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Samantha De Martin
Leggi i suoi articoliNon solo eremi di silenzio sferzati dal mare. Incastonate nell’Adriatico esistono isole che, tra la tarda antichità e il Medioevo, hanno costituito un vivace arcipelago culturale offrendo ai monaci la possibilità di ritrovare il loro «deserto» e di creare i primi insediamenti.
Inseriti sulle rotte commerciali e culturali, questi santuari e complessi monastici sono divenuti ritrovi di preghiera e conoscenza: uno spazio interconnesso tra l’Italia e la Croazia che ha svolto un ruolo di primo piano nella tarda antichità. Tutt’altro che luoghi isolati, i monasteri erano centri di alfabetizzazione, arte e scambi, dove viaggiatori e pellegrini facevano circolare la fede, ma anche idee e manoscritti.
A fare luce sul patrimonio archeologico cristiano di queste «isole sante», risalente alla tarda antichità e al Medioevo, è un progetto di ricerca internazionale condotto dal 2021. Intitolato «Anr Monacorale» (MONAsteriorum CORpus Adriaticorum et Locorum Ecclesiasticorum), è frutto della collaborazione tra ricercatori francesi, croati e italiani impegnati nello studio di archivi, testi e siti ecclesiastici, in particolare monastici, della costa adriatica istriana e dalmata tra il IV e il XII secolo.
Un approccio multidisciplinare incrocia le fonti di archeologia, storia, storia dell’arte, letteratura, epigrafia e archeologia del paesaggio. Finanziato dall’Agence Nationale de la Recherche (2021-26), il programma è portato avanti da istituzioni francesi (École française de Rome, Cnrs e Università) in collaborazione con università e musei croati.
I risultati del progetto scientifico internazionale sono confluiti nella mostra «Isole e santi. Monasteri e santuari dell’Adriatico orientale, da San Girolamo a Gregorio VII», presentata in Croazia nel 2025 e in corso a Roma fino al 29 ottobre.
Ideata in collaborazione con il Museo Archeologico di Spalato, curata da Nikolina Uroda, Morana Čaušević-Bully e Sébastien Bully, con la direzione scientifica di Morana Čaušević-Bully, Sébastien Bully, Pascale Chavalier e Stéphane Gioanni, è visitabile gratuitamente negli spazi dell’École française de Rome, a Piazza Navona, dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 19 e il sabato dalle 10 alle 13.
Il percorso si snoda attraverso una serie di pannelli illustrati in francese e in croato (la traduzione in italiano è disponibile tramite QRcode) che contestualizzano oltre un centinaio di complessi ecclesiastici sulle isole e lungo la costa orientale dell’Adriatico, invitando a guardare questo mare da una prospettiva inedita.
In questa zona dell’Adriatico, infatti, il cristianesimo si è radicato fin dai primi tempi, come attestano resti e reperti, dai reliquiari agli oggetti portati in dono da lontani pellegrinaggi. Se si dà credito a san Girolamo, le isole dalmate hanno ospitato un gran numero di santi, monaci o eremiti, già a partire dal IV secolo, svolgendo un ruolo fondamentale nella storia del monachesimo primitivo in Occidente.
Dal IX secolo, ma soprattutto nell’XI, le isole accolsero fondazioni benedettine, emanazioni delle grandi abbazie italiane. La scrittura «beneventana dalmata», originaria dell’Italia meridionale, con la crescente influenza di Montecassino, approdò nei monasteri dalmati che a loro volta adoperarono una variante regionale per i loro manoscritti.
Il visitatore ritrova nel percorso i resti del monastero benedettino di Mrkan, dove ricerche recenti hanno individuato i resti di un edificio del XI secolo, e poi il complesso monastico di Martinšćica, sull’isola di Cherso, dove gli scavi archeologici hanno restituito strutture economiche e domestiche della comunità altomedievale, tra cui un forno per il pane.
«Il programma di ricerca approdato in questa mostra, spiega Brigitte Marin, direttrice dell’École française de Rome, è nato da due precedenti programmi di archeologia dell’École. Il programma si è poi ampliato con questo incrocio di discipline in un momento in cui volevamo sviluppare un orientamento più concentrato sul Mediterraneo visto dal mare: un arcipelago culturale di isole diverse, tutte in connessione tra loro e con un destino comune».
L’isola di Biševo. © D. Rostuhar Monacorale