Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Arash Nassiri, «A Bug’s Life», 2026. Cocommissionato da Chisenhale Gallery, Londra; Fluentum, Berlino; Fondation Pernod Ricard, Parigi. Prodotto da Chisenhale Gallery

Courtesy dell’artista

Image

Arash Nassiri, «A Bug’s Life», 2026. Cocommissionato da Chisenhale Gallery, Londra; Fluentum, Berlino; Fondation Pernod Ricard, Parigi. Prodotto da Chisenhale Gallery

Courtesy dell’artista

La Versailles sotto steroidi di Arash Nassiri

Alla Chisenhale Gallery di Londra il nuovo video, «A Bug’s Life», dell’artista iraniano

Francesco Sala

Leggi i suoi articoli

Nasce tutto da un grande, caotico e magnifico malinteso. Nasce tutto dalle pagine delle riviste di settore che indagano il lavoro di Hamid Omrani, l’architetto che a partire dalla fine degli anni Settanta ha popolato Beverly Hills di quelli che sono stati definiti «palazzi persiani». Ovvero le mastodontiche e lussuose dimore di una cerchia ristretta di immigrati iraniani, forti di una ricchezza costruita sull’industria del petrolio ma costretti ad abbandonare Teheran dopo la rivoluzione khomeinista. Percorso non troppo dissimile da quello di Arash Nassiri (Teheran, 1986), lui pure sradicato dalla propria terra e cresciuto in Svizzera. Percorso che quindi accende una lampadina nell’immaginario dell’artista: affrontare Los Angeles, entrare in quelle case. Vedere. Capire.

Ciò che Nassiri ha visto e capito è oggi nei 21 minuti di «A Bug’s Life», video prodotto dalla Chisenhale Gallery di Londra, dove resta in visione fino al 22 marzo, mostrando a tutti lo splendido malinteso di cui l’artista, suo malgrado, si è trovato a essere vittima. Già: perché non c’è proprio nulla di iraniano in quei palazzi, a cui l’aggettivo «persiano», con annesso evocativo stereotipo da mille e una notte, è stato appiccicato con senso dispregiativo dalla comunità locale e poi ripreso dai media. I vecchi ricchi di Beverly Hills contro i nuovi ricchi arrivati da Est. Con le loro grandi ville rivestite di marmi, i capitelli corinzi, i chiassosi arredamenti che in un profluvio d’oro mescolano stile impero e rococò; le scalinate da cui ti aspetti scenda, sventagliando mazzette di dollari e raffiche di mitragliatore, Tony Montana. Un contesto esplosivo, esagerato, che Nassiri definisce con stupenda efficacia una «Versailles sotto steroidi».

Non c’è nulla di iraniano, dunque. Anzi: c’è l’Occidente al massimo della sua capacità seduttiva. C’è una lenta assimilazione dei modelli che in Medio Oriente arrivarono dall’Europa nel secondo Ottocento, fecero breccia nell’élite economica e culturale per poi rimbalzare dall’altra parte dell’Oceano una volta cominciata la diaspora post rivoluzione. Un commovente biglietto da visita, che si aspettava di essere il passepartout per entrare in una nuova realtà, il linguaggio comune su cui basare relazioni sociali invece negate.

Per raccontare questa distanza, Nassiri sceglie l’approccio laterale, un filtro che gli permette di estraniarsi il più possibile, di evitare coinvolgimenti. Uno sguardo ingenuo e infantile. Quello di una marionetta. Uno sgraziato e tenero insetto verde antropomorfo, il cui muso ricorda quello di una mantide religiosa, gli occhi due globi luminescenti che tutto scrutano con curiosità. L’animale entra di nascosto in uno dei palazzi, di notte, nella luce desaturata che richiama volutamente quella dei video delle telecamere a circuito chiuso. Zampetta sui marmi lucidissimi, sfoglia le riviste che raccontano di quella stessa casa, si perde a giocare con rimasugli di cibo, insetti veri e propri, deodoranti per ambienti, l’acqua che scorre da un lavandino. Non c’è nessuno, in casa. Se non quell’intruso verde, figura che Nassiri ammette di aver scelto per il cortocircuito tra la rassicurante memoria che arriva dai cartoni animati e l’aggressiva retorica razzista che spesso assimila lo straniero proprio all’insetto. La migrazione all’infestazione.

La marionetta si muove, scopre, risponde al telefono e prova a blaterare risposte a una voce che, dall’altro capo del filo, sembra in realtà volere solo parlare a sé stessa. C’è una finestra, rotonda come un oblò, e dalla finestra si vede una gigantesca porzione di Luna piena, ma il corpo celeste è in realtà così azzurrognolo che potrebbe benissimo essere la Terra: e allora dove siamo? Ancora a Beverly Hills? Oppure nello spazio? Magari in un sogno. Oppure in un incubo.

«Ho detto quasi tutto quello che avevo da dire su Teheran», confida Nassiri a margine della conversazione pubblica con Róisín Tapponi, con cui ha spiegato il suo lavoro nelle sale della Chisenhale. L’impressione è che in realtà abbia detto molto di più, e non solo su Teheran.

Uno still dal video «A Bug’s Life», 2026, di Arash Nassiri. Cocommissionato da Chisenhale Gallery, Londra; Fluentum, Berlino; Fondation Pernod Ricard, Parigi. Prodotto da Chisenhale Gallery. Courtesy dell’artista

Francesco Sala, 24 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

La Versailles sotto steroidi di Arash Nassiri | Francesco Sala

La Versailles sotto steroidi di Arash Nassiri | Francesco Sala