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Camilla Sordi
Leggi i suoi articoliVale come allacciare un filo sottile: annodato non per trattenere, ma per ricordare la strada di casa. Per essere sicuri di poter percorrerla a ritroso, o anche solo ritornarci con la mente ed avere la certezza che lì, qualcuno, ancora ti aspetta. Qualcuno che si preoccupa per te e ti chiede: «Scrivi quando arrivi / Text me, when you get home». Può essere la dolce prassi che una madre rivolge al figlio, o un modo per tenere a mente che è si può giungere solo se prima si è partiti.
Messaggio cifrato di una cultura dell'affetto che - nell'omonima mostra in programma alla galleria ORMA, a Milano, dal 13 maggio al 29 giugno - attraversa geografie fisiche e politiche, innestandosi in quello che, nelle parole del curatore Matteo Bergamini, potrebbe definirsi «un empirico “codice della cura” delle relazioni; non un racconto di addii o di abbandoni, piuttosto di movimenti che comprendono le esperienze della vita indagate attraverso piani intersecati: la memoria, l'eredità culturale, l'esperienza quotidiana».
Entrando nel merito del progetto, l'esposizione segna il primo incontro tra la scultura di Matteo Negri (1982) e la pittura di Ian Salamente (1997), quest'ultimo al suo debutto espositivo in Italia. L'incontro tra Negri e Salamente si focalizza sugli attraversamenti fisici ed emozionali. Il saluto, la despedida, viene riletto come un rituale che mantiene aperto il contatto tra chi parte e chi resta. Attraverso il tempo e i mari, questo canale relazionale si trasforma in Saudade, unendo provenienze e metodologie distanti in un'unica riflessione sulla vicinanza.
Matteo Negri espone una serie di lavori realizzati tra il 2025 e il 2026, composta da cinque sculture in bronzo e nove minuziose chine. Il fulcro della sua produzione recente sono le «Boe», oggetti che l'artista ha costruito partendo da modelli di realtà precari, replicati in fonderia rispettando i principi della fisica: una parte pesante per l'immersione e una leggera per il galleggiamento. Le opere derivano dall'osservazione dell'oggetto e da un'esperienza vissuta dall'artista in El Salvador, dove è stato coinvolto in un progetto di arte pubblica con una scuola locale. Negri descrive questi lavori come «sculture della resistenza», dedicate a chi lascia la propria terra cercando un nuovo approdo e caricando l'orizzonte di speranza. La scelta della fusione in bronzo trasforma oggetti effimeri in omaggi a una collettività spesso dimenticata.
La pratica di Ian Salamente si concentra invece sulla rappresentazione delle tensioni metropolitane brasiliane e latino-americane. Influenzato dalla poetica di Hélio Oiticica, Salamente indaga i simboli del quotidiano: il lavoro, lo spostamento e il riposo come stato di abbandono nell'incessante ricerca di una vita migliore. Sulla tela, i soggetti appaiono per lo più vestiti con magliette di squadre di calcio. Per Salamente, questo elemento supera il valore sportivo per diventare un simbolo universale di vittoria e riscatto. La maglia rappresenta l'appartenenza al territorio e la volontà di mantenere vivi i sogni di gioventù attraverso la lotta quotidiana.
Matteo Negri, Boa IV, 2026