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Giulia Vanelli, «The Season»

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Giulia Vanelli, «The Season»

La XXI edizione di Fotografia Europea riflette sui «Fantasmi del quotidiano»

Il cocuratore Tim Clark ci parla del festival internazionale di fotografia che si apre a Reggio Emilia il 30 aprile

Carola Allemandi

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Dal 30 aprile al 14 giugno, a Reggio Emilia torna il festival internazionale di fotografia «Fotografia Europea», giunto alla 21ma edizione. Il programma di quest’anno è dedicato ai «Fantasmi del quotidiano» (Ghosts of the moment). Abbiamo rivolto qualche domanda a Tim Clark, curatore insieme ad Arianna Catania, Walter Guadagnini e Luce Lebart del festival, per approfondire quale visione della fotografia, e dei suoi fantasmi, ha guidato la direzione del festival. 

La XXI edizione di Fotografia Europea parla di «fantasmi del quotidiano», presenze invisibili, siano esse dati, ricordi, bias culturali, persone lontane. La realtà è molto più stratificata di quello che sembra: la fotografia può indagarla, e fino a che punto? 
I fantasmi sono una metafora calzante per il modo in cui viviamo oggi. Viviamo in un’epoca di presenze spettrali, intrisa di passati irrisolti: storie coloniali, comunità cancellate, collasso ecologico, traumi personali e collettivi, e così via. La fotografia contemporanea è intrinsecamente portata a interrogarsi su che cosa sia reale, che cosa manchi e che cosa persista, perciò abbiamo selezionato progetti che rendono visibili queste tensioni in modi diversi. Gli artisti utilizzano abitualmente figure sfocate, tracce, spazi vuoti ed esposizioni multiple per evocare ciò che si rifiuta di rimanere sepolto. In altri casi, sovrappongono periodi temporali, ricontestualizzano materiali d’archivio e fotografano luoghi dove un tempo c’era qualcosa. I fantasmi si adattano perfettamente a questa instabilità.

Quello del fantasma può essere inteso come stimolo ad approfondire le potenzialità stesse del mezzo fotografico.
Nel contesto delle attuali pratiche e politiche relative alla manipolazione digitale, all’Intelligenza Artificiale e al concetto di immagini riproducibili all’infinito, i fantasmi risultano affascinanti proprio per la loro sottigliezza: sono appena visibili, silenziosi, lenti. Come curatori, abbiamo apprezzato come molti fotografi contemporanei sfruttino deliberatamente le qualità ambigue del mezzo. In questo senso, i fantasmi permettono agli artisti di contrastare l’esigenza di leggibilità immediata in un mondo ipervisibile e di aprire nuove prospettive in quest’indagine in continua evoluzione sul significato dell’essere umano.

Può raccontare più nello specifico una o due mostre particolarmente significative di questa edizione? 
Sto ultimando due mostre molto diverse tra loro, con artisti italiani: il film di Salvatore Vitale, «Automated Refusal», che parte dal suo progetto documentaristico speculativo a lungo termine «Death by Gps», indaga i meccanismi invisibili che strutturano il lavoro digitale contemporaneo ed è ambientato nella regione sudafricana di Gauteng, storicamente centro di dinamiche imperialiste e sfruttamento del lavoro a causa delle sue vaste riserve minerarie. Oggi Gauteng ospita molti lavoratori freelance nel settore IT che operano per aziende occidentali. Attraverso un esame critico dei lavoratori della gig economy e della gestione algoritmica, il film rivela come le vite umane siano sempre più governate da sistemi automatizzati che determinano produttività, valore e persino occupabilità, mettendo in luce con forza le contraddizioni e le dinamiche di potere insite nel capitalismo avanzato. Gli imperativi coloniali continuano a plasmare le condizioni di lavoro contemporanee: sopravvivendo nelle infrastrutture attuali, i fantasmi di questi sistemi assumono la forma di algoritmi e dati che regolano silenziosamente le condizioni del XXI secolo. Poi cito «La Stagione» di Giulia Vanelli, una delicata serie in bianco e nero incentrata su un piccolo villaggio di mare, plasmato dal ritmo dell’estate, che evoca un’atmosfera in cui i momenti ordinari si caricano di risonanza emotiva. Spesso si costruisce uno spazio riflessivo in cui le immagini funzionano come frammenti di ricordi, e questo progetto non fa eccezione. Il suo lavoro esplora la tensione tra ricordare e lasciar andare. Ricordi, silenzi, sentimenti ed emozioni irrisolte aleggiano in ogni fotografia, rendendo visibili gli strati intangibili dell’adolescenza. Come molti viaggi, la narrazione di Vanelli è costellata di falsi inizi e arresti, digressioni e revisioni. Per sensibilità e tono, incarna l’idea di «Fantasmi del quotidiano»: le fotografie non si limitano a ritrarre un luogo o un tempo, evocano piuttosto le tracce emotive persistenti impresse nei paesaggi, nelle superfici e nelle routine, sullo sfondo eterno dell’oceano. Sono promemoria di ciò che è stato, di ciò che normalmente sfugge alla percezione.

C’è anche una mostra dedicata ai libri fotografici. I fantasmi sono a volte certe tradizioni che rischiano di dissolversi. 
Francesco Colombelli ha ideato una ricca mostra fotografica che esplora monografie caratterizzate da miti, fiabe, credenze popolari, tradizioni religiose e abiti tradizionali che continuano a permeare il presente come soggetti. Nelle sue parole: «Sono tracce culturali e memorie collettive, immaginari arcaici che persistono, spesso in forma latente, nella vita quotidiana: braci che ardono lentamente, mantenendo viva la fiamma del passato».

Nel concept del festival è scritto che «ogni fotografia conserva la proprio eco»: l’immagine è qualcosa di mobile, che tocca temporalità diverse, dal passato all’oggi, e che ha molto a che fare con l’immaginazione. È così? 
Sì, apprezzo la sua interpretazione: non si tratta tanto di cosa «parlino» le fotografie, quanto di cosa «possano fare». Una fotografia cattura sempre un momento già trascorso, quindi quando la si guarda, si vede il passato nel presente. Già solo questo crea una sorta di «eco», una traccia di qualcosa che un tempo esisteva ma che ora non c’è più. Allo stesso tempo, lo spettatore porta con sé i propri ricordi, emozioni e immaginazione, il che fa sì che una fotografia non abbia un significato fisso. Continua a evolversi nel tempo, poiché ogni visione può reinterpretarla. Le letture sono mutevoli e molteplici. È uno dei tanti motivi per cui è un mezzo così seducente e affascinante con cui lavorare!

© Salvatore Vitale

Carola Allemandi, 28 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

La XXI edizione di Fotografia Europea riflette sui «Fantasmi del quotidiano» | Carola Allemandi

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