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Alessandra Mammì
Leggi i suoi articoliAlicja Kwade è nata in Polonia, a Katowice nel 1979, ma è cresciuta in Germania e vive a Berlino. A cinque anni decise di diventare artista e tanta determinazione è stata nel tempo più che premiata, essendo Alicja una delle artiste più richieste e stimate della sua generazione. La sua poetica che indaga tutto il palinsesto della natura, dalle leggi della fisica alle meraviglie della mineralogia, dalle illusioni ottiche ai tranelli che ingannano l’umana percezione di tempo e spazio, la rendono affascinante e unica interprete di un mondo dove ogni certezza è messa in crisi. Lei traduce la precarietà dei nostri tempi con straordinari «mobiles» da cui pendono pietre minuscole alternate a grandissime in un imprevisto equilibrio di pesi; oppure giochi di specchi che rendono effimeri orizzonti e scogliere; fino alle sue ben note sfere, molate in marmi proveniente da ogni continente e poste una accanto all’altra come richiamate da una misteriosa e magnetica attrazione che le dispone in immaginarie orbite.
Lo spazio per lei è un’illusione, il tempo un’opinione. Per ricordarselo, nel suo studio a Berlino ha installato orologi con tutti i fusi orari del mondo e nel 2015 un suo famoso lavoro a Central Park sfidava ogni convenzione cronologica grazie a un quadrante con lancette che giravano al contrario.
In una dichiarazione che la segue in tutte le sue biografie si legge: «Sono affascinata dai confini tra scienza e sospetto. Il signor Houdini è uno dei miei più grandi eroi».
Questa capacità funambolica di camminare sul filo di una contemporaneità che vaporizza ogni rigida categoria di pensiero la rende una delle interpreti più interessanti dei nostri tempi, pronta ad accettare nuove sfide, compresa quella che la porta a confrontarsi con un tempo solido, pesante ed eterno come quello della classicità.
Perché da mesi Alicja Kwade è a Roma in residenza all’Accademia Tedesca Villa Massimo. Un suo personale grand tour che da una parte ha prodotto la poetica installazione alla Fondazione Memmo nella collettiva curata da Marcello Smarrelli dal titolo «Affrettati lentamente» (fino al 12 aprile) e ispirata alla celebre locuzione latina «festina lente» dell’imperatore Augusto (ossimoro che fonde velocità e lentezza), dall’altra un vero corpo a corpo con la monumentalità imperiale in una sede di eccezionale impatto emotivo e visivo.
Via del Foro Traiano 1: l’indirizzo già parla da solo. Corrisponde all’ingresso di un palazzo costruito a metà Ottocento dal marchese Gallo di Rocca Giovine, quando ancora le famiglie patrizie potevano edificare a pochi metri dalla Colonna Traiana e sui resti della più grande basilica dell’antichità: l’Ulpia, un immenso tribunale del II secolo d.C. voluto da Traiano e progettato da Apollodoro di Damasco, dove si celebrava la manomissio, il rito per la liberazione degli schiavi.
Una veduta della mostra «Infra Supra» da Forof, Roma. Foto: Monkey Video Lab
Ed è proprio in questo luogo sospeso nel tempo che nel 2022 Giovanna Caruso Fendi ha fondato Forof con l’intento di unire archeologia e arte contemporanea, offrire agli artisti un confronto non comune con la storia e ai visitatori una proposta culturale articolata che comprende mostre, eventi, incontri, concerti e performance. Ma soprattutto la possibilità di raggiungere le radici della romanità, grazie a due rampe di scale che conducono ai resti della Basilica con l’abside orientale ancora ben visibile, la pavimentazione dai marmi colorati provenienti da tutte le province dell’Impero e le robuste colonne di granito grigio d’Egitto.
È una discesa agli inferi, verso un altro mondo, un’altra dimensione. O almeno così sembra averla interpretata Alicja, che ha dato a questa sua singolare mostra il titolo «Infra Supra» (fino al 29 luglio) a sottolineare la volontà di operare dentro e oltre la storia. Come indica già, all’inizio del sotterraneo percorso, la statua in bronzo completamente velata e identica a lei per altezza e proporzioni. «Un autoritratto, ci dice. L’ho chiamata “Self-Portrait as a Ghost”, perché rappresenta anche il simbolo dell’artista nel suo ruolo fondamentale, quello di ampliare attraverso la percezione la nostra mente, chiusa in una prigione di razionalità che la limita. Il fantasma qui ci guida come un testimone silenzioso a raggiungere un luogo che nei secoli ha visto la trasformazione quasi alchemica di un uomo schiavo in un uomo libero. La presenza di questi uomini è ancora qui. Non siamo in un white cube ma immersi nella forza di un impero che dopo tre millenni suscita ancora soggezione. Quando lavoro in stretto confronto con la natura sento la sua energia, ne vengo anche nutrita mentre qui la storia ci fa sentire fragili e piccoli».
Soprattutto in quest’aula dove il tempo eterno e congelato è messo da lei in movimento grazie a un «mobile» che, girando su sé stesso, fa roteare una lampadina a incandescenza e una pesante pietra, in un equilibrio apparentemente impossibile («The Heavy Light»). Il gioco di luce/ombra fluttua nello spazio come un enorme pipistrello e muove marmi, muri corrosi, resti dei capitelli. La sfera che nel lavoro di Kwade di solito appare libera come un pianeta transfuga dall’universo, è qui invece bloccata, semisepolta in una profonda crepa del suolo.
«“Infra Supra” è per Alicja Kwade un nuovo tassello che si aggiunge al suo lavoro sul tempo, spiega il curatore Valentino Catricalà. Qui si intrecciano tre diversi tempi: la temporalità archeologica, quella geologica della sua pratica e la temporalità umana dello spettatore. È un portale concettuale, dove gli oggetti d’arte appaiono come altre reliquie o artefatti di un mondo parallelo, amplificando l’eco delle rovine».
Ma, ci tiene a sottolineare l’artista, «questa mostra è anche una riflessione sulla precarietà del potere a cui è dedicata la scultura installazione all’ingresso». Titolo «Uranus e Jupiter»: due sedie da cucina che in equilibrio instabile sfidano due sfere. Ma se altrove quest’opera simbolicamente può rimandare al confronto fra il tempo quotidiano e quello infinito dell’universo, qui il senso si amplia: «È l’immagine della precarietà di ogni potere, di ogni trono, di ogni sede di comando. Ci crediamo potenti ma siamo piccoli, fragili abitanti di una sfera che gira nel vuoto. In fondo è quello che insegna Roma, una città frenetica eppure immobile dove tutto si muove in un tempo fermo che appare eterno». Sic transit gloria mundi.
Una veduta della mostra «Infra Supra» da Forof, Roma. Foto: Monkey Video Lab