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Installation view della mostra da kaufmann repetto a New York

Courtesy kaufmann repetto

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Installation view della mostra da kaufmann repetto a New York

Courtesy kaufmann repetto

Simone Fattal tra passato e presente

Da kaufmann repetto e Greene Naftali a New York, un doppio percorso espositivo che trasforma la scultura in un luogo rituale fatto di cammino, rifugio e frammenti di storia

Lavinia Trivulzio

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«The Hearth» e «The Primeval Forest», sono le due mostre di Simone Fattal in corso a New York articolate come un unico racconto diviso in due luoghi: kaufmann repetto e Greene Naftali. Sino al 28 febbraio, l’artista torna nella città dopo l’importante retrospettiva al MoMA PS1 del 2019, riaffermando la forza di una pratica che da oltre sessant’anni intreccia mito, storia e materia in una visione senza tempo. Il verso dantesco che apre il percorso da Green Naftali, «Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura» è una  vera e propria chiave di lettura. La foresta di Fattal infatti è un luogo mentale e archetipico, dove l’origine e il presente coesistono, dove il tempo si piega e si stratifica. Nelle sue mani, la storia non procede in linea retta, ma per frammenti, ritorni e sedimentazioni. Nata a Damasco nel 1942, cresciuta in Libano, formata tra Beirut e Parigi, Simone Fattal incarna una biografia diasporica che si riflette profondamente nel suo lavoro. Dopo l’inizio della guerra civile libanese, il suo trasferimento in California e la fondazione della Post-Apollo Press - casa editrice dedicata a voci sperimentali internazionali - segnano una traiettoria in cui l’arte visiva, la poesia e il pensiero critico sono inseparabili. Il ritorno alla pratica artistica alla fine degli anni Ottanta, attraverso la ceramica, le permette di trovare nella terra un medium primordiale, quasi animistico. Come ha scritto Negar Azimi, le sue figure «sembrano antiche quanto la terra, eppure respirano».

 

Installation view della mostra da kaufmann repetto a New York. Courtesy kaufmann Repetto

Installation view della mostra da kaufmann repetto a New York. Courtesy kaufmann repetto

La scultura è protagonista di entrambe le mostre. In «The Hearth», da kaufmann repetto, emerge «Walker», una figura bronzea a grandezza naturale che avanza con passo deciso, seguita da una roccia che ne duplica il movimento come un’ombra o un fardello. È l’uomo eretto, il viandante, il profeta, una forma ricorrente nell’opera di Fattal. «L’uomo è un animale che sta in piedi», ha detto l’artista. «Prima di pensare, si è alzato». Il gesto del camminare diventa così fondativo, un atto di sopravvivenza e di conoscenza. Da Greene Naftali, «The Primeval Forest» si apre invece a una dimensione più narrativa e cosmologica. «Ghaylan and Mayya», ispirata alla letteratura araba, raffigura due amanti in un equilibrio precario e poetico, dove il bronzo, materiale pesante e definitivo, riesce sorprendentemente a evocare la leggerezza del vento e della vela. Al centro dello spazio, «Tree» si impone come una presenza monumentale: un albero che è al tempo stesso organismo vivente e metafora del fare artistico. Poco distante, «Humbaba», figura mitologica tratta dall’Epopea di Gilgamesh, veglia su una foresta disegnata a mano, fatta di segni, colature d’inchiostro e gesti ripetuti, come una mappa psichica più che un paesaggio reale.

Accanto alle grandi sculture, entrambe le sedi presentano una costellazione di ceramiche da tavolo e piccole architetture. Piante, animali, dune, onde marine convivono con strutture che ricordano case elementari o rovine. Sono oggetti che parlano del bisogno umano di abitare il mondo, di costruire rifugi contro forze naturali e storiche più grandi di noi. «The Hearth», il focolare, diventa così simbolo di protezione, memoria e continuità. Il Mediterraneo attraversa silenziosamente l’intero progetto. In «Golden Sea», un percorso di tessere in vetro di Murano suggerisce un movimento fluido, quasi rituale. I collage, composti da frammenti raccolti e conservati nel tempo, restituiscono riflessi di sole sull’acqua, immagini spezzate che alludono tanto alla bellezza quanto alla perdita. La tecnica del collage, stratificata e non lineare, rispecchia perfettamente la visione di Fattal: una storia fatta di rotture e affinità, di vuoti e sopravvivenze. «Non possiamo avere una vera conoscenza del passato», afferma l’artista. «Abbiamo solo frammenti». In entrambi gli allestimenti Simone Fattal propone una pratica attiva del ricordo. Le sue opere non cercano di ricostruire un passato integro bensì di renderlo vivo nel presente, accettandone le crepe e le discontinuità. Attraversare la foresta e custodire il focolare diventano così due gesti complementari: perdersi e ritrovarsi, camminare e restare, ricordare e reinventare.

Lavinia Trivulzio, 29 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

Simone Fattal tra passato e presente | Lavinia Trivulzio

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