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Nicoletta Biglietti
Leggi i suoi articoliUn’immagine non è mai solo ciò che mostra. È anche ciò che nasconde. Ciò che trattiene e ciò che viene costruito per essere visto senza essere, però, interrogato. E quando si interviene su quella superficie, quando la si scava invece di aggiungere, il risultato non è una «perdita» ma uno spostamento di senso. Ed è proprio in questo territorio che si muove «Silence is», la personale di Marco Rèa alla Street Levels Gallery di Firenze, in cui l’artista romano, dal 12 giugno, metterà a confronto vent’anni di ricerca tra street art e comunicazione visiva.
La mostra, curata dalla galleria di via Melegnano 4R con testo critico di Federica Schneck, è aperta fino a fine settembre 2026 e riunisce circa cinquanta opere realizzate tra il 2013 e il 2026: tele, lavori su carta, manifesti pubblicitari, stencil e serigrafie, insieme a due sculture inedite che segnano l’ingresso dell’artista nella tridimensionalità.
Marco Rèa muove i suoi passi dal pieno del sistema pubblicitario. Il processo di «debranding» agisce su immagini preesistenti attraverso spray, solventi e abrasioni. Utilizza lo stencil al positivo, una tecnica che rimuove materia anziché aggiungerla. Come osserva Federica Schneck, si tratta di una vera e propria «autopsia del glamour»: i volti levigati dell'industria della moda vengono frammentati, lasciando emergere la vulnerabilità che il desiderio commerciale solitamente nasconde. Questa «autopsia» analizza profondamente le superfici patinate che ci circondano, dissezionando l'immagine pubblicitaria per rivelarne le strutture interne, le fragilità e le implicazioni psicologiche. L'operazione smaschera la costruzione artificiale del desiderio, trasformando l'icona in un reperto da studiare, un frammento di verità in un mondo di apparenze.
Questa pratica richiama il concetto michelangiolesco della scultura «per forza di levare». Se per Michelangelo la figura andava liberata dal marmo superfluo, per Marco Rèa l'essenza dell'emozione emerge grattando la patina della comunicazione di massa. Un'operazione di disvelamento che trova una sponda filosofica nelle riflessioni di Martin Heidegger sull'origine dell'opera d'arte. Per Heidegger, l'arte è un evento in cui la verità («aletheia»), intesa come disvelamento, accade. L'opera d'arte crea uno «strappo» nel quotidiano, un'apertura che permette all'essere di manifestarsi. Il lavoro di Marco Rèa apre uno spazio di riflessione proprio attraverso la creazione di un vuoto significativo, permettendo all'inquietudine umana di affiorare dall'ombra.
Il gesto di Marco Rèa si inserisce in una precisa linea di confine dell'arte contemporanea. La sua estetica della cancellazione dialoga con l'operazione radicale di Robert Rauschenberg che nel 1953 scelse di cancellare un disegno di Willem de Kooning per testare i limiti dell'atto creativo. Rauschenberg impiegò un mese intero per rimuovere i segni di De Kooning; il risultato, «Erased de Kooning Drawing», interrogava il concetto di autorialità e la possibilità di creare attraverso la negazione. Marco Rèa compie un'operazione concettualmente affine: rifonda il significato facendo emergere nuove letture da ciò che era dato per scontato.
Allo stesso modo, l'occultamento di Marco Rèa ricorda l'approccio concettuale di John Baldessari, che utilizzava la copertura di elementi chiave per «costringere» lo spettatore a una partecipazione attiva. Rimuovendo informazioni, Baldessari invitava il pubblico a interrogarsi sul potere dell'assenza. Marco Rèa porta questa eredità nel contesto della street art e della critica al consumismo visivo, trasformando la superficie pubblicitaria in un palinsesto su cui riscrivere nuove narrazioni.
Il percorso della mostra riflette anche l'evoluzione emotiva e tecnica dell'artista. Le prime sale sono cariche del nero dello spray, eredità del linguaggio urbano che copre le superfici lasciando emergere solo dettagli minimi – un occhio, uno zigomo, un frammento di espressione. Qui il caos della strada incontra il silenzio del metodo, fondendo il gesto della street art con la meditazione sulla forma.
Un punto di svolta fondamentale emerge nelle sale centrali, dedicate alla produzione nata durante l'isolamento del 2020. Il nero lascia il posto al bianco dei solventi, la materia si alleggerisce e il segno muta in una scrittura compulsiva e asemantica. Queste tracce visive di un isolamento collettivo simboleggiano una ricerca di essenzialità in un momento di crisi globale.
La chiusura del percorso vede un ritorno del colore inteso come integrazione stratificata. Le due sculture inedite all'ingresso portano infine la ricerca di Marco Rèa fuori dalla superficie bidimensionale per occupare fisicamente lo spazio della galleria. È il momento in cui la sottrazione concettuale si materializza e il silenzio si fa forma.
«Silence is» racconta quindi un'esplorazione ventennale che abbatte i muri tra spazio pubblico e spazio espositivo. E la Street Levels Gallery indaga così i confini tra street art e arte contemporanea, invitando a scoprire cosa resta quando il rumore visivo finalmente si placa.