quadro‑manifesto. È «Traditionskette» (Catena tradizionale, 1983), nel quale la pittrice austriaca si autoritrae in primo piano, con alle spalle una catena di maestri, come Vincent van Gogh, Edvard Munch, Diego Velázquez. Il dipinto funziona come un albero genealogico visivo: Lassnig non si colloca ai margini della storia della pittura, ma nel suo flusso, e Munch è uno dei nodi dichiarati di questa tradizione elettiva. Prima ancora che la Hamburger Kunsthalle metta i due artisti in dialogo nelle tredici sale della doppia mostra, è l’artista stessa a indicare il norvegese come interlocutore.

Su questa immagine si innesta il progetto espositivo, che riunisce per la prima volta in un’unica cornice le opere di Maria Lassnig (1919-2014) e Edvard Munch (1863-1944). A separarli sono più di cinquant’anni; a unirli, nelle intenzioni dei curatori, è la centralità del corpo, delle emozioni, dell’interiorità. La mostra insiste molto sull’affinità profonda tra i due, ma più che una coincidenza di sguardi si percepisce una trama di avvicinamenti e scarti, di punti di contatto a tratti convincenti e di differenze altrettanto nette.

Uno dei fili più solidi è quello che lega emozione e corpo. L’immaginario di Munch è noto: solitudine, lutto, amore, paura, gelosia trovano forma in figure e paesaggi che sono veri e propri stati d’animo materializzati. In «Zwei Menschen. Die Einsamen» (Due esseri umani. I solitari, 1906-08), due figure sono separate da pochi passi su una lingua di terra affacciata sul mare; la distanza è minima eppure sembra invalicabile. La vibrazione dei colori, il contrasto fra la verticalità scura del vestito e l’aprirsi del paesaggio trasformano la solitudine in una condizione quasi fisica. La relazione, o il suo fallimento, è inscritta nello spazio, nelle posture, nel modo in cui i corpi abitano il quadro.

Per Lassnig il corpo è al tempo stesso punto di partenza e di arrivo, ma da una prospettiva diversa: non il corpo come oggetto davanti allo sguardo, bensì come campo di sensazioni interne. L’artista si concentra sulle tensioni, le pressioni, i segnali fuggevoli che il corpo invia alla mente. In questo senso, il dialogo con Munch non si gioca tanto sul piano iconografico, quanto su quello di una comune volontà di tradurre l’invisibile, stati psichici, percezioni, in immagine.

Il percorso della Kunsthalle rende questo dialogo leggibile attraverso nuclei tematici. Tra questi, uno dei più commoventi è quello riguardanti il sentire emozioni, in cui opere di Lassnig e Munch si fronteggiano facendo emergere il modo in cui colore, composizione e distanze tra le figure diventano dispositivi affettivi più che semplici scelte formali. Un capitolo efficace è quello dedicato alle relazioni a due: doppi ritratti, coppie, incontri e scontri fra i sessi. Un intero muro è riservato al tema del bacio, tema rassicurante che la selezione di opere rende subito ambivalente. Nei baci di Munch la fusione tra i corpi sfiora l’annientamento; anche in Lassnig l’intimità non è mai neutra: le figure sono o molto vicine o irrimediabilmente lontane, e la distanza fisica traduce quella emotiva.

In questo gioco di coppie la figura femminile occupa un posto centrale e problematico. Nei dipinti di Munch la donna appare spesso come un enigma esterno: santa o peccatrice, figura di attrazione e minaccia, superficie su cui il pittore proietta desideri e paure. Il controcanto di Lassnig è tanto discreto quanto radicale. Il suo lavoro non parte dal corpo dell’altro, ma dal proprio corpo sentito dall’interno. «Two Ways of Being (Double Self‑Portrait)» (2000) rende questo scarto con particolare chiarezza: nel doppio autoritratto, Lassnig si dipinge due volte, da fuori e da dentro. La figura «sentita» non è tenuta a somigliare a quella «vista»: proporzioni e contorni si alterano, mentre i colori si intensificano dove la percezione è più acuta. È il senso profondo di quella «body self‑awareness» (consapevolezza del proprio corpo) che la mostra evoca: una consapevolezza non mediata dallo specchio, ma dalla carne.

Dal punto di vista dell’allestimento il disegno curatoriale è chiaro. La quantità di opere, dipinti, disegni, film, è vasta e può risultare a tratti quasi travolgente, ma si traduce in una rara possibilità di scelta. Il visitatore può seguire il filo delle emozioni, quello delle relazioni, oppure concentrarsi su pochi nuclei iconografici. Sul versante di Lassnig, la mostra restituisce l’ampiezza di un’opera che attraversa decenni e media senza perdere il fulcro della ricerca sul corpo. Dalla parte di Munch, ha il merito di spostare lo sguardo oltre l’icona del pittore «dell’angoscia», mostrando la complessità con cui traduce esteriore e interiore in figure, paesaggi e colore. Nel loro diverso modo di far pulsare la pittura, Lassnig e Munch ricordano che l’immagine non è soltanto rappresentazione, ma una forma di pensiero incarnato.

Edvard Munch, «Vampir im Wald» (Un vampiro nel bosco), 1916-18, Oslo, Munchmuseet. © Munchmuseet, Oslo

Beatrice Cumino, 14 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

Corpi che sentono, corpi che proiettano: Maria Lassnig e Edvard Munch alla Hamburger Kunsthalle | Beatrice Cumino

Corpi che sentono, corpi che proiettano: Maria Lassnig e Edvard Munch alla Hamburger Kunsthalle | Beatrice Cumino