Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Brescia. Per oltre trent’anni Paolo Zani, patron e fondatore di Liquigas, scomparso nel 2018 a 72 anni, ha collezionato arte. Lo ha fatto con grande discrezione (mentre era ben noto come sponsor e presidente di squadre ciclistiche), tanto che quando Alvar González-Palacios, uno dei più autorevoli studiosi internazionali di arti decorative (e non solo), nel maggio 2018, è entrato nella sua villa di Brescia, chiamato da lui perché conoscesse la sua raccolta, nulla sapeva dei suoi tesori.
Eppure, entrando nella dimora di Cellatica, fuori Brescia, s’imbatté in più d’un pezzo da lui studiato in precedenza, che il collezionista aveva acquistato sul mercato, senza affidarsi a consulenti ma fidandosi solo del proprio gusto. Quella villa, scomparso lui (poco dopo la figlia Carolina, ventisettenne), è diventata la Casa Museo della Fondazione Paolo e Carolina Zani (presieduta da Claudia Zola), che si apre il 5 febbraio, con le sue 800 opere d’arte tra dipinti (soprattutto del Settecento veneziano e francese), antiche sculture, principeschi arredi barocchi e rococò (specie romani, veneziani e francesi) e squisiti esempi di arti decorative.
Perché tanto Paolo Zani era d’indole riservata e schiva, altrettanto amava vivere in un décor sontuoso, opulento, in controtendenza rispetto al gusto minimalista dominante fra i collezionisti di oggi, stregati dal contemporaneo. La Casa Museo, diretta da Massimiliano Capella, è rimasta com’era, ma è ora completa di tutti i servizi museali: accoglienza, sala didattica, uffici, bar, bookshop e deposito. Si compone di undici ambienti, oltre a un porticato con ninfeo, ed è circondata da un giardino ricco di piante rare e di sculture.
Costruita nel 1976 ispirandosi alle domus romane, con tanto di impluvium centrale poi diventato sala espositiva, la villa, ricolma di pezzi d’arte (anche nel bagno padronale, le cui porte sono ricavate da due spettacolari specchiere francesi del ’700), per volontà del collezionista non ha un ordinamento museale, né teche o vetrine, ma conserva l’aspetto della sontuosa dimora privata che è stata. Già nella biglietteria figurano un dipinto del 1630 e una raffinata commode francese firmata, di poco posteriore.
E di qui il percorso continua tra mobili e oggetti appartenuti a collezionisti come Henri de Rothschild e il duca di Westminster, o provenienti da dimore dell’aristocrazia come il fiorentino Palazzo Corsini o Wentworth House, in Inghilterra, dove si trovava il tavolo con piano ottagonale in commesso marmoreo (opera magnifica della manifattura granducale di Firenze tra Sei e Settecento) riportato in Italia da Paolo Zani. Senza dimenticare la copia di commode del 1789 di Giuseppe Maggiolini, di cui Andrea Appiani disegnò le tarsìe.
Non meno preziosi sono i dipinti, come le due grandi vedute di Canaletto, una delle quali appartenuta all’ultimo scià di Persia, l’altra a Carlo Ponti e Sophia Loren, o la «Veduta di Villa Loredan a Paese», capolavoro di Francesco Guardi, parte di una serie commissionata all’artista dal grande collezionista inglese John Strange (altre, dello stesso ciclo, si trovano al Metropolitan Museum di New York, alla National Gallery di Londra, all’Art Institute di Chicago) o, ancora, i due dipinti di Giovan Battista Tiepolo e gli otto di Pietro Longhi. Non manca François Boucher, espressione del gusto leggiadro e sensuale della corte di Luigi XV.
A tutto questo si aggiungono antiche porcellane cinesi, fiorentine (di Doccia) e napoletane (della Real Fabbrica), sculture, avori e una collezione di antichi coralli trapanesi. Il catalogo, di Massimiliano Capella (Abitare l’Arte. La Casa Museo della Fondazione Paolo e Carolina Zani), con introduzione del collezionista e schede di Alvar González-Palacios, è edito da Electa (Rizzoli per l’estero). Per la visita, solo su prenotazione, www.fondazionezani.com.
In alto, «Il molo dal bacino di San Marco» (1733-34) di Canaletto, una console della scuola di André Charles Boulle (fine XVIII secolo) e una coppia di mori veneziani del primo quarto del XVIII secolo. In basso, tavolo con piano ottagonale in commesso di pietre dure (fine XVII-inizio XVIII secolo) su base in legno e bronzo dorato con 4 ippogrifi di George Bullock (1810-15 ca)
Altri articoli dell'autore
Riuniti 23 dipinti e sette disegni di sua mano e, a confronto, 14 dipinti di maestri da Bramantino a Giovanni Bellini, Giorgione, Dürer e Romanino
Attivo in Italia fin dal 1966, dove ha investito oltre 23 milioni di dollari nella salvaguardia di un centinaio di beni culturali, il Wmf dal 2027 avrà stabilmente un ufficio. Il primo intervento, come annuncia la direttrice per l’Italia Fiorella Ballabio, riguarderà il ripristino dell’architettura originaria di uno splendido ambiente della casa museo milanese, danneggiato dalle bombe del ’43
Arriva al cinema per tre giorni, dal 25 al 27 maggio, il film di Andrea Bettinetti per Nexo Studios dedicato al maestro italo-argentino. Materiali d’archivio spesso inediti, viaggi nei musei che conservano i suoi capolavori, testimonianze e riflessioni di studiosi e artisti amici ripercorrono esaustivamente le rivoluzioni compiute dal «padre» di tanta parte dell’arte contemporanea
«Dopo le grandi manovre» del primo e «Struttura modulare» del secondo sono stata recentemente acquisite dal museo di Gallarate tramite due diversi bandi del Ministero della Cultura



