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Giovanni Anselmo, «La mia ombra verso l’infinito dalla cima dello Stromboli durante l’alba del 16 agosto 1965», Archivio Giovanni Anselmo ETS

Foto © Enrico Longo Doria. Courtesy Archivio Giovanni Anselmo ETS

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Giovanni Anselmo, «La mia ombra verso l’infinito dalla cima dello Stromboli durante l’alba del 16 agosto 1965», Archivio Giovanni Anselmo ETS

Foto © Enrico Longo Doria. Courtesy Archivio Giovanni Anselmo ETS

Eredità romantiche: visione, natura e soglia al CAMeC della Spezia

Il lascito spirituale e visivo di Friedrich, Constable e Turner attraverso lo sguardo di sette artisti contemporanei: Giovanni Anselmo, Massimo Bartolini, Ian Kiaer, David Schutter, Linda Fregni Nagler, Pesce Khete e Michele Tocca

Sara van Bussel

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Nel cuore dell’Ottocento europeo, il Romanticismo si impone come una forza culturale totalizzante, capace di trasformare radicalmente lo sguardo dell’uomo sul mondo e su sé stesso. Nato da una tensione profonda, da un’inquietudine che rifiuta i confini della ragione illuminista, esso inaugura una nuova stagione dello spirito, in cui l’interiorità, l’immaginazione e il sentimento diventano strumenti privilegiati di conoscenza. Al centro di questa visione si colloca l’io, inteso nella sua dimensione più intima e irriducibile: un io inquieto, attraversato da slanci e vertigini, costantemente proteso verso l’infinito e l’assoluto, mete tanto desiderate quanto irraggiungibili. L’artista romantico è così figura di confine, guidata da un’ispirazione che sfugge a ogni regola e che si manifesta come espressione di un genio individuale e, al contempo, collettivo. La mostra «Ripensando il Romanticismo nell’arte contemporanea» a cura di Elena Volpato, ospitata presso il CAMeC-Centro d’Arte Moderna e Contemporanea della Spezia fino al 13 settembre, si configura come un attraversamento di quest’eredità, proponendo un’indagine intensa e stratificata sulla persistenza dello spirito romantico nella contemporaneità. Al centro del percorso si stagliano tre figure capitali della pittura europea, Caspar David Friedrich, John Constable e J.M.W. Turner, le cui visioni continuano a riverberarsi nelle pratiche artistiche odierne. Le loro poetiche trovano risonanza nelle opere di artisti internazionali quali Giovanni Anselmo, Massimo Bartolini, Ian Kiaer, David Schutter, Linda Fregni Nagler, Pesce Khete e Michele Tocca. Lontana da ogni intento meramente celebrativo, la mostra si articola in tre traiettorie ideali, corrispondenti alle diverse anime del Romanticismo: la tensione ermetica e metafisica, il naturalismo essenziale e la dissoluzione del paesaggio in spazio interiore, un miscuglio ontologico, simbolico e materico, che è proprio quello che sancisce la riuscita della mostra.

Visitando la mostra, si coglie una tensione silenziosa, persistente. Ciò che si presenta, in apparenza, come un percorso quieto e misurato, rivela invece un sottofondo di profondi tumulti: uno struggimento tanto intenso quanto trattenuto, che si insinua nella calma del quotidiano. È quel desiderio rivolto verso l’ignoto, verso un «di più» etimologicamente irriducibile, che trova riconoscimento, ma mai piena soddisfazione, nella grandiosità dei fenomeni naturali, nei cataclismi atmosferici che riflettono e amplificano l’inquietudine interiore. Un tremore recondito e continuo, inscritto nella natura stessa dell’essere umano, attraversa le sale con una presenza discreta ma innegabile. Di straordinaria potenza appaiono in primis i lavori di Giovanni Anselmo, che risuonano con una grandezza difficilmente eguagliabile all’interno del percorso espositivo. Emblematica è l’opera che accoglie il visitatore all’ingresso: una tensione verso altrove lontani prende forma attraverso una campitura di azzurro oltremare, un colore carico di storia, derivato dalla preziosa polvere di lapislazzuli proveniente dall’Oriente, su cui si innestano un cavo d’acciaio e una pietra. Elementi minimi, indici di una tensione che è al contempo fisica e mentale, proiezione del pensiero verso un oltre, geografico e immaginario insieme. Nel corridoio, le venti piccole tele di Anselmo dedicate al cammino verso il Sole documentano il mutare impercettibile della visione: passo dopo passo, al tramonto, su una distesa innevata, l’artista interferisce quasi infinitesimalmente con il moto della Terra, dilatando di un istante la durata del giorno. Un gesto tanto vano quanto necessario, e proprio per questo fondamentale nella sua impossibilità, simile al tentativo di catturare il Sole, e con esso il tempo stesso.

