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I 25 anni di Raffaella Cortese a Milano

«Il mio lavoro è come quello dell’editore: siamo imprenditori, la nostra impresa è la cultura»

Raffaella Cortese (a destra) con Joan Jonas nel 2019

Giunta in questo difficile mese di maggio 2020 al traguardo dei 25 anni di attività, la gallerista milanese Raffaella Cortese aveva in animo di rammentare (più che di celebrare) la ricorrenza con una mostra di Franco Vimercati (1940-2001), l’artista con cui nel 1995 aveva inaugurato la prima sede, in via Farneti.

Niente fanfare dunque, com’è nella sua indole, ma un omaggio a un artista «introverso, concettuale, isolato», da lei scelto con determinazione in quegli anni in cui si accendeva il dibattito sullo statuto della fotografia nell’arte. E, al tempo stesso, una dichiarazione d’intenti, con cui ribadire che la fedeltà ai «suoi» artisti è un pilastro del suo modo di essere gallerista.

«Sebbene ora, puntualizza, il mio primo desiderio sia poter festeggiare questo anniversario con la normalità che abbiamo perduto, con la ripresa, con la ricostruzione». Con il suo fare misurato e riflessivo, sorretto da solide letture, Raffaella Cortese ha saputo diventare una delle più reputate galleriste d’arte contemporanea non solo italiane, presente nelle massime fiere mondiali e forte di una compagine di trenta artisti italiani e internazionali, oltre che titolare di una galleria «diffusa» (tre le sedi, nella quieta via Stradella), in cui ama intrecciare e mettere in dialogo i linguaggi di personalità artistiche legate da più o meno sotterranee affinità.

«Ho sempre pensato che il lavoro del gallerista sia molto simile a quello dell’editore, spiega, poiché le nostre sono sì imprese, ma sono imprese culturali. Perciò sin dai miei esordi ho scelto come linea guida la frase in cui Giulio Einaudi (piemontese come la famiglia di origine della Cortese, Ndr) affermava di aver “iniziato a seminare cultura con la stessa concretezza con cui i contadini seminano il grano”. Accanto all’aspetto economico, per me è fondamentale l’aspetto culturale, che ai miei occhi implica in primis il rapporto stretto con gli artisti. Con fatica, ho sempre cercato di bilanciare questi due versanti. Quando arrivano da me gli artisti, specie se stranieri, mi dedico a loro soltanto, perché credo che sia importante costruire rapporti profondi, cercando di “entrare” nel loro sguardo. E lo stesso mi è sempre accaduto con i collezionisti, con cui ho stretto rapporti d’amicizia vera, e con alcuni critici. Il fattore umano mi sta molto a cuore».

Dopo Vimercati, spinta dalla passione per il medium fotografico e dalla volontà di sfatare i tanti pregiudizi allora diffusi intorno alla natura «multipla» della fotografia («e la scultura, allora?»), Raffaella Cortese ha presentato l’artista americana Jan Groover (1943-2011), una figura chiave nella fotografia del secolo passato, poi, molto presto, è stata la volta di Roni Horn (1955): «Era il 1997. Mi misi in contatto con lei e andai a trovarla a New York: ricordo che avevo il cuore in gola quando mi aprì la porta. Lei era già nota e aveva fama di essere piuttosto dura, ma forse capì che avevo una folle passione per il suo lavoro e mi ascoltò. C’era in studio una delle sue sculture d’alluminio con un verso di Emily Dickinson. La acquistai subito e la portai con me in aereo: non la venderò mai, perché è la testimonianza di un momento chiave della mia storia».

Del resto è stato proprio per esporre una grande installazione di Roni Horn se Raffaella Cortese, nel 2003, ha cambiato sede, spostandosi in via Stradella 7 («una palestra fatiscente. Il mio architetto era sgomento»), cui ha poi aggiunto gli spazi al numero 1 e al 4. Di qui sono passate moltissime artiste (su trenta suoi artisti, solo sette sono uomini) ma Raffaella Cortese non accetta etichette: «È vero, ho sempre nutrito, e continuo a nutrire, un grande interesse per la sensibilità femminile ma non ho mai voluto specializzarmi. Non amo le etichette e desidero procedere in modo libero, come ho sempre fatto, anche pagandone il prezzo. Nel mio programma ci sono artisti uomini e ce ne saranno sempre di più. Ora, poi, ho voglia anche di pittura. E il mio è un programma transgenerazionale: spaziare nelle generazioni è un piacere che mi sono concessa, trovando una forte affinità con le persone più mature, come Joan Jonas o Simone Forti, e con i più giovani, come Alejandro Cesarco, che curerà una mostra in galleria a giugno. Se mai, il filo che unisce quasi tutti i miei artisti è la passione (che è anche mia) per la letteratura. Sì, posso dire che io sono i miei artisti. Se scorro la lista dei loro nomi, mi riconosco in tutti loro».

Ed è, questo, il segno della stessa libertà di giudizio che, in un mondo sempre più smaterializzato e virtuale, la induce ad affermare «sebbene io mi renda conto di essere demodé, credo fermamente nella galleria come luogo fisico in cui trovarsi e incontrare l’arte. Mi vanno benissimo le fiere, anche perché quelle straniere ci hanno aperto le vie di un nuovo collezionismo, e ho puntato anch’io sull’online rinnovando, per quest’anniversario, il sito della galleria, il logo, il payoff “still a place” e la Viewing Room. Tuttavia, questo periodo d’isolamento ha evidenziato i limiti della tecnologia virtuale. L’emozione che l’arte dà nei musei, nelle gallerie, nelle case dei collezionisti è del tutto diversa. Mi auguro davvero che, passato il Coronavirus, si possa tornare a frequentare le gallerie e a godere dal vivo delle opere».

Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 408, maggio 2020



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