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Grazia Mazzarri
Leggi i suoi articoliNegli spazi di Ottofinestre, a Torino, è visibile fino all’11 febbraio «La Danseuse», omaggio all’opera di Giorgio Jano (Torino, 1948-2024), fotografo e costruttore di macchine sperimentali. L’immagine, del 1999, nata dal movimento di una ballerina rimasto impresso sulla pellicola di una delle macchine autocostruite da Jano, venne stampata in origine dal suo autore in camera oscura nella misura monumentale di 80 cm per quasi 11 metri di lunghezza. La mostra, a cura di Carola Allemandi in collaborazione con il curatore dell’archivio di Jano, Piero Ottaviano, prevede un allestimento specificamente studiato per lo spazio espositivo: tenendo conto delle misure della stampa originale, l’immagine è stata fatta fluttuare in mezzo all’ampia sala centrale di Ottofinestre dandole un’andatura ondulatoria, quasi a simulare il movimento della ballerina che Jano catturò sulla stampa. La fotografia, così, pare muoversi per moto proprio, diventando quasi un corpo vivo, irregolare. Esposta soltanto in due occasioni nel corso della vita di Jano (entrambe nel 2001), «La Danseuse» è un’immagine capace di raccontare da sola molti degli aspetti peculiari dell’approccio alla fotografia del suo autore. Pare infatti che Jano fondesse le proprie conoscenze matematiche e costruttive a un’altrettanto profonda visionarietà formale, in grado di generare inediti modi di vedere il reale.
A raccontare l’eclettismo di Giorgio Jano, sono esposte inoltre alcune strutture costruite da Jano, poligoni complessi e illuminati, concepiti come ulteriore estensione dei concetti di luce, spazio e tempo, che tornano a più riprese nel suo lavoro, incarnati ancora una volta da «La Danseuse». L’esempio di Giorgio Jano pare suggerire un modo alternativo di guardare il tema sempre più attuale del rapporto tra uomo e macchina, vedendo quest’ultima come bacino di possibilità per la realizzazione della propria visione, e non uno strumento a cui delegarla o subordinarla. Allo stesso tempo, Giorgio Jano ingaggia con la fotografia un dialogo colto, spingendo le potenzialità espressive del linguaggio di questa disciplina ai propri limiti, scoprendo nuovi modi di vedere attraverso uno speciale approccio artigianale proprio della prima tradizione fotografica (un atteggiamento che ricorda Enrico Federico Jest, che realizzò uno dei primi dagherrotipi in Italia grazie a una macchina autocostruita).
«La Danseuse», questo verso lungo 11 metri, pare così vivere della propria continuità, della tendenza, parrebbe, all’infinito del proprio movimento: il fatto stesso che Jano si inventò un modo per stampare l’opera su un unico rullo di carta, senza interruzioni, suggerisce l’importanza di questo concetto. Proprio nel suo intento di perfezione mimetica (come la ballerina non smise di danzare di fronte alla macchina, così la macchina ha restituito l’interezza del suo muoversi), «La Danseuse» ci parla del modo che ha il reale di farsi modellare dall’ottica, e dell’ottica di estenderne a sua volta il potenziale visivo.