Massimo Bartolini, «Rugiada», 2026. Courtesy MASSIMODECARLO e l’artista. Foto Lorenzo Lessi Stampa Fine Art

Ian Kiaer, «Villa Magni bathing hut, white», 2026. Courtesy l’artista, Marcelle Alix, Barbara Wien e Alison Jacques. Foto Michael Brzezinski

Chiude il percorso «La mia ombra verso l’infinito dalla cima dello Stromboli durante l’alba del 16 agosto 1965», proiezione di una diapositiva del 1965: Stromboli, alba. Il corpo dell’artista, stagliato contro l’orizzonte, proietta un’ombra che si perde verso l’alto, nell’infinito. Non è un’opera in senso stretto, ma la traccia di un momento iniziatico: la presa di coscienza del rapporto tra la finitudine umana e l’illimitatezza del cosmo. Questa immersione totale di corpo e di sguardo si ritrova anche in «Entrare nell’opera» (1971), in cui l’artista, ritratto mentre corre verso il centro dell’immagine, tenta di dissolversi nello spazio stesso, annullando ogni distanza tra soggetto e mondo.

Accanto a questa vertigine dell’incommensurabile, si colloca la sorprendente delicatezza del lavoro di Ian Kiaer. Le sue «Villa Magni» (2026) evocano la dimora sul golfo della Spezia legata a Mary Shelley e Percy Bysshe Shelley, e al tragico destino di quest’ultimo. Il modellino della casa, fragile, si staglia contro un orizzonte nero e carico di presagi, tra frammenti che alludono al naufragio. La sua controparte, eterea e luminosa, restituisce invece una felicità perduta, sospesa tra trasparenze marine e bagliori accecanti. Queste piccole architetture di carta, leggere e minute, possiedono una forza immaginativa sorprendente. Richiamano, con una precisione quasi dolorosa, l’atmosfera di Morte a Venezia: quella bellezza estrema e insostenibile, in cui la grazia si intreccia inevitabilmente con la dissoluzione. La fragilità e, insieme, la potenza del lavoro di Kiaer si pongono come un ponte sottile tra la profondità storica evocata da Anselmo e le ricerche della contemporaneità.

Di grande interesse anche la ricerca pittorica di Michele Tocca, che nelle sue tele realizzate en plein air recupera una sensibilità affine a quella di John Constable. Le dimensioni raccolte delle opere instaurano un rapporto intimo con il paesaggio, sollecitando uno sguardo attento. Qui la natura si rivela nelle sue minime variazioni, e l’atto del dipingere diventa esercizio di verità. In questo dialogo tra visione e percezione, il paesaggio emerge come luogo d’incontro tra l’io e il mondo. Il motivo della figura di spalle, che rimanda inevitabilmente a Caspar David Friedrich, riaffiora anche nelle opere di Linda Fregni Nagler, in cui osservatori solitari contemplano l’orizzonte da punti remoti del globo. A questa apertura sconfinata risponde, in controcanto, lo sguardo raccolto di Tocca, che si concentra su un bagliore minimo, colto nella fenditura di un tronco: un dettaglio infinitesimale che contiene, tuttavia, la stessa tensione verso l’assoluto. Nel lavoro di Pesce Khete riaffiora invece la dimensione del notturno, trasfigurata in una chiave cromatica interiore. Le opere di Massimo Bartolini indagano il limite sottile tra interno ed esterno: su un vetro, fragile diaframma, si depositano gocce di rugiada, trattenendo per un istante il respiro del cielo.

È proprio nell’amplesso tra l’immensità vertiginosa di Anselmo e la più minuta fenditura d’albero di Tocca si riconosce il nucleo più autentico della mostra: un dualismo inquieto, una ricerca di bellezza che coincide con una profonda consapevolezza dell’impossibilità. Una tensione che si esprime attraverso estremi (materici, spaziali e percettivi) e che trova nel contrasto tra lo sguardo ravvicinato e quello lontano la sua forma più compiuta. È in questa oscillazione, mai risolta, che il Romanticismo, e questa mostra, si rivela nella sua essenza più viva: come tensione continua verso ciò che, per definizione, resta oltre.

Linda Fregni Nagler, «Untitled (ROM-002-ML_LFN)». Courtesy l’artista. Foto Studio Linda Fregni Nagler

Sara van Bussel, 10 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

Eredità romantiche: visione, natura e soglia al CAMeC della Spezia | Sara van Bussel

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