Lontani dal jet-set, dove si incontrano il deserto del Gobi e le zone umide del Fiume Giallo, all’ombra del monte sacro Helasham, sorge il Moca-Museo di arte contemporanea di Yinchuan, che il 9 giugno inaugura la seconda edizione dell’omonima Biennale, dal titolo «Starting from the Desert. Ecologies on the Edge» (Partire dal deserto. Ecologie al confine).
La curatela è di Marco Scotini che parte dal deserto in senso fisico e metaforico: un luogo in cui le tracce vengono continuamente cancellate e riscritte, in cui tutto è in perenne mutazione sotto un’apparente stabilità, proprio come la storia dell’uomo e le sue dinamiche di potere, come il continente asiatico e la concezione di memoria nella cultura cinese.
In questo crocevia prende avvio una presa di coscienza delle biodiversità umane, articolata in quattro grandi tematiche («Nomadic Space and Rural Space», «Labor-in-Nature and Nature-in-Labor», «The Voice and The Book», «Minorities and Multiplicity», ovvero i luoghi, il lavoro, la conoscenza, la società).
Il tutto è da intendersi alla stregua di corsi d’acqua che si incrociano e fluiscono uno sull’altra, tutte all’interno di una cornice di indagine più ampia che affronta il dualismo fra ascesa della modernità e capitalismo e come questo condizioni la nostra visione eco-sociale.
L’esposizione presenta diverse nuove commissioni, accostate a opere storiche. Novanta gli artisti partecipanti, con particolare attenzione alle produzioni di confine che raccontano i territori della Cina occidentale (Mongolia, Asia centrale e Sud-Est).
Consistente la partecipazione italiana, con Massimo Bartolini, il fotografo ottocentesco Felice Beato, Alighiero Boetti, Giuseppe Castiglione (gesuita e pittore, missionario in Cina nel XVIII secolo) Piero Gilardi, Francesco Jodice, Tina Modotti e Gianni Pettena.