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Giuseppe De Nittis, «Westminster» (particolare)

Courtesy di Gallerie Enrico

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Giuseppe De Nittis, «Westminster» (particolare)

Courtesy di Gallerie Enrico

Il settore dell’Ottocento visto da uno specialista: l’antiquario Angelo Enrico

Archivi, mostre, consulenze e battaglie culturali: «Oggi piacciono molto i divisionisti, i simbolisti, gli italiani di Parigi e un certo Liberty, compresi i manifesti, che hanno un grande fascino. Si può dire che il mercato in questo ambito si è ripulito delle scorie ed è diventato più selettivo, preciso e di contenuto»

Ada Masoero

Giornalista e critico d’arte Leggi i suoi articoli

La prima di quelle che sarebbero diventate le Gallerie Enrico apriva i battenti ad Alassio, in Liguria, nel 1972, per spostarsi poi nel 1994, a Genova, in via Garibaldi: fu una scelta vincente che indusse i fondatori, Giliana e Franco Enrico, ad aprire l’anno successivo una galleria anche a Milano (ora in via Senato 45), presto diventata la sede principale delle loro attività. A guidare le due gallerie sono oggi i figli Angelo e Serafino Enrico che, forti di un’esperienza familiare tanto lunga (oltre che dei loro studi), hanno fatto di esse un polo ineludibile nel mercato italiano dell’arte dell’Ottocento, anche perché, nel tempo, hanno acquisito gli archivi di alcuni degli artisti di quel periodo, da Pompeo Mariani a Ettore Tito (del quale hanno realizzato, in collaborazione con Francesco Maspes, il catalogo generale dell’opera), mentre oggi stanno lavorando con la storica dell’arte Elisabetta Chiodini all’archiviazione dell’opera di Angelo Morbelli. A questi si aggiungono l’archivio e la biblioteca della galleria, ai quali attingono molti studiosi: «Si tratta di quasi 20mila volumi sull’Ottocento italiano, precisa Angelo Enrico, che vanno dai cataloghi d’epoca delle mostre fino ad oggi». Senza dimenticare la consulenza per la formazione di collezioni, per privati e per musei (come il Museo del Divisionismo di Tortona) e la consulenza per organismi come il Nucleo per la Tutela del Patrimonio culturale dei Carabinieri. Insomma, una credibilità conclamata. 

Ad Angelo Enrico chiediamo di parlarci non solo della loro storia ma anche dello stato di salute del mercato dell’arte dell’Ottocento e di molto altro.

Angelo Enrico, credo si possa dire che oggi siete fra i pochissimi galleristi specializzati nella fascia elevata del mercato del secondo Ottocento e primo Novecento. Un tempo eravate molti di più. Che cosa è accaduto? 
È vero: ancora negli anni Ottanta esisteva un’associazione che riuniva poco meno di trenta gallerie italiane specializzate nell’Ottocento di buon livello. Da allora, però, alcuni galleristi sono scomparsi, altri hanno chiuso, altri si sono spostati sul Novecento e sul contemporaneo, e oggi siamo rimasti in pochissimi a praticare questo ambito a un buon livello di qualità: oltre a noi, Maspes, Quadreria dell’Ottocento, Art Studio Pedrazzini, Società di Belle Arti di Viareggio e pochi altri. 

Nessuna tentazione per il secondo Novecento e il contemporaneo?
Sì, non solo abbiamo avuto questa tentazione ma l’abbiamo messa in pratica: in un’altra sede però, e con un vero esperto di quest’area, Marco Bertoli, con cui abbiamo aperto M45 Milano, uno spazio (un «salotto» vorrei dire) in via Manzoni 45, dedicato a collezionisti e appassionati d’arte, in cui realizziamo solo mostre a invito, molto mirate, di arte del pieno Novecento e  contemporanea. Io amo anche il Novecento storico, ma preferisco stare nel mio ambito, che so di conoscere a fondo. Non si può conoscere tutto allo stesso grado di profondità e credo che non ci si possa improvvisare. Inoltre, nel 2018, con Francesco Maspes, l’amico Paolo Tacchini, avvocato e collezionista, ed Elisabetta Chiodini, abbiamo fondato l’associazione culturale non profit METS Percorsi d’Arte, con la quale facciamo ogni anno importanti mostre sull’Ottocento al Castello di Novara (fino al 6 aprile è in corso «L’Italia dei primi italiani. Ritratto di una nazione appena nata», Ndr). Ma negli ultimi anni veniamo contattati da moltissimi altri organizzatori di mostre dell’Ottocento e collaboriamo anche con musei, come la GAM di Milano, dove abbiamo appena realizzato la mostra, irripetibile, su Pellizza da Volpedo, con soli capolavori di musei e di collezionisti privati, spesso mai prestati prima.   

