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James Nachtwey, «Karbala, Iraq», 2003

© James Nachtwey Archive, Hood Museum of Art, Dartmouth, FG, Berlin

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James Nachtwey, «Karbala, Iraq», 2003

© James Nachtwey Archive, Hood Museum of Art, Dartmouth, FG, Berlin

James Nachtwey: non un fotografo di guerra, ma un uomo di pace

A Fotografiska Berlin gli scatti di uno dei fotoreporter più influenti del nostro tempo

Germano D’Acquisto

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C’è una frase di Wim Wenders che andrebbe incisa all’ingresso di ogni mostra di James Nachtwey: non chiamatelo fotografo di guerra, guardatelo come un uomo di pace. È un rovesciamento semantico che chiarisce tutto. «Memoria», in apertura a Fotografiska Berlin dal 31 gennaio al 3 maggio, non è una retrospettiva celebrativa né un catalogo degli orrori del mondo contemporaneo. È, piuttosto, un esercizio radicale di attenzione. Un invito a guardare ciò che normalmente scivola fuori campo, a fermarsi dove oggi si scorre.

Nachtwey (Syracuse, New York, 1948) ha attraversato quarant’anni di conflitti, carestie, genocidi e crisi sociali con una coerenza quasi ostinata. Dalla ex Jugoslavia al Rwanda, dalla Cecenia all’Afghanistan, dal Medio Oriente all’Africa subsahariana, fino alle ferite meno spettacolari ma altrettanto violente dell’Occidente: il sistema carcerario statunitense, l’inquinamento industriale, le emergenze sanitarie. Oggi, mentre Gaza e l’Ucraina occupano i notiziari come flussi incessanti di immagini consumabili, la mostra «Memoria» ci costringe a una domanda scomoda: che cosa significa davvero «vedere» una guerra?

Gli scatti di Nachtwey non cercano l’evento, ma la conseguenza. Il fragore dell’esplosione? Certo. Ma soprattutto ciò che resta dopo. Corpi, volti, sguardi che non chiedono pietà ma riconoscimento. In un’epoca in cui il conflitto viene spesso ridotto a grafica, mappa interattiva o clip di pochi secondi, il suo lavoro rivendica il tempo lungo della visione. Ogni immagine è un atto di resistenza contro l’oblio programmato. Non documenta per archiviare, ma per disturbare il presente.

Formalmente, molte fotografie sembrano composte con un rigore quasi classico. Linee, equilibri, luci precise. Ma dietro quell’apparente ordine c’è l’istinto puro, la frazione di secondo rubata in condizioni estreme. Nachtwey ha lavorato spesso a rischio della propria vita, ma senza mai trasformare il pericolo in spettacolo. La sua etica è chiara: testimoniare senza sfruttare, mostrare il dolore senza sottrarre dignità. Un approccio che oggi suona quasi anacronistico, in un ecosistema visivo dove la sofferenza viene monetizzata a colpi di like e visualizzazioni.

«Memoria» non separa le guerre «lontane» da quelle «vicine». Gaza e l’Ucraina non sono capitoli isolati, ma parte di una stessa geografia morale. Le immagini di Nachtwey dialogano con il nostro presente iperconnesso, rivelando quanto la violenza sia strutturale e quanto sia facile voltarsi dall’altra parte. La mostra, curata dallo stesso Nachtwey insieme a Claire Ducresson-Boët e Thomas Schäfer, rispettivamente Exhibitions Manager e Associate Director of Exhibitions di Fotografiska Berlin, suggerisce che la fotografia non serve solo a ricordare ciò che è accaduto, ma a rendere visibile ciò che continua ad accadere mentre guardiamo altrove.

Schäfer parla di uno spazio di riflessione. In realtà, «Memoria» è più simile a una zona di attrito. Non consola, non offre soluzioni, non indulge nella retorica umanitaria. Chiede responsabilità allo spettatore. Guardare diventa un atto politico, quasi fisico. Ogni fotografia è una soglia: attraversarla significa accettare di essere coinvolti.

Nachtwey ha iniziato a interessarsi alla fotografia osservando immagini che non aveva scattato: il Vietnam, il movimento per i diritti civili. Da allora non ha mai abbandonato l’idea che l’immagine possa ancora incidere sul reale. Non perché cambi il mondo da sola, ma perché impedisce che il mondo venga cancellato troppo in fretta. In tempi di guerra permanente e attenzione intermittente, questa mostra ci ricorda che la pace, prima di essere una condizione politica, è una pratica dello sguardo. E che smettere di guardare è sempre il primo atto di violenza.

James Nachtwey, «Irpen, Ukraine», 2022. ©James Nachtwey Archive, Hood Museum of Art, Dartmouth, FG, Berlin

Germano D’Acquisto, 31 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

James Nachtwey: non un fotografo di guerra, ma un uomo di pace | Germano D’Acquisto

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