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Jacopino del Conte, «Ritratto di Annibal Caro»

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Jacopino del Conte, «Ritratto di Annibal Caro»

L’occhio strabico di Annibal Caro, il traduttore dell’Eneide

Riceviamo e pubblichiamo il testo del professor Antonio Vannugli in merito al ritratto di Annibal Caro, esposto nella mostra «Vasari e Roma» a Palazzo Caffarelli, da lui attribuito a Jacopino del Conte, apprezzato ritrattista fiorentino attivo a metà del Cinquecento 

Antonio Vannugli

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La fama di Annibal Caro, morto quasi sessantenne nel 1566, è oggi legata soprattutto alla traduzione dell’Eneide di Virgilio, sfida e tormento per generazioni di studenti liceali. Tale rinomanza ha favorito non poco la diffusione, in stampa e ora anche in rete, dell’effigie del letterato marchigiano: e come avviene per tutti i personaggi storici fino all’Ottocento, le opere che ne trasmettono le fattezze saranno anche innumerevoli, ma i modelli da cui esse derivano sono spesso inferiori alle dita di una mano. Nel nostro caso si riducono a due: uno è il busto di marmo che ne orna il monumento funebre in San Lorenzo in Damaso a Roma, opera di Giovanni Antonio Dosio; l’altro, in pittura, è da sempre individuabile nel prototipo da cui nel 1588 Cristofano dell’Altissimo trasse la copia destinata alla raccolta iconografica medicea cosiddetta gioviana, tutt’oggi esposta nella Galleria degli Uffizi. Caro vi appare anziano, con i capelli corti e una curata barba bianca, e insignito della croce di Malta, Ordine a cui fu ammesso nel 1555.

A tale copia, già da qualche anno è stata collegata una tavola di collezione privata, apparsa nel 2003 a Firenze a un’asta di Pandolfini come attribuita ad Alessandro Allori. L’opportunità di esaminarla dal vero in occasione della mostra «Vasari e Roma», in corso fino al 19 luglio presso i Musei Capitolini (Palazzo Caffarelli), ha confermato al primo sguardo non solo che essa è senza dubbio il modello a cui risale il dipinto della serie gioviana, ma soprattutto che non spetta né ad Allori né a Jacopo Zucchi sotto il cui nome è ora esposta, bensì a un altro pittore fiorentino del tempo, Jacopino del Conte.

A menzionare il ritratto di «mastro Jacopino», documentandolo e consentendoci di datarlo con precisione, è lo stesso Annibal Caro, in una lettera a Benedetto Varchi del 20 giugno 1562.

Allievo di Andrea del Sarto e antimediceo radicale, poco dopo il 1530 Jacopino si trasferì per sempre a Roma, dove sarebbe divenuto il più apprezzato ritrattista attivo negli anni tra il 1540 e il 1570. Vasari ne ricorda il ritratto di Michelangelo, e a lui si deve la «vera effigies» di Ignazio di Loyola, realizzata sul cadavere il giorno stesso della morte nel 1556, da cui deriva l’intera iconografia del santo spagnolo: ma per comprovare la paternità del nostro ritratto basta confrontare quello di Antonio da Sangallo il Giovane della Pinacoteca di Brera, datato al 1542, non foss’altro che per quella particolare abbreviatura del lato posteriore del volto in ombra, tale da far sembrare l’occhio sinistro quasi strabico.

 

Antonio Vannugli è professore di Storia dell’arte moderna all’Università degli Studi di Sassari

Jacopino del Conte, «Ritratto di Annibal Caro»

Antonio Vannugli, 22 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

L’occhio strabico di Annibal Caro, il traduttore dell’Eneide | Antonio Vannugli

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