Avete anche una fitta attività editoriale: quali i titoli cui tiene di più? 
Mi vengono in mente innanzitutto le due pubblicazioni su Pompeo Mariani, una sulle opere ad olio conservate nel suo studio di Bordighera, rilevate da noi; l’altra sui suoi taccuini di viaggio (circa 4mila fogli, tutti archiviati, catalogati e pubblicati). Entrambi i volumi erano legati a mostre che abbiamo presentato in galleria, quando abbiamo aperto Milano. E poi moltissimi cataloghi di studio delle nostre mostre di pittura dell’Ottocento in generale e di quelle su Boldini e De Nittis, Pellizza da Volpedo, Angelo Morbelli, Ettore Tito e prima ancora, in occasione di importanti ritrovamenti, la pubblicazione del 1996 su un dipinto di Domenico Induno e nel 2002 su un nucleo di opere ritrovate di Telemaco Signorini. E poi mi piace ricordare la ricerca realizzata con Francesco Maspes sulla vicenda della storica Galleria Pesaro di Milano.

Dal suo osservatorio, qual è lo stato di salute dell’Ottocento italiano?   
Come in tutto l’antico, la fascia che regge è quella alta. Nei momenti di grande euforia economica vedevamo noi stessi che si vendevano autori minori dell’Ottocento a cifre iperboliche: oggi questi sono diventati pura decorazione, perché i collezionisti, molto più acculturati di qualche decennio fa, vogliono solo cose di alta qualità, che abbiano alle spalle una storia o comunque qualcosa che rappresenti il momento in cui l’opera è stata fatta. Tutta la schiera di pittori di seconda, terza, quarta fascia, che non hanno detto nulla di nuovo, sono tornati a essere quello che erano. Oggi piacciono molto i divisionisti, i simbolisti, gli italiani di Parigi (Boldini, De Nittis e, in misura minore, Zandomeneghi, meno grande degli altri) e un certo Liberty, compresi i manifesti, che hanno un grande fascino (io non li tratto, ma è un mercato interessantissimo). Si può dire che il mercato dell’Ottocento si è ripulito delle scorie ed è diventato più selettivo, preciso e di contenuto. 

Nascono nuovi collezionisti nelle generazioni più giovani? 
Ce ne sono, certamente, ma non va dimenticato che un giovane prima pensa ad affermarsi e, se mai, a togliersi dei costosi «capricci» e solo una volta arrivato sui 55-60 anni, quando tutti i desideri sono stati soddisfatti, allora, se ha un po’ di cultura (fattore imprescindibile), desidera creare qualcosa che resti, per i figli o per la collettività, e si rivolge all’arte. 

Che cosa può dirci della notifica? 
È il dramma del mondo dell’antiquariato, perché se la legge fosse applicata così come è stata scritta, sarebbe accettabile. Il problema è che tutti noi del settore siamo in balìa delle decisioni di funzionari che talora sembrano giudicare trascurando le linee guida del Ministero. Il che comporta talvolta per noi azioni legali, con una grande perdita di tempo e di denaro. La notifica, poi, è un istituto che abbiamo solo in Italia: all’estero si passa attraverso il Ministero solo se si vuole esportare un bene di alto valore e comunque quel bene viene tenuto in sospeso solo per il tempo necessario a raccogliere, nel caso, il denaro per acquistarlo. Se non si raggiunge la cifra, l’opera viene liberata. Qui invece, dopo la notifica, l’opera non è più mia, io divento il custode per lo Stato: non posso spostarla, nemmeno in Italia; se è da restaurare decide la Soprintendenza con chi farlo; se viene chiesta in prestito per una mostra, si deve chiedere loro l’autorizzazione. Nell’ultimo aggiornamento della legge è stata introdotta la norma per cui sotto i 13.500 euro, la pratica può essere più snella. In un tavolo di confronto con il Ministero, noi galleristi abbiamo chiesto di alzare la soglia al livello della Francia (300mila euro) mentre è rimasta invariata. C’è un confronto in atto per cercare di allinearla alle soglie europee ma al momento c’è uno stallo. Il giorno in cui la notifica fosse abolita, il valore dei dipinti antichi e dei pezzi d’antiquariato si moltiplicherebbe immediatamente. Gli stranieri che vengono in Italia, per esempio, pagano e pensano di portarsi via l’oggetto, mentre oggi non si può fare: loro non possono capire tutti i nostri impedimenti e rinunciano all’acquisto. 

È stata però ridotta l’Iva dal 22 al 5%.   
(Ride) Parliamone, sì: la riduzione vale principalmente per il contemporaneo (ma solo per gli artisti viventi), dove il gallerista acquista dall’autore e può applicare la tariffa del 5% (anziché del 10% com’era prima) sull’intero valore. Non per noi, però, perché nell’antiquariato l’Iva al 22% si applicava sulla sola plusvalenza, mentre quella al 5% si applicherebbe sull’intero valore. Dunque non ci conviene, a meno di non praticare un ricarico altissimo. Nel nostro caso il 5% vale solo per le opere acquistate fuori dall’Unione Europea. In caso contrario, è evidente che non c’è alcun vantaggio o, se c’è, sono briciole. 

Ada Masoero, 19 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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