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Anne de Carbuccia, «Blue Thread V», 2020

© Anne de Carbuccia, Courtesy Brun Fine Art

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Anne de Carbuccia, «Blue Thread V», 2020

© Anne de Carbuccia, Courtesy Brun Fine Art

Le «cime tempestose» di Photology, altro atleta delle Olimpiadi culturali Milano Cortina 2026

La galleria inaugura la nuova piattaforma 3D con Photology Online Exhibition

Grazia Mazzarri

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Il numero degli «atleti» delle Olimpiadi Culturali che si svolgono in occasione dei Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026 è sempre più ampio e tra questi figura la galleria Photology di Davide Faccioli, che partecipa con «Stormy Peaks. Poetics of Space & Contemporary Alterations» (26 gennaio-22 marzo).  

La mostra, che riunisce artisti e fotografi moderni e contemporanei, è anche l’occasione per Photology di ribadire il suo spirito naturalmente innovativo nella promozione delle arti fotografiche: il progetto espositivo, primo caso nella storia delle Olimpiadi, è presentato esclusivamente su una piattaforma online 3D, disponibile in tutto il mondo 24 ore su 24, 7 giorni su 7. La piattaforma 3D della galleria, disponibile da settembre 2020 con un sistema di navigazione che permette agli utenti di muoversi in uno spazio virtuale ma del tutto realistico, è stata completamente rinnovata con l’apertura di Photology Online Exhibition, progetto parte di Milano Cortina 2026-Olimpiadi Culturali.

Navigando nella nuova piattaforma 3D, creata in collaborazione con un team di ingegneri informatici di Helsinki, sono visibili le scelte curatoriali e la selezione di opere compiute attraverso la collaborazione con gallerie internazionali, come la Galleria Brun di Milano: un excursus nell’arte fotografica attraverso 16 artisti che, spaziando dalla seconda metà del XIX secolo ai giorni nostri, svelano una diversa «poetica dello spazio». 

Si comincia dalle immagini in bianco e nero del pionieristico «fotografo della montagna» Vittorio Sella (Biella, 1859-1943), cui risponde l’omaggio tributatogli dall’artista concettuale Emilio Fantin (Bassano del Grappa, 1954), presente in mostra con 12 opere che rivelano la sua naturale inclinazione verso le zone isolate e remote delle Alpi italiane.

Altro grande conoscitore e amante della montagna (fu anche una guida del Parco Nazionale di Yosemite) è stato l’americano Ansel Adams (1902-84), le cui opere in bianco e nero del West americano, realizzate utilizzando l’innovativa tecnica di stampa del «sistema a zone», hanno ispirato il movimento ambientalista americano. 

La purezza delle cime montuose che caratterizzano il progetto di Luca Vitone (Genova, 1964) «The Eyes of Segantini» ha un evidente riferimento nella pittura: le sue opere fotografiche cercano di ripristinare una visione oculare delle montagne simile a quella dei pittori del XIX secolo, in particolare Giovanni Segantini, per rivendicare una natura pura, caratterizzata da un rapporto estremo e solitario.

L’estetica al confine con la Land Art che caratterizza le rocce dolomitiche, portatrici sia dei segni naturali di fossili marini sia dei rudimentali interventi umani risalenti alla Prima guerra mondiale, ha invece ispirato la ricerca topografica di Luca Campigotto (Venezia, 1962), che attraverso immagini dai risultati cromatici sorprendenti guida lo spettatore lungo sentieri impervi, trincee nascoste e pericolosi percorsi a scartamento ridotto. 

Con un approccio che sottende un rispetto per i paesaggi ancora incontaminati il finlandese Miklos Gaal (1974) si dedica a catturano la «prima fase» di un percorso innevato invasivo, dove lo spazio domina ancora sulla presenza umana. Il vuoto e i vuoti sono infatti i veri soggetti delle sue immagini sfocate, che evocano una sorta di isolamento sociale visto da lontano, una timida curiosità verso un rito iniziatico di conquista di un territorio incontaminato da parte di viaggiatori un po’ disorganizzati.

La fotografia dell’inglese Martin Parr (1952-2025) è meno «timida» e si avvicina ai suoi soggetti. Il suo caleidoscopico reportage offre un bestiario pop di scene di ordinaria follia: masse ormai completamente decadenti e irrispettose infliggono un trauma cromatico, alterando per sempre il rapporto visivo tra l’umanità e le sue montagne.

La denuncia del disagio culturale causato dallo sfruttamento industriale delle nostre foreste e dei nostri ambienti innevati si esprime anche attraverso l’arte performativa e le installazioni. È il caso di artisti come il finlandese Ilkka Halso (1965), che difende il suo territorio erigendo barriere visionarie tra la natura e la nuova follia dell’umanità. Alberi, pietre e fiori, come fragili architetture, sono protetti in siti di restauro avvolti da reti verdi e tubi di impalcature, costruiti vicino alla sua terra natale di Orimattila.

Anche il lavoro di Anne de Carbuccia (1968) evidenzia il contrasto tra il paesaggio montano naturale e gli sforzi umani per preservarlo: l’artista e regista francese ha documentato l’uso di speciali tessuti geotessili per coprire i ghiacciai in via di scioglimento, come il Presena nelle Alpi italiane, durante i mesi estivi per ridurre l’assorbimento di calore e proteggere la neve e il ghiaccio sottostanti.

Un ultimo antidoto alla distrazione di massa arriva da Olivo Barbieri (Carpi, 1954), che cerca di ridisegnare una montagna su scala architettonica; andando oltre la fotografia analogica, realizza una trasformazione idealistica, un annullamento chirurgico di collage virtuali che fondono realtà e colori Pantone, portandoci sulla vetta di uno spazio iperbarico. L’obiettivo è quello di preservare le montagne intatte, almeno nella nostra immaginazione. Il percorso espositivo include anche lavori di Richard Long, Ed Ruscha, Maurizio Cattelan, Paola Pivi,, Sara Rossi e Carlo Mollino

Olivo Barbieri, «Alps Geographies and People #7», 2012. © Olivo Barbieri

Grazia Mazzarri, 22 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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