Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Nicoletta Biglietti
Leggi i suoi articoliLa soglia non è mai un punto neutro. È una zona instabile in cui il passaggio non coincide con la libertà di attraversare, ma con una negoziazione continua tra accesso e interdizione, visibilità e cancellazione. In questa prospettiva, la soglia – più vicina allo spazio della tensione che a quello del confine – diventa una condizione politica e percettiva, prima ancora che architettonica. Ed è su questa ambiguità che si innesta «Sour Things: The Door», la nuova installazione di Mirna Bamieh, presentata al NIKA Project Space di Parigi fino al 23 maggio.
La mostra, curata da Anne Davidian, si inserisce nel più ampio progetto «Sour Things», avviato nel 2023, in cui l’artista palestinese indaga la «conservazione» non come gesto statico ma come forma di sopravvivenza culturale e politica. In «The Door» questo discorso si concentra attorno a un dispositivo centrale: una grande struttura a forma di porta, collocata nello spazio espositivo e parzialmente ostruita, che non apre né chiude, ma sospende. La soglia diventa così un’interfaccia instabile, che traduce nello spazio fisico la condizione contemporanea del movimento regolato, filtrato, condizionato.
In questa tensione si gioca l’intera costruzione dell’installazione. La porta non è un oggetto simbolico in senso illustrativo, ma un dispositivo che produce esperienza: il visitatore non la osserva soltanto, ma la attraversa percettivamente, muovendosi in un ambiente in cui la direzione non è mai lineare. Elementi in porcellana, disseminati e sospesi nello spazio, interrompono la continuità del percorso e impongono una coreografia rallentata del corpo, dove ogni gesto diventa una forma di attenzione. La riflessione sulla soglia si estende così oltre l’architettura e investe la condizione stessa del passaggio contemporaneo: chi può muoversi? In quali condizioni? E secondo quali sistemi di autorizzazione? In questo senso, la soglia non è solo un luogo di transito, ma un dispositivo che organizza possibilità e limiti, definendo chi attraversa e chi resta fermo.
La pratica di Mirna Bamieh si sviluppa da anni all’incrocio tra ricerca artistica e dimensione sociale. Fondatrice della Palestine Hosting Society nel 2017, l’artista ha costruito un archivio vivente di pratiche culinarie palestinesi, trattando il cibo come forma di memoria, trasmissione e resistenza. Dopo il suo allontanamento dalla Palestina nel 2023, la sua ricerca si è ulteriormente spostata verso una condizione di sospensione biografica e geografica, che attraversa direttamente il lavoro presentato a Parigi.
In «Sour Things: The Door», questa esperienza si traduce in una riflessione più ampia sulla migrazione e sulle condizioni che regolano il movimento umano nello spazio globale contemporaneo. Le opere video integrate nell’installazione raccolgono testimonianze di persone migranti della regione SWANA residenti a Lisbona, che raccontano gli ingredienti portati con sé nei propri percorsi: spezie, conserve, elementi alimentari che diventano tracce materiali di appartenenza e memoria. Un secondo video introduce una dimensione intergenerazionale, mostrando la madre dell’artista in Palestina mentre riflette sul gesto del preparare e trasmettere il cibo tra generazioni e territori.
Attorno alla soglia si dispongono sculture in porcellana che raffigurano gombo in stato di deformazione e collasso. Il vegetale, che coincide etimologicamente con il cognome dell’artista («bamieh» in arabo), diventa un nodo biografico e simbolico: rimanda alla storia familiare di mercanti che trasportavano merci tra Nord Africa e Levante, conservando il cibo attraverso tecniche di essiccazione durante i viaggi. In questa stratificazione, il gombo assume la funzione di figura della sopravvivenza materiale e culturale, ciò che attraversa il tempo e lo spazio trasformandosi senza scomparire. La curatrice Anne Davidian definisce la mostra come «un oggetto filosofico in cui il passaggio è reso condizionato» sottolineando come la porta non rappresenti semplicemente un varco, ma un sistema di regolazione dell’accesso. In questa prospettiva, l’opera mette in tensione la possibilità stessa dell’attraversamento, facendo emergere ciò che normalmente resta invisibile nei dispositivi di movimento contemporanei.
Vista della mostra «Mirna Bamieh. Sour Things The Door». NIKA Project Space, Paris, 2026. Credits Nicolas Brasseur. Courtesy of NIKA Project Space.