Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Redazione GdA
Leggi i suoi articoliTra intrecci in black ash, rilievi stampati e nuove sculture in bronzo, Karma dedica a Jeremy Frey una mostra che attraversa memoria, tecnica e trasformazione materiale senza separare mai tradizione e contemporaneità. Intitolata «Permanence», la personale sarà aperta dal 12 maggio al 10 luglio negli spazi della galleria di West 26th Street a New York e presenta un nuovo gruppo di lavori attraverso cui l’artista continua ad ampliare il linguaggio della basketry Wabanaki.
Discendente di una famiglia di basketmaker da sette generazioni, Frey ha imparato la pratica dalla madre e lavora oggi a partire dalle tecniche tradizionali sviluppate dalle nazioni Wabanaki – Maliseet, Mi’kmaq, Passamaquoddy e Penobscot – popolazioni presenti da migliaia di anni nei territori dell’attuale Maine orientale. Al centro della sua ricerca rimane il black ash, conosciuto nelle lingue Wabanaki come «basket tree», materiale storico della basketry locale e oggi sempre più minacciato sia dal cambiamento climatico sia dalla diffusione di specie invasive. La lavorazione del black ash richiede tempi lunghi e un processo interamente manuale. Dopo avere selezionato gli alberi, Frey ne rimuove la corteccia e separa gli anelli di crescita battendo il tronco fino a ottenere sottili strisce di legno. Sono questi elementi a costituire l’ordito e la trama delle sue composizioni, intrecciate secondo tecniche tramandate nel tempo ma continuamente reinterpretate attraverso nuove forme, colori e soluzioni strutturali.
In «Permanence», questa continuità tra eredità e sperimentazione emerge soprattutto nell’uso del colore e nella costruzione ottica delle superfici. Frey utilizza tinture sintetiche introdotte nella basketry Wabanaki alla fine del XIX secolo, espandendo drasticamente la gamma cromatica delle opere. I pattern geometrici e le variazioni di intreccio producono così effetti percettivi instabili, quasi vibranti, che trasformano il cesto in un oggetto scultoreo complesso. Opere come «Monolith» (2026) accentuano ulteriormente questa dimensione attraverso l’inserimento del qinusqikon, una tecnica di intreccio appuntito che fa emergere dalla superficie strutture concave e angolari. Le punte si susseguono lungo il corpo dell’opera alternando pieni e vuoti e lasciando intravedere dettagli cromatici nascosti all’interno della trama. In lavori come «Absence» (2025) e «Sylvia» (2026), invece, il legno viene lasciato naturale, permettendo alla superficie del black ash di riflettere direttamente la luce e mettere in evidenza le qualità organiche del materiale.
La componente ottica ritorna anche in «Urchin» (2026), realizzata attraverso una rigorosa tecnica di «fine weave» che Frey ha contribuito a recuperare e sviluppare. Le sottilissime bande bianche e nere, spesse meno di un millimetro, si alternano creando un effetto visivo mobile e instabile che richiama certe sperimentazioni astratte del Novecento. Anche nei flat weaves il processo costruttivo rimane visibile. In opere come «Dreams» e «Cherry Blossom» (entrambe del 2026), Frey lascia esposte le estremità strutturali dell’intreccio, mostrando apertamente l’anatomia dell’opera e spostando l’attenzione dall’oggetto finito al gesto della costruzione. Uno degli elementi centrali della mostra è inoltre l’introduzione del bronzo, materiale con cui l’artista ha iniziato recentemente a confrontarsi. Le nuove fusioni derivano direttamente da cesti esistenti e traducono una pratica legata alla materia organica in una dimensione più monumentale e durevole, mantenendo però intatta la memoria dell’intreccio originale.
Dietro questa evoluzione formale rimane anche una riflessione concreta sul tempo e sulla sopravvivenza della tradizione Wabanaki. La crescente difficoltà nel reperire black ash ha portato Frey a utilizzare sempre più frequentemente anche il cedro, come avviene in «Harmony» (2026), materiale più disponibile ma che richiede processi di preparazione e intreccio particolarmente lunghi.
Installation view «Jeremy Frey. Permanence», Karma, New York.